27 luglio 2020

Linguistica diacronica. La prospettiva tipologica

 

Maria Napoli

Linguistica diacronica. La prospettiva tipologica

Roma, Carocci, 2019

 

Se è vero che «Il mutare delle lingue resta, sotto molti aspetti, un grande enigma», come avverte l’Autrice al termine di questo avvincente saggio, è altrettanto certo che gli studî in materia di linguistica diacronica, ricostruendo la genesi del mutamento e ricercandone cause e modalità, riescano a dirci moltissimo non solo sulla struttura, ma anche sul funzionamento e sulla “vita” delle lingue, perché le tappe d’un processo di trasformazione altro non sono che una catena di fotogrammi, e per converso ogni fotogramma, o fase sincronica, si pone come il prodotto di una variazione (Jakobson: «una trasformazione è, all’inizio, un fatto sincronico»).

 

Ma in che cosa consiste il metodo tipologico-funzionalista privilegiato dal manuale? La tipologia, fondata negli anni Sessanta da Joseph Greenberg, ordina le lingue in tipi caratterizzati da analogie formali e sostanziali alla ricerca degli universali linguistici, ossia dei tratti grammaticali e lessicali comuni a tutte le lingue del mondo al duplice scopo di meglio catalogarne le diversità e di elaborare una teoria del mutamento; il funzionalismo tende invece a descrivere i fatti linguistici secondo la funzione da essi svolta nelle concrete situazioni comunicative: «Se l’interrogativo di base della tipologia sincronica è “quale lingua umana è possibile?”, la domanda cruciale della tipologia diacronica diviene “quale mutamento è possibile?”. Tentare di rispondere a questa domanda significa individuare principi di analisi del cambiamento linguistico validi per tutte le lingue e per tutte le epoche storiche, e quindi presumibilmente universali» (p. 39).

 

Inscindibilità di forma e funzione, dunque. Inverata fondamentalmente da tre fattori:

a) iconicità: la struttura del materiale linguistico rispecchia l’esperienza del parlante e quindi l’organizzazione sul piano cognitivo dell’informazione da comunicare;

b) economia: il parlante tende a produrre il minimo sforzo possibile, ergo le strutture linguistiche più articolate o ridondanti vengono semplificate o sostituite;

c) motivazione comunicativa: una lingua non tollera freni quanto ai concetti da esprimere: al parlante non resta pertanto che superare i limiti mediante un cambiamento che consenta di soddisfare ogni necessità comunicativa.

 

Un solo esempio: più del 95% delle lingue dispone i costituenti della frase indipendente dichiarativa secondo uno dei seguenti tre ordini: SOV (soggetto-oggetto-verbo), SVO, VSO, nei quali l’oggetto non precede mai il soggetto (ovviamente nell’ordine non marcato, cioè, basico, non connotato); ebbene, uno dei fattori funzionali in grado di spiegare il motivo della posizione preminente del soggetto (o agentivo: dotato di volontà e capacità di controllo) è la sua maggior pregnanza cognitiva rispetto all’oggetto, che non muove ma subisce quanto espresso dal verbo.

 

Il capitolo più istruttivo, tanto per lo studioso quanto per la vasta platea degli appassionati, è certamente il secondo, intitolato Dal lessico alla grammatica. Costruzione di categorie, nel quale Maria Napoli esamina con l’acribia che la distingue alcuni fatti concernenti la grammaticalizzazione: processo linguistico — graduale e lentissimo — che provoca la transizione di forme e costrutti dalla sfera lessicale a quella grammaticale, causandone la totale perdita semantica. Questi i meccanismi-base della grammaticalizzazione: 1) desemantizzazione; 2) decategorializzazione; 3) espansione; 4) erosione fonetica. Limitiamoci al caso del futuro inglese formato dal modale will + verbo (I will go ‘andrò’). Will, oggi impiegato esclusivamente come pura marca di futuro, è l’esito della desemantizzazione (punto 1) del verbo willan (da will ‘volere’ + an, suffisso di infinito), che nell’inglese antico aveva valore ottativo — come want nel moderno — e perderà gradualmente il significato lessicale di ‘desiderare’ per mutarsi in verbo modale. Non solo: will ha anche subìto un processo di decategorializzazione (punto 2): mentre willan era coniugabile e poteva reggere un oggetto e l’infinito del verbo, il moderno will è «una forma non flessa, invariabile per tutte le persone (inclusa la III singolare, che è marcata da -s nei verbi non modali), e […] avendo valore di ausiliare, non può reggere un complemento oggetto, ma solo l’infinito di un altro verbo non preceduto dalla preposizione to (si distingue, quindi, anche in questo, dai verbi non modali, per i quali la reggenza di un altro verbo comporta di norma la presenza di to)» (pp. 52-53). Inoltre, nelle forme contratte I’ll per I will, we’ll per we will ecc., will subisce una erosione di sostanza fonica (punto 4). E si noti che nel medio inglese willan non denota più soltanto desiderio, ma anche volontà e intenzionalità (espansione: punto 3); a partire dal Cinquecento will acquista un significato predittivo (così in Shakespeare), ciò che prelude alla sua grammaticalizzazione in marca di futuro.

 

Casi simili si registrano anche in altre lingue, tra cui il greco moderno (θέλω) e il danese (ville). In rumeno, per esempio, l’ausiliare del futuro deriva dal verbo latino volo ‘voglio’: Voi cînta ‘canterò’. Così l’Autrice illustra il percorso che dal desiderio approda alla predizione (= futuro), attraverso le fasi intermedie rappresentate dalla volontà e dall’intenzionalità:

 

Se qualcuno afferma di desiderare di compiere un’azione, l’ascoltatore può inferire che ciò comporta da parte del parlante la volontà di realizzarla (desidero fare viene interpretato come voglio fare […]). D’altra parte, se qualcuno afferma che desidera/vuole compiere una certa azione, nel contesto appropriato questo può portare all’inferenza — nella lettura che ne dà l’ascoltatore — che la persona in questione intenda compiere quell’azione e che magari abbia già pianificato ciò che è necessario per attuarla (desidero/voglio fare viene dunque interpretato come intendo fare). A sua volta, l’espressione di un’intenzione da parte di un agente può essere interpretata come la manifestazione di una predizione, relativa non a ciò che l’agente stesso intende fare, ma a ciò che effettivamente farà nel futuro (intendo fare viene interpretato come farò). Com’è evidente, infine, tutte queste nozioni, desiderio, volontà, intenzionalità e predizione, hanno in comune il riferimento a uno stato di cose che non si è ancora verificato (e che perciò può essere appunto desiderato, progettato o previsto), e che quindi, in quanto tale, appartiene a una sfera pertinente all’idea di futuro. (p. 55).

 

 

Riferimenti bibliografici

 

Roman Jakobson, Saggi di linguistica generale, Milano, Feltrinelli, 2002, pp. 5-21.

 

Id., Selected writings, vol. 2, Word and language, The Hague-Paris, Mouton, 1971.

 

Joseph Harold Greenberg, Some universals of grammar with particular reference to the order of meaningful elements, in Id., Universals of language, Cambridge, The MIT Press, 1966, pp. 73-113.


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0