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3_immagine_recensioneCooperativa Sociale Francesca
NONO MAI SCRITO AGRESSIVO, HO SEMPRE SCRITO STRAMPATELLO
Arti Grafiche Editoriali, Urbino, 2014
 
È uscito un libro importante, che merita di essere letto con attenzione, consultato e diffuso. Ne sono autori gli ospiti e gli educatori, gli operatori della Cooperativa Sociale Francesca, nata in Urbino nel 1992, che si occupa dell’inserimento lavorativo di ragazzi “diversamente abili”, come si dice oggi. Un centro la cui finalità principale è la creazione di opportunità lavorative per persone “immensamente abili” (secondo la fulminante definizione di una di loro). Missione non facile ma non impossibile, che - al di là dell’assistenza - punta a dare dignità alle persone portatrici di handicap per mezzo del lavoro: un lavoro vero, retribuito quindi con la giusta mercede. Già oggi nei suoi laboratori il Centro Sociale Francesca è in grado di realizzare e di mettere in commercio oggetti artistici (ad esempio bomboniere) e prodotti di piccola pasticceria; di organizzare corsi di cucito, ceramica e cartotecnica per tutte le età; di attrezzare corsi e laboratori per le scuole.
 
Si tratta in sostanza di un’antologia intelligente e divertente che ordinando per categorie i guizzi e gli scarti linguistici degli ospiti, diventa di fatto «un vero concentrato di creatività e originalità», come sintetizza Ennia Temellini nella prefazione, «una sorta di rivisitazione del lessico e della sintassi della nostra lingua».
Mi permetto di parlarne non come scrittore (parolone di cui diffido) ma come un vecchio artigiano che, muovendosi tra scuola, traduzioni, copywriting e narrativa, da oltre mezzo secolo si trova a bacilare con la scrittura (compresa la cosiddetta “creativa”).
 
Ora, il gusto di cogliere e sottolineare gli errori degli altri è vecchio come il mondo: per gli antichi Greci i barbari (cioè balbuzienti) erano semplicemente quelli che non parlavano o parlavano male il greco. È molto facile per un normaloide rimarcare le differenze tra sé e gli altri per quanto riguarda l’aspetto fisico, l’alimentazione, le abitudini, l’abbigliamento, l’odore e naturalmente la lingua. In un paese come l’Italia poi, ricco di tanti campanili e risultante di tante dominazioni, la cosa viene quasi naturale. Senza spostarci da Pesaro già tra Otto e Novecento il poeta Pasqualón (che era cieco ma non sordo) faceva il verso alle diverse parlate che sentiva in città: il portolotto, il fanese, il questurinesco (cioè il meridionale), il contadino (cioè il mezzadro che magari abitava un chilometro dalla ferrovia): parlate diverse dal vero pesarese intra-moenia (il cui perimetro per la precisione non arrivava a 4 km). È questa la ragione per cui negli uffici, negli ospedali, nelle fabbriche (le poche rimaste), nei bar, nelle televisioni e nelle scuole, non mancano gli stupidari, le raccolte satiriche degli sfondoni dei malparlanti, cioè degli altri: il polistirolo nel sangue; il prolo e la prola dell’analfabeta con due figli, un maschio e una femmina etc. Giochetto troppo comodo, per non dire di peggio.
 
Nel fiorire di questo sottogenere letterario hanno avuto un peso decisivo, secondo me, alcune trasmissioni televisive (popolari ma non per questo meno mostruose) quali Striscia la notizia e Paperissima che hanno trovato terreno fertile, anzi ben concimato, nella/dalla storica disabitudine alla lettura del nostro paese. E come accade nella nominazione (dare il nome a un figlio, un luogo, un animale…) di solito tali stupidari derisori si muovono dall’alto verso il basso (Superior stabat lupus…): il professore supercilioso nei confronti dello studente; il capufficio nei confronti dell’impiegato (Cfr. Fantozzi/Fantocci); l’ufficiale nei confronti del coscritto etc. (Vero è che, ogni tanto, succede anche il contrario: i legionari di Cesare, nel corso del trionfo, irridevano il loro generale con pesanti allusioni alla sua vita sessuale; gli studenti si divertono a rimarcare i tic verbali dei loro insegnanti. Ma, a questo proposito, basterebbe ricordare il latinorum di don Abbondio che, giustamente, fa saltare la mosca al naso al povero Renzo quando si vede rimandare la data delle nozze).
 
Nel libro in questione (NONO MAI SCRITO AGRESSIVO…) la musica è sostanzialmente diversa: si ride molto, ma non si deride nessuno: non si ride di (come spiega con chiarezza la prefazione), si ride con:
«Pensavamo di dover lavorare per loro, abbiamo invece scoperto il piacere di lavorare insieme a loro».
Insomma il citatissimo aforisma di Ennio Flaiano («La situazione politica in Italia è grave ma non è seria») qui viene rovesciato del tutto. La situazione è grave ma è anche seria, e tutti ne sono pienamente consapevoli: gli assistenti, gli assistiti, le rispettive famiglie. Per cui il libro della Cooperativa Sociale Francesca e l’atteggiamento etico che è alla base della loro antologia più che a Flaiano (il quale, fra parentesi, aveva una figlia con un grave handicap) ci rimandano a Leopardi: in particolare al Leopardi della Ginestra o del Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez. E, pur partendo da concrete difficoltà, strappano al lettore non sorrisini di compassione ma risate vere e proprie.
 
Per quanto mi riguarda, dopo aver letto e riletto con attenzione questo piccolo-grande libro, l’ho sistemato nella mia incasinatissima biblioteca accanto a tre testi per me fondamentali:
1.     AA. VV., Mi riguarda, Edizioni e/o, Roma, 1994 (che contiene anche la dolorosa testimonianza di Flaiano);
2.     MORTARA GARAVELLI Bice, Manuale di retorica, Bompiani, Milano, 2003;
3.     ROSSI Fabio, La lingua in gioco. Da Totò a lezione di retorica, Bulzoni, Roma, 2002.
Il motivo è semplice: il libro della Cooperativa Sociale Francesca di fatto è un minicorso di retorica («rettorica discreta, fine, di buon gusto», dice Manzoni nell’Introduzione ai Promessi sposi) ad uso di persone curiose e intelligenti; una miniera di materiali preziosi che ci fa riflettere sui meccanismi fondamentali della lingua; su quali siano e come funzionino le figure retoriche più importanti: paronomasia, solecismo, sineddoche, litote, calembour, ironia, paradosso etc.
Cito solo alcuni esempi, per non togliere a nessuno il gusto della ri/scoperta.
Bisticcio o doppio senso:
A: Ho magnat na ciabatta sal prosciutt.
B. Che schif! Cum se fa a magnè na ciabatta?
Paronomasia:
Sono andato a Torino a vedere la sacra Sindrome.
Spesso i dialoghi sono così surreali che ricordano Beckett o il grande Totò:
 
A.    Ieri sono andato dal geometro.
B.    Il geometra, vorrai dire.
A.    No, no, il geometro… è un uomo.
Chi sono i veri autori di questo libretto francescano? Gli assistenti? Gli assistiti? La lingua messa in gioco da entrambi? Non lo so, sinceramente. So solo, e mi rifaccio alla mia esperienza di “insegnante” di “scrittura creativa” (materia tanto eufonica quanto difficile da definire) che la cosiddetta “creatività” di solito si esplica su una specie di pentagramma comunemente accettato, rispetto al quale non si può andare né troppo sopra né troppo sotto le righe, pena l’incomprensione da parte del pubblico (per cui la parola creativo ormai è diventata sinonimo di pubblicitario).I veri creativi, quelli vanno veramente al di sopra o al di sotto del pentagramma, rischiano di risultare incomprensibili ai loro stessi contemporanei: Caravaggio, Leopardi, Van Gogh, Gadda…
 
Un’ultima osservazione: nonostante le dimensioni ridotte (il formato è quadrotto, cm 15 x 14,5) questo piccolo-grande libro è molto curato dal punto di vista grafico ed è arricchito da disegni e fotografie che illustrano la vita del centro in momenti e contesti diversi: lavoro, incontri, vacanze.
Un solo appunto: in vista di una seconda meritatissima edizione suggerirei di eliminare alcuni refusi presenti nel testo.
 
Paolo Teobaldi*
 
Per chi sia interessato ad avere una copia del libro:
facebook: cooperativa sociale francesca
tel. 0722 322509
 
*Paolo Teobaldi è nato nel 1947 a Pesaro, dove vive. Ha fatto il traduttore, il copywriter e l’insegnante (d’Italiano e di “scrittura creativa”). Socio-fondatore del Gusto dei Contemporanei. Come narratore ha pubblicato: Scala di Giocca (EDES, Cagliari, 1984). Dopodiché: Finte / Tredici modi di sopravvivere ai morti (1995); La discarica (1998); Il padre dei nomi (2002; Premio Frontino-Montefeltro 2002); La badante / Un amore involontario (2004; selezione Premio Strega 2005); Il mio manicomio (2007); Macadàm (2013), sempre con le Edizioni e/o di Roma.