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3_immagine_recensioneMirko Volpi
«Sua Maestà è una pornografia!». Italiano popolare, giornalismo e lingua della politica tra la Grande Guerra e il referendum del 1946
libreriauniversitaria.it edizioni
 
«Sua. Maestà. É una pornografia! É una ipocrisia! Di cui, come nel proverbio dicendo. Le mani callite, e la scarpa grossa alla fronte, e l'aristocrazia nella sussistenze, e servigi automobilistici, negli uffici di matricola, al distretto, e nella croce rossa, alla menza, e vià discorendo. Confirmo di questo... Ma uguaglianza, viva il partito (socialismo). É un'indizio. E mi sembra, un'insidia. I protagonisti siete voi, governanti;- Il paese rammenta di questo».
[Lettera al re Vittorio Emanuele II, spedita prima dell'8 febbraio 1916, Lombardia]
 
Otto tra le 422 lettere di protesta spedite al re Vittorio Emanuele II durante la Grande guerra sono state opportunamente inserite in appendice al primo capitolo (pp. 50-54) da Mirko Volpi, autore di questa raccolta di saggi – in parte già editi, in parte inediti –, accorpati in un volume di coerente impianto e ispirazione e annodati tra loro lungo la linea rossa costituita dalla relazione «tra lingua e politica, lingua e identità nazionale, lingua e popolo» (p. 12). “Opportunamente”, benché i testi, conservati presso l'Archivio di Stato di Roma, siano disponibili per la consultazione in rete, all'interno del progetto AITER (Archivio Italiano Tradizione Epistolare in Rete): infatti avere sotto gli occhi, nero su bianco, anche se trascritte a stampa, le parole indirizzate dagli anonimi mittenti al re, liberi questi ultimi di dare sfogo all'invettiva incontinente, ricondursi a una più controllata protesta, impegnarsi nella supplica o – in minima parte – mostrarsi favorevoli all'intervento, consente di racchiudere e comprimere in uno spazio tangibile l'energia linguistica, politica, antropologica, emotiva che il documento fa deflagrare nel momento della lettura.
 
Una scelta, dunque, solo apparentemente di dettaglio, quella che Volpi, che collabora con la cattedra di Linguistica italiana presso l'Università degli studi di Pavia, compie nell'allegare il “file” cartaceo dei documenti al suo lucido e prezioso saggio, perché la sostanza politico-linguistica dell'uso di certo armamentario lessicale da parte degli scriventi, centrale nell'analisi che svolge Volpi, colpisce il lettore già all'approccio con i testi allo stato brado. Letta poi l'analisi di Volpi, si precisa meglio uno degli elementi chiave: la rilevanza, nella ricezione da parte dei semicolti, dei «modelli linguistico-espressivi che potevano essere forniti dai mezzi di comunicazione (per la Grande Guerra, la carta stampata, in primo luogo) e dalla lingua della burocrazia, dal teatro (il melodramma […]), e, in modo assai minoritario, da modelli più alti» (p. 26). Insomma, l'abbinamento tra testi nudi e crudi e analisi lessicale dello studioso permette di cogliere appieno il dato linguistico e politico (anche: profondamente umano) di una relazione in progress - per quanto germinale, parziale e difficoltosa -, tra una ampia fascia di popolazione maschile italiana e il repertorio comunitario.
 
Siamo, dunque, sì dentro la cornice fenomenologica dell'italiano popolare (che, ovviamente, è sempre presente – vengono sempre richiamati fenomeni di grafia, fonetica, morfosintassi, testualità –), ma pure oltre, nel senso che lo studio prospetta una diacronia linguistico-culturale nel manifestarsi, attraverso la penna degli scriventi, del lessico politico di riferimento. C'è già un effetto di ritorno dall'alto (la stampa, il linguaggio burocratico, il melodramma) verso e dentro il basso. E «la guerra – scrive Riccardo Gualdo, citato da Volpi – è un catalizzatore e un detonatore potente di linguaggi della politica» (p. 10).
 
Il primo saggio apre al Novecento e del Novecento mostra subito una ragione fondamentale: l'intreccio tra politica (fulcro centrale: la guerra, le guerre – mondiali –), informazione, società, lingua. Lo studioso di lingua, dunque, getta l'occhio proprio lì, nel crogiolo in cui il giornalismo rimesta, raccoglie, rilancia, tanto alla politica, quanto alla gente comune, la propaganda e l'ideologia. Si mette in moto un treno di discorsi, parole, retorica suasiva, riformulazioni polemiche, degradazioni semantiche che caracolla continuamente tra alto e basso, strateghi e pedine, comandanti e comandati, colti e semicolti.
 
Il secondo saggio (Italiano popolare al fronte: la satira del semicolto in trincea) prosegue il discorso intrapreso, attraverso un particolare angolo visuale, che inquadra un capitolo interessante di strategia politica attuata attraverso un uso efficace della parodia linguistica: la pubblicazione nei giornali di trincea di veri e propri falsi, confezionati sotto forma di finte lettere che mimavano con grande perizia (come mostra Volpi) l'italiano popolare dei soldati, anche con adibizioni comiche (che oggi diremmo cabarettistiche) dell'idioma del nemico («testaccia di kaiser», «Pezzo di Stranz»). Come corollario del trattamento “politico” e imbonitore dell'italiano popolare, giocato sul registro comico-satirico, si pone il terzo saggio, che fa procedere il calendario fin dentro l'“era fascista” (Italiano popolare e satira fascista: il caso della «Mondina»).
 
Il filo rosso che Volpi ha disteso lungo il libro torna più visibile nella ideale seconda parte del libro, costituita da due saggi che fanno perno su produzioni militanti di opposto segno e diversa tipologia, separate, perdipiù, dal discrimine della fine della Seconda guerra mondiale. Centrale è il saggio La lingua della stampa clandestina in Lombardia durante la Resistenza, che mostra – analisi lessicale, concettuale, retorico-stilistica alla mano – la potenza «altamente modellizzante», nelle modalità stilistico-retoriche della costruzione del periodo, nel ricorrere di metafore e campi semantici, nel riuso di terminologie settoriali (è il caso della lingua medica), di una tradizione politico-propagandistica che parte dal patriottismo risorgimentale, si dirama nei testi socialisti e nazionalisti tra fine Ottocento e primi del Novecento, si abbevera alle fonti vivaci e irrequiete delle riviste politico-letterarie, oltreché al giornalismo schierato degli editorialisti, coglie fiori dall'aulico orto dannunziano, passa «per l'uso mussoliniano del linguaggio» (p. 10) e infine ha evidenti, massicci precipitati nel lessico e nella figuralità della stampa partigiana (più evidente in quella semi-anonima e semi-artigianale che in quella dei fogli di partito strutturati) – per dire: l'avvenire radioso è prima in D'Annunzio che nel «Grido del popolo» (pp. 142-43) -. L'opposta ideologia nulla può: gli antifascisti sono linguisticamente embricati nel sistema retorico-lessicale che ha sorretto la parola del Duce.
 
Interessante e godibile il saggio finale, dedicato a Guareschi e le parole della politica tra il «Candido» e Mondo Piccolo, nel quale l'autore mostra, attraverso lo studio comparato di brani di testi omotematici comparsi ora in rivista, ora nell'opera narrativa di Guareschi, come al polemismo “pesante” della rivista (più violento ma anche più raffinato nelle scelte di linguaggio) Guareschi affianchi, con mobile sagacia, il polemismo “accomodante” («un invito alla pacificazione, se non tra parti(ti), per lo meno tra uomini», scrive Volpi a p. 11) del Mondo piccolo, indossando «il più popolare tabarro del parlar schietto, arguto ma mai livoroso, di Don Camillo» (p. 192).
 
Silverio Novelli