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Da leggere_de' Angelis

Bianca Barattelli
Scrivere bene. Dieci regole e qualche consiglio
Bologna, Il Mulino, 2015


Se ogni volta che dovete uscire di casa avete dubbi su quali abiti indossare e in quali occasioni, se talvolta vi capita di osservare con sguardo assente gli indumenti che penzolano nel vostro armadio o vi scervellate per lunghi minuti davanti a quelli riposti nei vani della cassettiera, allora questo manualetto fa decisamente al caso vostro.

Attenzione, però: con abito ci si riferisce alla scrittura e alla sua forma che, innanzitutto, «deve rispondere a caratteristiche ben precise e differenziate a seconda della circostanza» (p. 9).

Non ci si occuperà  esclusivamente di vestiti da cerimonia (e cioè di quegli abiti più impolverati e usati solo per le occasioni importanti), ma si cercherà di superare le esitazioni e le incertezze che ci affaticano quando dobbiamo affrontare i numerosi appuntamenti della vita quotidiana, fatta di jeans, maglioni o scarpe da ginnastica.

L’importante è sapere cosa mettersi in ogni momento. Perché in questo caso l’abito fa il monaco.

Bianca Barattelli, insegnante di italiano e latino nei licei e autrice di Scrivere Bene. Dieci regole e qualche consiglio, ci spiega il concetto di adeguatezza della lingua al contesto, attraverso la metafora dell’abbigliamento: «nessuno – pena la censura sociale o il ridicolo – andrebbe a una cerimonia in tuta da lavoro, o si presenterebbe in smoking in un rifugio sulle Dolomiti. Potremmo allora dire che questo libretto si rivolge a chi tiene a indossare sempre l’abito giusto nelle diverse occasioni in cui si presenta in società con un testo scritto» (p. 9-10).

C’è di più: «al di là di quello che decidiamo di mettere, tutti partiamo dal presupposto che, se non vogliamo beccarci una denuncia, non possiamo comparire in pubblico senza niente addosso» (p. 10).

Luca Serianni, rifacendosi all'idea di pudore morale, definiva il pudore linguistico come «percezione della correttezza linguistica da parte dei parlanti e conseguente reattività nei casi di violazione di norme comunemente condivise» (Prima lezione di grammatica - Roma-Bari, Laterza, 2006).

Stefano Bartezzaghi, nelle ultime pagine del suo allegro ed efficace Come dire. Galateo della Comunicazione (Milano, Mondadori, 2011), sottolinea che «Ognuno ha il diritto di apparire ignorante, sciatto, volgare, snob, ricercato, tamarro, pedante, infantile. È il vecchio paragone con l’abbigliamento: nessuno vi proibisce di andare a laurearvi con le infradito. A me preme solo assicurarvi che c’è una relazione fra il linguaggio che usate e l’ambiente e la circostanza in cui lo usate. È meglio saperlo, è meglio tenerne conto». In buona sostanza siate ciò che volete, basta che ne siate consapevoli.

Vediamo quindi come vestirci adeguatamente o, fuor di metafora, cosa, secondo Bianca Barattelli, dobbiamo (o dovremmo) sapere per scrivere bene.

Nel sottotitolo del volume (Dieci regole e qualche consiglio), l’autrice indica la struttura del suo scritto: i dieci comandamenti della buona scrittura sono suddivisi in altrettanti capitoli. L’incoraggiamento iniziale è che «a scrivere bene si può imparare», senza però dimenticare che «presuppone una certa conoscenza della lingua italiana e richiede sistematicità, pazienza e applicazione» (p.13). Anche se, subito dopo, si rileva che «il primo requisito per scrivere bene è leggere tanto: questo aiuta a immagazzinare temi, parole e schemi espositivi da riutilizzare autonomamente in altre occasioni» (p. 14). E non è confortante in un Paese come il nostro con indici di lettura bassissimi, dove «quasi una famiglia su dieci (9,8%) non ha alcun libro in casa; il 63,5% ne ha al massimo 100»; e dove i «lettori forti, cioè le persone che leggono in media almeno un libro al mese, sono il 14,3% dei lettori, una categoria sostanzialmente stabile nel tempo».

(Produzione e lettura dei libri in Italia, dati Istat del 15 gennaio 2015 http://www.istat.it/it/archivio/145294)

 

Sfogliamo il decalogo.

1.     «[…] per scrivere bene ci vogliono strumenti, tempo, impegno e una buona dose di umiltà» (p. 14).

2.     «[…] prima di occuparvi delle parole che userete per rivestirlo, costruite il vostro testo badando alla solidità e alla tenuta» (p. 33).

3.     «[…] quando parliamo di noi, possiamo decidere se ci conviene essere in prima fila o dietro le quinte; quando riportiamo quello che è stato detto da qualcun altro, dobbiamo rispettare la coerenza e la correttezza, in tutti i sensi» (p. 63).

4.     «[…] la prima forma di rispetto è rispettare le forme» (p. 77).

5.     «[…] l’espressività è come le spezie: dosata nel modo giusto aggiunge quel tocco in più, ma se si eccede rovina il sapore» (p. 103).

6.     «[…] per esprimere un significato, le parole “vere” non sono l’unico strumento. Ce ne sono altri, meno espliciti e proprio per questo a volte più efficaci» (p. 117).

7.     «[…] le parole sono la parte più visibile del vostro testo e vi rappresentano, quindi non sceglietele a caso né per seguire le mode » (p. 135).

8.     «[…] mai avventurarsi in terra straniera senza sapere che cosa si va a visitare» (p. 150).

9.     «[…] aggiungete valore al testo che avete scritto presentandolo nel modo migliore possibile» (p. 161).

10. «[…] guardatevi dai cattivi maestri» (p. 175).

 

Dopo aver capito cosa abbiamo intenzione di dire (sembra banale, ma non è così), per una corretta scansione della materia da trattare, occorre redigere una scaletta o un indice dettagliato. Si rischia di perdere il filo se si vuol dire troppo, infilando parole o concetti in sovrappiù (da tenere sempre presente il principio guida dell’architetto Mies van der Rohe: Less is more ‘meno è più’ – p. 15).

Fondamentale diventa poi individuare il destinatario cui ci si rivolge, soprattutto per determinare priorità, gerarchie del dire e, di conseguenza, il taglio da dare. Imporsi delle scadenze è poi un buon modo per evitare di dover tralasciare l’ultima – e non per questo meno importante –  fase della scrittura: la revisione, che può essere eseguita dall’autore stesso, da eventuali lettori-cavie, o da entrambi. L’importante è far sedimentare il testo e rileggerlo con un po’ di distanza, sia emotiva sia temporale.

Si affrontano numerosi contesti dello scrivere: dai più formali, come l’insidioso curriculum vitae, dalle mail fino agli SMS, passando per la comunicazione epistolare fino alla presentazione in PowerPoint. Non mancano consigli, citazioni ed esempi interessanti e puntuali, sparsi qua e là, così come approfondimenti di grammatica e di sintassi, puntualizzazioni su lessico, sinonimi, uso dei forestierismi e molto altro. Il nono capitolo, Anche l’occhio vuole la sua parte, dedica spazio anche alla veste dello scritto (e ci risiamo con l’abito), con tanto di box di approfondimento sui tipi di caratteri tipografici.

Tuttavia, non bisogna trascurare il precetto più importante, che diceva Primo Levi a un aspirante scrittore (citato dalla stessa Barattelli a p. 19): dopo aver snocciolato una serie di preziosi consigli, in ultimo (last but not least) con la disinvoltura del gesto teatrale, Levi ricorda: «Dimenticavo di dirLe che, per scrivere, bisogna avere qualcosa da scrivere».

 

Margherita Sermonti