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3_immagine_recensione(a cura di) Sergio Lubello
Lezioni d'italiano. Riflessioni sulla lingua del nuovo millennio
il Mulino, 2014
 
Sergio Lubello, professore di Storia della lingua italiana e Linguistica italiana nell'Università di Salerno, autore di numerose opere, tra le quali ricordiamo le recenti Il linguaggio burocratico (“Bussola” per l'editore Carocci) e il saggio Cancelleria e burocrazia compreso nel volume L'italiano dell'uso, terzo tomo della poderosa e importante opera Storia dell'italiano scritto (curata da Giuseppe Antonelli, Matteo Motolese e Lorenzo Tomasin, sempre per Carocci), ha curato un interessante e vario volume che raccoglie e ordina gli interventi di due giornate di studio tenutesi presso l'Università di Salerno nel 2011 (Lezioni d'italiano) e nel 2012 (L'ora di grammatica. Riflessioni su norme e usi dell'italiano). Le distinte occasioni non offuscano la coerenza interna alla riflessione complessiva, articolata nel libro in tre parti. Al centro dell'analisi v'è l'italiano “in movimento”, la lingua reale parlata e scritta oggi, con un occhio attento agli usi delle nuove generazioni e alle nuove modalità, forme, e canali della comunicazione «che hanno ridefinito lo spazio di scrittura e oralità» (Lubello, p. 7).
 
Tutto il volume ha come sottotesto il «tema centrale della scuola e dell'insegnamento dell'italiano» (Lubello, p. 8). Il tema da sottotesto diventa oggetto nei tre interventi che compongono la Parte terza: A scuola d'italiano. Vi si tratta di Italiano e scuola oggi. La formazione linguistica dei docenti (Francesco Sabatini: «debolissima», p. 231), Giusto e sbagliato: dove comincia il territorio dell'errore? (Luca Serianni: «la nozione di errore non è un'invenzione dei grammatici, ma una realtà linguistica che compromette la tenuta di un'argomentazione o l'efficacia di una richiesta», p. 245), Ancora sulla formazione degli insegnanti: speranze deluse e cattive abitudini (Rita Librandi: «La scuola e l'università […] vivono da più di un decennio in uno stato di continua incertezza, rincorrendo sempre nuove disposizioni che non aiutano a costruire né stabilità né buone pratiche», p. 249).
 
La scuola in Italia non funziona bene. Cresce in modo allarmante l'analfabetismo funzionale. Sono state varate riforme all'insegna della managerialità aziendalistica, ma la scuola e l'istruzione non sono state valorizzate, anzi, semmai, depresse. L'apprendimento della madre lingua, condizione primaria di crescita culturale e civile, è curata poco e male. Ecco allora che gli interventi compresi nelle prime due sezioni del libro valgono non (sol)tanto in sé e per sé come efficaci riflessioni di taglio altamente divulgativo su spunti d'analisi o, viceversa, sintesi ragionate di fenomeni nuovi che si manifestano nell'uso concreto della lingua e nelle relazioni dinamiche tra norma e grammatiche, in mobile configurazione all'interno dello spazio pluridimensionale del repertorio comunitario; tali interventi valgono anche come materiale da rielaborare, selezionare e indicizzare ai fini di una formazione di competenze necessariamente in evoluzione, affinché insegnanti, docenti e grammatici (per le scuole e fuori delle scuole) siano in grado di affrontare l'impegno dell'insegnamento e della descrizione dell'italiano con conoscenze e strumenti all'altezza dello scopo: far sì che gli studenti – per essere cittadini – sappiano muoversi funzionalmente all'interno dello spazio linguistico, che è anche lo spazio della società, mostrando la capacità di elaborare le proprie riflessioni, emozioni, sentimenti e di argomentare in modo efficace.  
 
Un rapido sguardo, allora, alle due parti iniziali del libro, le più corpose. Nella Parte prima: Sguardi sull'italiano d'oggi, si segnala l'intervento in cui Paolo D'Achille traccia un profilo generale delle linee di tendenza della lingua d'oggi, mettendo in rilievo «indizi che sembrano documentare ulteriori crepe nella stabilità dell'italiano» (p. 20), nonostante la forse esageratamente – secondo l'autore – conclamata «stabilità nel corso dei secoli» (p. 19): proprio la passiva accettazione di questa tradizione interpretativa ha portato, nella scuola, a sottovalutare lo studio dei classici, nei quali – per fare un esempio - la veste formale intatta attraverso i secoli non è mai garanzia di una semantica trasparente. Da non sottovalutare i moti policentrici della lingua delle città (dal titolo del progetto LinCi, ora anche in volume con cd, ed. Accademia ella Crusca) e la presenza di lessico e modelli morfosintattici di conio o modello angloamericani, «crepe» che, lungi dall'essere demonizzate, vanno studiate, descritte e comprese anche ai fini dell'insegnamento dell'italiano.
Carla Marcato si occupa di Italiano e dialetto oggi (il dialetto è vivo come codice linguistico di nicchia); Michele A. Cortelazzo dell'Italiano nella scrittura amministrativa («Si deve dire [...] che il linguaggio amministrativo italiano negli ultimi vent'anni è cambiato solo marginalmente», p. 89: ovverosia, galleggia ancora troppa nebbia sulle comunicazioni rivolte ai cittadini); Sergio Lubello (L'itangliano è ancora lontano? Qualche riflessione sull'uso dell'inglese), dopo aver passato in rapida rassegna gli elementi che, in modo diretto o più mediato, riportano alcune forme e modalità dell'italiano contemporaneo (soprattutto negli usi dei giornali, della tv e in Rete) all'influsso dell'American English, afferma che l'italiano resta solido e reattivo, ma avanza «qualche prudente suggerimento» (p. 79): quando si può, usare il termine italiano, esistente, rispetto a quello inglese, più modaiolo, come scrissero già C. Giovanardi, R. Gualdo e A. Coco nel loro Inglese-Italiano 1 a 1 (alla moda e non trendy, comunità e non community; aggiungo io, mobile ('dispositivo m.'), pronunciato all'italiana, e non mobàil all'inglese; evitare il ridicolo di accostamenti disomogenei tra italiano e inglese (“i biglietti del concerto sono sold out”, anziché esauriti).
 
Nella Parte seconda: norme e «grammatiche» dell'italiano, Riccardo Gualdo produce convincenti esempi di Movimenti nella norma, trascorrendo dagli elaborati di studenti universitari (pp. 115-6), ai testi in rete di utenti che discutono di argomenti medici (pp. 121-3), alla divulgazione televisiva in relazione alle lingue speciali (pp. 118-27), senza dimenticare le esigenze poste dalla crescita di chi, da emigrato, apprende la lingua italiana nel nostro territorio nazionale. Da qui, la necessità, secondo l'autore, di una grammatica “leggera”: «leggerezza intesa come tolleranza per le oscillazioni nel rispetto di quell'equilibrio tra lingua istintiva e lingua cosciente indicato da Bruno Migliorini nel 1939 come carattere dell'italiano nella sua storia e opportunamente ricordato da Massimo Arcangeli» (p. 129), nel suo intervento, presente nella nedesima sezione del libro (Allegro con brio. La grammatica dalla parte del parlante nell'era di Internet), molto interessante quando affronta il vario e complesso uso degli ausiliari essere e avere, una delle croci della grammatica in movimento e della prassi didattica. A riprova dell'indirizzo preciso scelto dal volume, un solo intervento è dedicato alla tipologia di testo scritto per eccellenza, quello letterario: Maurizio Dardano conclude in questo modo Norma e antinorma nella lingua della narrativa contemporanea: «Il fenomeno più importante e certamente positivo è la deletterarizzazione o perdita di elenti letterari, attiva sia nel lessico sia nella sintassi. La controparte negativa è una diffusa noncuranza della lingua e dello stile» (p. 179).
Dalla leggerezza nella grammatica descrittiva e prescrittiva, evocata da Gualdo, si passa alla baumaniana liquidità negli usi scritti dei giovani (anche studenti) nel web, analizzati da Giuliana Fiorentino («Ti auguro tanta fortuna, ma non dov'esse esser così...»: norma liquida tra Internet e scrittura accademica). Stabilito che il web non è l'uomo nero (pp. 182-5), secondo l'autrice il tipico terreno di manifestazione della norma liquida di Internet è l'ambito ortografico, ma c'è da dubitare «che si possa ritenere che sia lo scrivere sul web a “creare” negli scriventi l'incertezza linguistica» (p. 192). La scrittura accademica dei giovani mostra una «difficoltà a gestire testi argomentativi complessi […] sia nell'area linguistica, sia in quella testuale» (p. 199). Da condividere pienamente le indicazioni dell'autrice, contenute a p. 201, per uno «studio della grammatica per “aree” o livelli e cioè facendo riconoscere i diversi livelli della lingua e attribuendo i fenomeni (e gli errori) al livello appropriato». Tali indicazioni sono trattate secondo un'ottica che guarda a un'«attività didattica […] pregna di passaggi intermodali e intertestuali» nell'intervento di Miriam Voghera (Grammatica e modalità: un rapporto a più dimensioni), del quale è utile mettere in rilievo l'affermazione secondo cui la grammatica «non si può identificare con un inventario complesso di regole, parole e frasi, ma – a partire dalla infinita e imprevedibile varietà degli usi linguistici – deve comprendere l'insieme di elementi sistematici sulla base dei quali i parlanti costruiscono la complessa rete di invarianze dalla quale deriva la mutua intelligibilità. Questa concezione di grammatica implica che rientrino nella grammatica di una lingua tutti i livelli di codificazione dalla fonetica alla pragmatica; in tal modo la grammatica diviene un oggetto per definizione multidimensionale» (p. 206).
 
Silverio Novelli