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3_immagine_recensioneRoberto Nobile
L'ospedale della lingua italiana. Dove le parole usurpate dalle omologhe americane trovano cura e conforto
Sicilia Punto L edizioni, 2014
 
Ci vuole una casa editrice regionale, siciliana di Ragusa, di sentimenti libertari, attenta in particolar modo allo studio e alla rilettura della storia locale, specialmente nei punti critici di rottura della faglia sociale e politica prodottisi in seguito all'operoso moto delle intelligenze collettive, per dare una particolare cornice connotativa a questa breve e fosforica operetta sul morbus anglicus (così, un tempo, l'illustre storico della lingua Arrigo Castellani) che affligge la lingua italiana, ovverosia lo straripante uso modaiolo della penna di pavone linguistica inglese.
 
La connotazione, s'intende, di un angolo visuale dal quale la lingua è vista da un lato come un atto sociale primario di condivisione comunicativa e dall'altro, in integrazione reciproca, come scelta individuale e responsabile di chiarezza semantica, verso sé stessi e verso gli interlocutori, vale a dire di libero rigore critico di pensiero e di parola. Modellato in forma di irrituale dizionarietto enciclopedico, ecco allora L'ospedale della lingua italiana, nel quale Roberto Nobile, attore e scrittore siciliano, mostra come alla libertà della parola pensante, critica e creativa, si possa giovare in vari modi e dimensioni: col lavoro sulla scena cinematografica (con registi come Kiarostami, Loach, Luchetti, Moretti, Tornatore) e teatrale, con la scrittura di sceneggiature (Le amiche del cuore» di Michele Placido), col graffio da pamphlettista illuminato che dissimula con eleganza il necessario – verrebbe da dire, visto il contegno assunto – moralismo di fondo: «Visto che ammicco e faccio un po' lo spiritoso qualcuno dirà che ce l'ho con gli Usa; ebbene io stranego di voler offendere gli Americani […] provo quasi tenerezza, quasi pena nei loro confronti, perché vivono la loro vita semplice e mediocre (come le nostre), ma essendo spiati, 24 ore su 24, qualsiasi cosa facciano, dovunque siano, persino nelle loro case, nei gabinetti delle loro case... spiati da guardoni avidissimi, da fanatici, implacabili Americanisti, allevati allo scopo fin da bambini con cibo americano, film americani, musica americana e finalmente sguinzagliati dalle nostre tv, dai nostri giornali, che hanno organizzato il vero “Grande fratello” transoceanico a loro spese, a loro insaputa... (in questo modo noi sappiamo in tempo reale come fanno le cose che fanno e ci adeguiamo). Non immaginano, questi goffi, ingenui, umanissimi modelli delle nostre mode, l'enorme responsabilità che grava su ognuno di loro; per cui, se un droghiere di Fresno si gratta il culo dietro il bancone, i guardoni lo importano in Italia come gesto rituale e carismatico, e al disoccupato di Portland che si veste come un pagliaccio per mancanza di soldi, gli fregano lo stile senza dargli un euro» (pp. 7-8).
 
Nobile, nell'ironico sottotitolo di copertina, enuncia il proposito di offrire un ricettacolo di salvezza dove le parole usurpate dalle omologhe americane trovano cura e conforto. Perché la battaglia è dura, durissima e l'esito non sembra propizio. Ogni anglicismo modaiolo ha una sua aggressiva ragione sociale, cioè economica, da imporre, in quanto, sostanzialmente, è una parola-marca (la voce marca, in conflitto perdipiù con brand, è alle pp. 63-64) o parola-marchio, espressione di una lingua mercificata, lustrino commercial-pubblicitario, come nel caso di pescion (che seppellisce passione), pp. 75-77, o store, center e planet invece del deceduto negozio (a p. 67; accanto al lemma, l'autore pone una croce che segnala polemicamente la scomparsa dall'uso), o ancora la summer (pp. 47-48) rivenduta in pacchetti anglicizzati (summer trip, summer travel, summer school, summer hotel, summer car, ecc.) per illudere che si è dei privilegiati nel potersi permettere la vacanza, senza la quale summer retrocede all'estate dei poveracci inchiodati al lavoro o al non lavoro e la grana fine della beach (p. 83) si commuta nella grossolana spiaggia libera - di pedaggio - ma trapunta di ciarpame.
 
Coonestati dai mezzi di comunicazione (dalla televisione a internet), ci bombardano gli anglicismi mal intesi e mal pronunciati, ma da molti graditi, che proliferano sorridenti negli slogan pubblicitari dell'impero consumistico (merce materiale) e della retorica politica (merce valoriale), e campeggiano come lustro titanio nella spazientita loquela della tecnofinanza managerializzata (si ride a denti stretti leggendo l'elenco di sintagmi anglicizzanti che specificano i vari quarti vaccini del manager, pp. 40-42): armi per inibire ogni discorso umano, ogni apertura dialettica.
 
Nobile organizza un combattivo riparo per le parole italiane scalzate dall'eloquio mistificatore. Tenendo presente le obiezioni di Mamadou, un ipotetico extracomunitario che con incontestabile logica vorrebbe imparare a esprimersi in italiano e non in itangliano, l'autore documenta, mostra, spiega e scioglie con corrosiva logica le presunzioni e le prepotenze linguistiche, cioè, gramscianamente, politiche perpetrate dall'inglese in bocca agli italiani, mostrando quanto c'è di politico sia nell'uso perverso e arrogante, dall'alto, dell'arma di seduzione ipocrita di massa, sia nell'adeguamento passivo, irriflesso, dal basso, a tale uso.
 
Come antidoto, in calce a questa o quella voce, Nobile dispensa spesso brani etichettati npa (senza parole americane), scritti in vibrante italiano d'autore (per es., Gianni Brera, pp. 17-18, s. v. allenatore; Pier Paolo Pasolini, pp. 58-59, s. v. Italia) o apocrifi (firmati Anonimo Lombardo, Anonimo Napoletano, Calandrino da Pordenone; non manca una sfiziosa e irridente Grammatica americana per il popolo a puntate).
 
Silverio Novelli