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Da leggere_de' Angelis

Simone Fornara e Francesco Giudici
Giocare con le parole
Roma, Carocci editore, 2015


Nei suoi Colloquia (apparsi incompleti nel 1519), che nel 1522 raggiunsero niente di meno che 25 edizioni, da Parigi a Vienna, da Cracovia a Magonza, Erasmo da Rotterdam sosteneva con decisione che gli insegnamenti della grammatica (latina) fossero ardui per molti (Multis amara sunt grammatices praecepta) e che si apprende meglio se si impara giocando (Et haud scio an quidquam discitur felicius, quam quod ludendo discitur).

 

Gioco e apprendimento sono due concetti strettamente collegati fra loro: soprattutto, in età infantile, il gioco costituisce un potente stimolo all’apprendimento perché, tra le altre cose, è divertente, perché spesso l’azione del giocare è più importante del risultato ottenuto, perché il rischio dell’insuccesso è vissuto in una dimensione che non necessariamente comporta un fallimento “reale”. Inoltre, lo sguardo verso la realtà cambia, si sposta, permette un’osservazione nuova e stimolante.

È giocando che i bambini si affacciano al mondo, lo scoprono e “lo” imparano un pezzettino per volta.

Giocando ci si rilassa, si è più motivati e attenti, si socializza. Senza dimenticare che la dimensione ludica non appartiene solo all’età infantile ma anche all’età adulta.

Sir Romeo Nanfa e Sir Ciccio da Funge, autori di Parlare con ecologie (edito da Cartoccio dei Re), lo sanno bene.

Anagrammi a parte (si veda l’Attività 1 del paragrafo 3.2 Anagramma p. 38), ci riferiamo ovviamente a Simone Fornara, professore di Didattica dell’italiano presso la Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (Supsi), e a Francesco Giudici, docente di scuola primaria a Vezia, Canton Ticino, ed enigmista (o viceversa) e del loro sorprendente volumetto Giocare con le parole (Carocci editore).

 

Quando i due autori si sono incontrati in àmbito professionale (in un corso di aggiornamento, uno docente e l’altro discente, o come essi stessi si definiscono nella premessa aggiornante e aggiornando) hanno scoperto di avere in comune grandi passioni: l’enigmistica, la lingua italiana e l’insegnamento.

Da qui è nata l’esperienza di questo libro.

«Giocare con le parole significa avere [...] qualche carta in più per raggiungere un uso consapevole e critico della lingua, o comunque per aprire nuovi spiragli di consapevolezza anche in chi ne resta abitualmente (cioè con un approccio scolastico tradizionale) escluso» (p. 12).

Non tutti la pensano così, perché «sui giochi linguistici a scuola esistono ancora troppi pregiudizi, che ne minano la credibilità [...]: almeno fino alla pubblicazione del manuale Ludolinguistica e Glottodidattica (Mollica, 2010) [...]. I giochi linguistici non sono affatto il potenziale regno dell’anarchia didattica: al contrario, sono un terreno sul quale è possibile camminare entro certi schemi prestabiliti, gli stessi che stanno alla base delle trasformazioni linguistiche su cui si basano» (p. 12-13).

 

Facciamo un passo indietro. Vediamo quando nasce ufficialmente la ludolinguistica proprio dalle parole del professore emerito alla Brock University (Canada), Antony Mollica, considerato il “padre” di questa disciplina, in un’intervista che compare nel sito del Centro Linguistico Ateneo (Università di Verona) https://cla.univr.it/intervista-al-prof.-anthony-mollica.html.

«La voce "ludolinguistica" non è certo accettata da tutti. Stefano Bartezzaghi, per esempio, preferisce "giochi di parole". Vittorio Coletti dell’Università di Genova, in una recensione per il mio Ludolinguistica e Glottododattica apparsa sulla rivista Indice, concorda con Bartezzaghi nell’affermare che "pesante è solo il titolo". Giuseppe Aldo Rossi, autore del Dizionario di Enigmistica e Ludolinguistica (Zanichelli), in un’intervista accordatami il 26 gennaio del 2013 [...], mi conferma che è stato lui a coniare la voce che, secondo Giampaolo Dossena, appare per la prima volta nello Zingarelli nell’edizione del 1998».

Tuttavia, il pregio di Giocare con le parole non sta solo nel voler contribuire allo sdoganamento di questa disciplina, ma anche e soprattutto nel proporre (capp. 2-5 e cap. 6) un compendio di divertenti quanto serie schede di giochi – alcune nate sui banchi della scuola primaria dove per più di quarant’anni ha insegnato Francesco Giudici, ed altre create ex novo e derivanti da pratiche didattiche sperimentate dai due autori.

Gli esercizi presentati nel libro sono tutti collaudati, e si nota. Per ciascuna attività sono specificati i destinatari e abbondano le proposte, oltre alle necessarie definizioni degli interventi che ci si appresta a fare.

Prendiamo, per esempio, il logogrifo, che non è un animale, ma «un gioco enigmistico che consiste nel prelevare una parte delle lettere di una parola allo scopo di ottenere altre parole» (p. 37): a partire da CASTELLO si possono individuare parole di lunghezza diversa (2, 3, 4 ... lettere), da la, le, a sol, oca, fino a scatole o casello.

Un fascino evergreen costituisce di sicuro l’anagramma (p. 38), senza parlare delle sorprese che nasconde l’acrostico – usato anche Eugenio Montale per svelare il nome della donna amata nel suo componimento Da un lago svizzero (p. 58) – o il suo contrario, il telestico (p. 68).

Sono moltissimi gli spunti offerti da questo indispensabile libro, che emana passione da ogni parola, cura e amore per i discenti da ogni frase, strategie e suggerimenti accurati per chi da docente intende insegnare giocando. E poi, oltre che molto piacevole, la lettura è divertente, cosa niente affatto scontata.

Per concludere con le parole di Antony Mollica, al quale si è chiesto (http://www.informalingua.com/index.php/item/177-come-creare-un-atmosfera-di-successo-nella-classe-di-italiano-per-stranieri-con-la-ludolinguistica) come si può convincere un insegnante refrattario all’uso della ludolinguistica nelle attività glottodidattiche: «Mi limiterei a ricordargli che Umberto Eco mette il gioco al quarto posto tra i bisogni fondamentali dell'uomo dopo il nutrimento, il sonno, l'affetto e prima di chiedersi il perché. Qualcuno ha suggerito che l'homo ludens è nato prima dell'homo sapiens».

 

Margherita Sermonti