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Da leggere_de' AngelisFrancesca Romana de' Angelis
Sotto un cielo senza stelle. Virginia Galilei, Paolina Leopardi, Vittoria Manzoni

Studium, Roma, 2015


L'occhio del contemporaneo non si nutre soltanto di letteratura – nel caso che se ne nutra -: oggi, Paolina Leopardi si staglia sullo schermo della memoria nelle fattezze belle e vitali dell'attrice Isabella Ragonese, che a Paolina, sullo schermo cinematografico, prestò le proprie per accompagnare le tormentate giornate di studio e fervida immaginazione vissute da Giacomo-Elio Germano nel film Il giovane favoloso di Mario Martone.

Per Vittoria Manzoni, l'unica delle figlie che sopravvisse al longevo padre, moderno rifondatore della lingua italiana con I promessi sposi, possiamo attingere a un ritratto in Rete che la mostra come una sorta di pensierosa Lucia Mondello (un artificio di altre memorie iconiche); volendo, con qualche cautela, possiamo aiutarci con La famiglia Manzoni di Natalia Ginzburg.

Per Virginia Galilei, la figlia maggiore di Galileo, uno dei padri della fisica e dell'astronomia dell'età moderna e campione di un italiano scientifico di straordinaria chiarezza, l'appiglio è fornito da un bel ritratto che la raffigura già rivestita del velo monacale: lo sguardo è intelligente e malinconico e, sotto il lungo e diritto naso, si aprono labbra grandi e ben modellate, chiuse in un sorriso pensieroso.

 

Francesca Romana de' Angelis, studiosa di letteratura italiana e scrittrice, dà la parola alle tre donne, figlie o sorelle di cotanti uomini, sulla scorta di una ovviamente non citata ma intuibile bibliografia retrostante, ricca e profonda, che in primis si sarà nutrita dei diari e degli epistolari, avendo avuto Virginia, Paolina e Vittoria, come tante donne di una certa cultura nei secoli passati, lo scambio epistolare e la rassegna privata dei pensieri e delle emozioni come principale, se non esclusiva, finestra sul mondo esterno e sui suoi riflessi nel mondo interiore.

Le tre donne sono colte in momenti diversi della loro esistenza, intente tutte – si potrebbe dire – a ricapitolare il senso del proprio cammino e impegnate a distillare gli aromi essenziali della loro relazione con il padre o il fratello. L'autrice è molto sensibile e attenta nel far vibrare di vita la voce delle donne immaginate, risollevando il sipario del tempo. Donne, si potrebbe dire, che riescono a testimoniare intelligenza, carattere, personalità in un complesso rapporto con figure di grandi e un po' ingombranti famigliari di sesso maschile, in una società ad esclusiva gestione maschile del potere.

 

È intensa e nitida nella timbrica, la lingua dell'autrice, e capace di caratterizzare in modo netto l'ars dictandi di ciascuna donna e l'atteggiamento verso la scrittura e verso il mondo degli affetti rappresentati. La parola è ispirata e poetica nel breve e intenso preludio ai tre racconti autobiografici, lucente nell'anafora cromatica iniziale, che prospetta un orizzonte colmo di attesa: «L'azzurro è stato il colore della mia vita. Azzurro è il mare che circonda l'isola divenuta la mia dopo le nozze e azzurro è il suo cielo. Azzurri i miei occhi che fecero innamorare l'uomo che scelsi di amare e azzurri i nastri che ornavano la mia veste di sposa». Sta parlando Penelope. Ulisse sarebbe già pronto ad abbandonare per la seconda volta Itaca, per tornare a fare e poi a raccontare la (sua) storia; questa volta, però, Penelope lo anticipa: lui ignaro e ancora dormiente nel famoso talamo coniugale, si alza e prende la via del mare lei, perché, dice Sarò io a raccontare la mia storia.

 

Virginia Galilei, minata nella salute, sente che il congedo dal mondo è vicino: in viaggio verso la morte, ripercorrerà scrivendo il viaggio compiuto in terra, e legherà così per sempre la sua sorte all'uomo della sua vita, il padre. La forma che la scrittura assume è perciò obbligata: epistolare («Padre amatissimo, vi stupirete nel ricevere questa mia lettera come quando eravamo lontani») e memoriale («Vi confesso che prima di prendere i voti mi capitò di pensare con qualche malinconia a quella veste nuziale di velluto nero...»), colma di un affetto tanto più forte, quanto più cresciuto dapprima nella lontananza fisica e poi corroborato dall'empatia per le sofferenze del genitore, scienziato perseguitato e uomo umiliato. Agli occhi quasi materni di Virginia, che nel momento del congedo si preoccupa per la salute del padre, questi resta (p. 51) il «padre amatissimo» dell'avvio epistolare, ma anche l'ammirato modello dell'intelletto umano «mai stanco di conoscere, perché consapevole che dopo una scoperta ne restano sempre infinite altre» - un altro Ulisse.

 

Paolina Leopardi apre davanti a noi il diario nella magione familiare in Recanati, il giorno 31 ottobre del 1868. Brioso è il ritmo della penna: Paolina è pronta a un «nuovo viaggio», questa volta senza «più paura come al tempo dei miei primi viaggi quando temevo tutto» (p. 54). Naturale, con queste premesse, appare il brusco transfert verso il fratello Giacomo, evocato quando era alle prese col viaggio da Firenze a Pisa, quarant'anni prima. Paolina muoverà proprio verso Pisa, alla ricerca di tracce del fratello maggiore. Il peso della pluridecennale «reclusione» nel natio borgo selvaggio, il duro «arrendersi a un futuro modesto e appartato», la consapevolezza della propria scarsa avvenenza (riscattata soltanto, per un attimo, dall'amore fraterno di Giacomo, che spiega alla sorella come «una bellezza insolita, quella che nasce non da perfezione ma da difetto, a volte seduce più dell'altra»), il fallimento del mercato delle nozze che i genitori intrattengono intorno alla figlia, fino alla caduta dell'illusione di un possibile matrimonio d'amore, la morte del fratello minore Luigi, il destino di Giacomo: il dolore è compagno di vita per Paolina, compressa in casa, sempre più sola. Nella trama dei ricordi dispiegati è però facile cogliere come Giacomo sia fonte di ogni conforto e residua speranza: non è un caso se Paolina si affaccerà al mondo delle relazioni sociali e culturali impegnandosi come scrivana per conto di Giacomo, afflitto dal «male agli occhi». E proprio su quelle relazioni anni e anni più tardi ella potrà contare nel momento, seppur tardo, in cui si autorizzerà al viaggio, alla vita, alla libertà.

 

Vittoria Manzoni ha settant'anni, quando scrive, nel suo «amato rifugio» a «Montignoso, un angolo incantevole di mondo, tra le Apuane e il mare»: «Questa mattina al risveglio ho avuto l'idea di mettermi a scrivere le mie memorie». Un'idea da gran donna anziana, benestante, intelligente e di buon gusto, circondata dalla quiete della natura e lieta all'idea, tradizionale, sensata e persino affettuosa, di lasciare ai figli «ricordi che altrimenti andrebbero perduti». Dietro un atteggiamento disteso, saggio, composto, c'è una vita normale («la mia vita assomiglia a quella di tante altre donne che hanno avuto in dono molti dei privilegi che sono toccati a me»), ma la normalità, in certe classi sociali, a certi livelli di cultura, è quanto mai ambivalente: un padre come Alessandro Manzoni, un genero come Massimo d'Azeglio, un marito come Giovan Battista “Bista” Giorgini, persone che già allora sono percepite come personaggi della Storia d'Italia (e della sua lingua: Giorgini fu autore con il senatore Emilio Broglio del Novo vocabolario della lingua italiana secondo l'uso di Firenze, fiorentinista e manzoniano) inducono a pensare a un'esistenza piena e interessante anche per una Manzoni come Vittoria, cresciuta, in realtà, per non pochi anni, lontana dalla casa di famiglia milanese in via del Morone e dalla villa di Brusuglio, tanto amata dal padre Alessandro. Quel che racconta Vittoria ci affascina, per la capacità di misurare gli animi umani – e di quali umani si tratta! – e di delinearli con mobile verosimiglianza all'interno delle dinamiche famigliari e collettive. Ma, sempre, alla lucentezza/lucidità delle descrizioni d'ambiente e delle analisi introspettive si accompagnano le ombre che si addensano su ogni donna d'ogni lignaggio nella società del tempo: la subordinazione dei propri affetti e desiderata agli interessi della famiglia e del capofamiglia in particolare, la porta sempre aperta alla solitudine, alla malattia, alla morte. Con un padre, Alessandro, «al centro, più figlio di noi figli, più bambino di noi bambini», messosi nelle mani di una seconda moglie, Teresa Borri, per la quale le figlie di Alessandro «semplicemente non esisteva[n]o», per Vittoria diventa senza riparo una vita che si infittisce di lutti famigliari, uno dopo l'altro (dalla madre all'amatissima sorella Sofia). Sarà tante Louise, la seconda moglie di d'Azeglio, da lui separatasi, a fare di Vittoria una donna se non di mondo, senz'altro aperta al mondo e capace di vivere in società; e sarà il matrimonio con Giorgini a darle serenità, nonostante i lutti. Tra i quali spicca la morte della ventiseienne Matilde, ultimogenita della coppia Manzoni-Blondel; morte dolorosissima non soltanto per l'affetto che lega Vittoria alla sorella, ma perché segna la rivelazione, amarissima, della pasta umana di cui si svela essere fatto il padre Alessandro, agli occhi di Vittoria: alle preghiere di Matilde, vicina alla fine, per una visita paterna, il padre oppone silenzio o vaghe promesse. Scrive Vittoria, ora saggia, ora antica, ora, forse, serena: «... per la prima volta in cuor mio mi ribellai a mio padre […] Per la prima volta mi sembrò di vederlo ed era diverso da come lo avevo sempre pensato. Un uomo con la mente più grande del cuore. […] Mio padre era un monumento e i monumenti non hanno né sangue né lacrime».

 

Silverio Novelli