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3_immagine_recensioneGaia Manzini
Diario di una mamma in pappa
Editori Laterza, 2014
 
Che nell’esperienza di molte donne la maternità non risponda al ritratto idilliaco, bucolico, talora smielato tipico della pubblicità e di visioni tradizionaliste, è fatto ormai denunciato da diverse pubblicazioni apparse negli ultimi anni (forse anche sull’onda delle cronache dei rari ma comunque eclatanti esempi di madri assassine?). Da opere di ampio respiro, come quella della scrittrice filosofa francese Elisabeth Badinter L’amore in più, storia dell’amore materno (Fandango Libri, 2012), che arriva a negare l’istinto materno e ad affermare che essere madri non è innato e che non c’è nulla di naturale nell’esserlo, a romanzi drammatici, come quello di Cristina Comencini Quando è notte (Feltrinelli, 2009), storia di una madre che esprime in una violenza inconsapevole sentimenti ancora magmatici verso il suo piccolo, al saggio di Concita De Gregorio, Una madre lo sa. Tutte le ombre dell'amore perfetto (Mondadori, 2008), che svela, come in brevi reportage giornalistici, quanta ambivalenza si celi, per esempio, nelle ninne nanne che parlano di lupi e uomini neri a cui lasciare cuccioli d’uomo insonni, fino a scritture più leggere, ma non meno esemplificative, come quella di Quello che le mamme non dicono (Rizzoli, 2010), di Chiara Cecilia Santamaria, libro che coglie i successi di un blog nato proprio per condividere lontano da stereotipi e luoghi comuni le difficoltà dell’essere madri nei nostri giorni postfemministi, si fa sempre più largo la possibilità e la volontà delle donne di raccontare la propria esperienza della maternità fuori da schemi e giudizi precostituiti. Scrivere diventa così anche una via di scampo al senso di isolamento in cui il piccolo tiranno getta la vita della madre e, proprio grazie a questo mettere in comune, si afferma come antidoto e cura ai sensi di colpa che accompagnano l’affacciarsi di sensazioni non sempre positive.
 
Gaia Manzini, nel suo Diario di una mamma in pappa (Laterza, 2014) percorre dichiaratamente questa strada, con prosa brillante e scoppiettante ironia, sondando in particolare la sfera che, insieme al sonno e alla salute, mette più a dura prova la resistenza psico-fisica delle neomamme: quella dell’alimentazione e del cibo. L’autrice redige un vero e proprio diario personale, ma sceglie di preservare l’anonimato dei suoi cari e delle persone che ruotano intorno alla vita della figlioletta con pseudonimi divertenti, quanto pertinenti: Mangiacarote, la piccola bimba alle prese con lo svezzamento (essenzialmente a base di verdure, come il soprannome ricorda), il Professore, il compagno di vita da spartirsi con il (suo) lavoro, spesso lontano da casa, in un equilibrio tutto da ricostruire - la piccola diventa il centro dell’esistenza e di tutte le attenzioni, mentre emerge ancora prepotente il desiderio della madre di reclamare il suo posto, di far presente una sua autonoma esistenza, un suo precipuo bisogno di attenzioni. E ancora la dottoressa Clint, la pediatra che come l’attore Eastwood, impersona un impietoso (almeno così pare alla neofita madre) sceriffo impassibile sulle scelte alimentari, Reginetto, l’amichetto che al momento del pasto polarizza le ansie di familiari e ospiti, Caschetto Rosso Mogano, Shirley TempleAlternative, Angelica Huston detta Titti, le altre mamme viste sempre in qualche modo più capaci e verso cui scatta inesorabile un meccanismo di confronto e competizione. Le pagine del diario scorrono sorridenti, divise tra momenti – e sono la maggioranza - ‘in pappa’, quando cioè la mamma è ostaggio delle sue nuove incombenze materne e di tutti i relativi dubbi (Alcatraz e silenzio uterino sono due delle immagini che ben rendono l’idea di prigionia) e ‘fuori pappa’, quando tenta di riappropriarsi della dimensione precedente allo status materno, di riassaporare l’essere donna, amica, scrittrice, soprattutto entità singola, senza quella propaggine frignante e totalmente dipendente che ti prosciuga energie e rende difficili cose fino a poco prima scontate, come il sonno, le uscite, la cena, la spesa, le vacanze, la palestra. Ogni giornata registra in apertura lo stato d’animo della mamma, le cui ironiche e brachilogiche descrizioni stemperano emozioni che rischiano, schiacciate tra le pareti domestiche, senza esternazione, di ingigantirsi e soffocare. Invece, tra senso di inadeguatezza, nostalgia per la vita di prima, stanchezza, fatica nel calarsi a pieno nel ruolo materno, poco a poco si costruisce la nuova relazione: cresce la bimba, cresce anche la mamma. Affiorano, allora, l’orgoglio, lo stupore per le acquisizioni della crescita, la bellezza dello strutturasi di un piccolo essere umano e, contemporaneamente, di una nuova coscienza di genitore. Non a caso il diario è ripartito in quattro capitoli legati alle tappe salienti di questa evoluzione: dai 5 ai 13 mesi, quando la madre acquisisce la consapevolezza di essere diventata tale, consapevolezza che quasi mai scaturisce solo dal parto; dai 14 mesi ai due anni e 5 mesi, fase in cui si gettano le basi dell’indipendenza, della mamma e della piccola; dai due anni e 6 mesi ai tre anni, quando si strutturano anche caratteristiche complesse come i gusti alimentari; dai 3 anni ai quasi 4, quando la vita della figlia si articola nelle attività di parlare, mangiare, giocare.
 
La Manzini, in particolare, tramite l’espediente sempre efficace del baby-talk (riproduzione del linguaggio infantile da parte di un adulto, con gli ovvi adeguamenti legati alle esigenze della riproducibilità), ripercorre i traguardi linguistici della sua bambina, che, insieme a quelli motori, rappresentano il segno più evidente ed entusiasmante dello sviluppo. Così, puca, musica, la prima parola di Mangiacarote, inaugura una «ricca terminologia mangiacarotesca», in particolare dedicata ai fornelli. I rombanti UAUAUA, alla categorica risposta «No, mio», all’immancabile «Cacca! Bella cacca!», al liberatorio «Io gomitatooooo!» (io vomitato), all’attività strettamente nomenclatoria ‘itamine (vitamine), faffate (farfalle), fagoine (farfalle), stella cadente (stuzzicadenti), il linguaggio della bambina si incrementa e plasma la realtà che la circonda, costringendo la mamma a rapidi adeguamenti e a un nuovo stupefatto sguardo sulle cose. L’autrice scopre allora in un crescendo del legame affettivo che la vera solitudine si annida spesso proprio laddove ha tentato di recuperare una dimensione sociale, per esempio tra le amiche e in palestra, contesti in cui l’egocentrismo e l’autocentratura fanno perdere di vista i contatti umani. Il nucleo familiare invece prende quota e respiro, anche grazie alla grande conquista dell’interscambiabilità dei genitori, in virtù della quale padre, madre, mamma, papà sembrano parole «vecchie, fuori dal tempo», non per una perdita di responsabilità e competenze della madre, ma per un ampliamento di quelle del partner. I titoli di alcuni paragrafi fanno il verso a titoli di canzoni, Dimmi quando mangerai, dimmi quando, quando quando, Parole parole parole: la leggerezza, di cui la musica è emblema (la prima parola della bimba è proprio puca) è la via d’uscita, lo spiraglio da cui entrano aria e luce: la prigione si trasforma pian piano in un giardino fiorito, pieno di alberi da frutto, che bisogna imparare a cogliere per nutrire il corpo, ma anche l’anima della bambina, ma soprattutto la relazione genitoriale. E forse non è un caso che, come apprende con compiaciuto disappunto la Manzini, in groenlandese, «lingua impossibile, fitta e fredda come il ghiaccio», mamma significhi in realtà pappa.
 
Rosarita Digregorio