Questo sito contribuisce all'audience di
 
 
3_immagine_recensioneMichele Colombo
Dio in italiano. Bibbia e predicazione nell'Italia moderna
Edizioni Dehoniane Bologna, 2014
 
Michele Colombo, docente di Storia della lingua italiana all'Università Cattolica di Milano, si è già occupato in più d'una occasione di Chiesa e lingua italiana. Ultimo nato, un suo saggio, intitolato Predicazione e oratoria politica, ha visto la luce nel terzo volume (Italiano dell'uso) dell'importante opera collettanea Storia dell'italiano scritto, curata da Giuseppe Antonelli, Matteo Motolese e Lorenzo Tomasin per i tipi di Carocci. Proprio il tema della predicazione religiosa – cattolica – assume un rilievo fondamentale nel breve, nitido, godibile volumetto di 90 pagine che qui si presenta.
 
Colombo insiste a più riprese sul contributo importante che la cultura cattolica e il suo armamentario concettuale e linguistico hanno dato alla lingua italiana nel corso dei secoli. Attestandosi al momentaneo capolinea cronologico della contemporaneità, una controprova empirica è data dal fatto che, come scrive l'autore in apertura di libro (citazioni dalle pp. 7 e 8), «per la Chiesa di Roma l'italiano è una lingua di importanza maggiore rispetto alle altre», declinando ovunque la conoscenza del latino, tradizionalmente considerata lingua ufficiale della Chiesa. D'altro canto, la Chiesa e il cattolicesimo vanno annoverati «tra i fattori di promozione internazionale dell'italiano», in quanto costituiscono poli di attrazione verso Roma per masse di fedeli e di motivati curiosi, costretti così a confrontarsi anche con la lingua italiana.
 
Retrocedendo nel tempo, Colombo si propone di cogliere e dispiegare due fenomeni, di alto impatto sull'idioma nazionale, che hanno parimenti contribuito alla «costruzione dell'identità italiana»: la traduzione in italiano della Bibbia e la predicazione tra Sette e Ottocento.
 
Come far arrivare la parola di Dio alle estese masse di credenti, ignare di latino e poco o punto coltivate nell'uso del volgare italico? Come farlo senza compromettere il decoro che deve accompagnarsi alla diffusione del Verbo? La polarità costituisce un campo di tensioni costante, che la grande macchina predicatrice cattolica saprà attraversare anche grazie al contributo di alcune eminenti figure.
 
Per quanto riguarda l'aspetto della onnipervasività del latino nella liturgia (fino al concilio Vaticano II), Colombo si preoccupa comunque di delimitare la presunta «irrimediabile distanza dei fedeli dai riti cui partecipavano» (p. 11), citando espressioni entrate nella lingua e nei dialetti dalla lingua liturgica (far l'agnusdei 'fare l'umile, supplicare' o recitare il confiteor o il mea culpa 'ammettere i propri peccati'), a testimonianza di una comprensione di fondo del significato di molte importanti espressioni latine, coonestata perdipiù dalla ripetitiva ritualità dei momenti liturgici.
 
Un cammino arduo attendeva la Bibbia cattolica, chiusa nello scrigno esclusivo della Vulgata dal Concilio di Trentoefissata nel 1592 nella lezione clementina, diversamente da quanto succedeva per i fedeli protestanti, favoriti nell'accesso individuale alla parola di Dio dalla traduzione luterana in tedesco del testo sacro. Leggere o possedere una Bibbia in volgare era impossibile, senza un permesso della Santa Sede. Eppure la necessità di rendere il volgo partecipe della parola di Dio era sentita. Tanto più che nel Seicento, in Italia, ebbe una qualche circolazione la versione dal greco del calvinista di origini lucchesi Giovanni Diodati, mentre in francese la Bibbia, auspici i regnanti, ebbe sia la versione di Corbin, sia l'epocale Bibbia di Port-Royal, opera di de Sacy. Sotto la spinta del pensiero dei lumi, in Italia prese a diffondersi la traduzione di una versione in francese della Bibbia, romanzata e popolareggiante, dovuta a Isaac-Joseph Berruyer, che lasciava trasparire interpretazioni poco ortodosse. Dunque, i tempi mutati e la pressione esterna, che andava facendosi minacciosa, indussero la Chiesa prima a permettere «a tutti la lettura delle traduzioni della Scrittura, purché autorizzate dalla Santa Sede e corredate con una spiegazione dei passi più difficili» (p. 16), poi, auspice Benedetto XIV, a realizzare una nuova Bibbia in italiano, corredata di opportune interpretazioni.
 
Colombo dedica un cospicuo spazio (pp. 17-34) alla traduzione realizzata dall'allora rettore del Convitto ecclesiastico di Superga, il pratese Antonio Martini, che impegnò, su mandato papale, vari anni alla versione prima del Nuovo (1769-71; seconda edizione annotata, 1775-78) e poi del Vecchio Testamento (1776-81), godendo di unanime apprezzamento (nominato accademico della Crusca nel '76, di lì a poco fu consacrato arcivescovo in Firenze). La Bibbia di Martini ebbe un grande successo, che durò per tutto l'Ottocento. L'abilità di Martini fu di richiamarsi costantemente al latino della Vulgata, pur riverberando echi delle precedenti traduzioni dal latino, se giudicate funzionali alla perspicuità del dettato, e insieme di tentare un piglio colloquiale, talvolta ricorrendo con discrezione anche a toscanismi vivi («Egli si rizzò e andossene a casa sua», Matteo, 9, 7, dove rizzarsi vale 'alzarsi').
 
Sottolineata l'importanza della Bibbia tradotta, Colombo ricorda che dalla predicazione in italiano doveva venire la tessitura del filo più robusto della relazione a doppio nodo tra italiano e cultura cattolica da una parte e italiano (della Chiesa) e processo di alfabetizzazione, per quanto incompleto e rudimentale, delle masse. Nella seconda parte del libro vengono delineate dunque le figure dei predicatori che lasciarono un segno anche nell'«istruzione popolare, religiosa e non solo» (p. 35), ciascuno movendosi nel solco arduo della contemperazione del decoro dovuto alla parola di Dio con la semplicità necessaria a farsi comprendere e a far comprendere il senso profondo della parola stessa.
 
Si parte dal profondo rinnovamento portato dal redentorista settecentesco Alfonso Maria de' Liguori nella predicazione missionaria nel Sud d'Italia, secondo tradizione secentesca scenografica e monitoria, da lui ricondotta, anche attraverso la semplificazione linguistica, «all'intelligenza, oltre che all'emozione, del pubblico» (p. 37); si passa attraverso le orazioni sacre del campione del purismo ottocentesco (così come della purezza della fede), l'abate veronese Antonio Cesari, apprezzato non soltanto nella sua diocesi, ma anche nel resto d'Italia per il suo “aureo”, trecentesco e altamente comunicativo ricorso costante a «paratassi, giustapposizione e frasi nominali» (p. 47); si nota come la verve «teatrale» di certa tradizione predicatrice continuò ad avere i suoi aggiornati propugnatori, come il ferrarese gesuita Francesco Finetti, enfatico sermocinatore di novelle esemplari; ci si sofferma sulla importante figura di “prete liberale” dell'ex professore di Retorica Giuseppe Barbieri, bassanese, meditativo e non esortativo, alla «ricerca di un dialogo aperto con la cultura coeva» (p. 58), ormai permeata di istanze e costumi radicati nel pensiero laico di radice illuministica; si ricorda la consapevole conformità alla temperie culturale contemporanea (manifestata da scelte linguistiche che non disdegnano concetti e neologismi come anacronismo, comunismo, panteista, razionalismo, sovrannaturalismo, ecc.) di un predicatore ed apologeta “anti-classico” come il genovese Gaetano Alimonda, impegnato a ragionare intorno al dogma ottocentesco dell'Immacolata Concezione; si sottolinea la fusione di cultura e capacità di ragionamento lineare nelle omelie dell'arcivescovo di Capua Alfonso Capecelatro; si coglie, infine, sul versante dell'oratoria sacra di stampo e radicamento più popolari che colti – all'estremo di un arco che si riallaccia alle missioni meridionali di sant'Alfonso Maria de' Liguori -, la densità della predicazione in lingua di san Giovanni Bosco (il solo piemontese era stato adoperato nelle prime prediche, dal 1841 al 1850), «rivolta ai giovani delle classi più umili nella Torino di fine Ottocento» (p. 71) e sciolta «in un largo ricorso agli esempi narrativi» (p. 73), con un uso dell'idioma nazionale privo di ogni preoccupazione puristica, al punto di ammettere un abbondante uso di espressioni regionali (fare un fracco di bastonate 'dare un fracco...'; sfrosadore 'contrabbandiere', arceri 'sbirri', ecc.).
 
Silverio Novelli