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Da leggere_de' Angelis

Giuseppe Patota

Bravo!

Bologna, il Mulino, 2016

 

Una causa del tutto occasionale – così sembrerebbe dalla premessa – spinge Giuseppe Patota a ricostruire la storia di bravo, aggettivo tanto diffuso, quanto insospettabilmente complesso nei risvolti semantici a cui l’uso, nei secoli, l’ha di volta in volta piegato.

 

Il sapore personale e il tono ironicamente polemico della breve introduzione di Bravo! non devono trarre in inganno: l’apparente leggerezza e la gradevolezza della scrittura che rendono la lettura rapida e godibile, caratteristiche del resto proprie dalla collana Universale Paperbacks di cui il volumetto fa parte, sono al servizio di un dottissimo excursus, riccamente documentato, sulla storia di una delle parole più usate dagli italiani e più emblematiche di quella vitalità della lingua talora persino sfuggente al rigore tassonomico e definitorio. Inoltre, il breve e accurato saggio di Patota inaugura, all’interno della Universale Paperbacks, la serie Parole Nostre che muove proprio dalla consapevolezza epistemologica e didattica che la storia culturale delle parole sia uno dei capisaldi degli studi di storia linguistica e un’imprescindibile chiave di comprensione della storia nazionale tout court.

 

Se nell’italiano contemporaneo bravo ha un significato positivo, nella sua pluricentenaria storia, ha assunto anche valori negativi, di cui vi è ancora traccia in espressioni come notte brava e bravata e che aleggiano nelle memorie letterarie di tutti grazie ai loschi bravi manzoniani. Dove nasce questa antinomia? Come e quando si è definitivamente imposta l’accezione oggi prevalente? A queste domande Patota risponde con una succulenta e originale carrellata di citazioni e attestazioni, tratte dai tradizionali e solidi strumenti di ricerca lessicografica, ma anche da spogli di prima mano in ambiti diversissimi, da quello letterario, a quello televisivo e cinematografico, dai testi di canzoni, agli articoli di giornali. Un’abbondanza che testimonia che bravo è senza dubbio parte di quel “vocabolario fondamentale” degli italiani, secondo la ripartizione del Grande Dizionario della Lingua Italiana di De Mauro, parola sempre “buona”, nel tempo, nello spazio e nei più svariati contesti, dalle poesie dell’Anonimo Genovese alla celeberrima cavatina del Barbiere di Siviglia, dal Saggiatore di Galilei alle autovetture degli anni Novanta Bravo e Brava della Fiat, dagli Italiani brava gente del cinema neorealista e della propaganda buonista postfascista, fino alla trovata commerciale di Bravissimo, marca d’oltremanica di un reggiseno, in inglese bra, che, in un riuscito tamponamento linguistico, fa proprio il superlativo dell’aggettivo italiano per ben rimarcare la perfezione della sua vestibilità.

 

Questa lunga e consolidata storia ha ovviamente nell’etimologia il suo punto di partenza, ma pure il germe stesso dell’ambiguità che a lungo l’ha caratterizzata: bravo lega indissolubilmente la sua origine a barbaro e proprio da questo suo antecedente greco e latino, di cui è evoluzione popolare, eredita la valenza negativa. Tra il primo Trecento e il Quattrocento i tratti della ferocia, della crudeltà, del coraggio sfociante nella spavalderia si mescolano e spesso non è facile distinguere, nei numerosi esempi, le sfumature precise. Sarà Tommaseo, nel suo vocabolario storico, a sintetizzare questa congerie di accezioni: «Valente per forza di braccio e d’animo, e quindi per ogni specie di forza e d’ardire in buono o mal senso». Non a caso, molte delle attestazioni, precisa Patota, provengono dal campo militare e della lotta armata ed è proprio in quest’ambito che si afferma il mestiere di bravo, di sgherro – magari uno sbandato proveniente dalle compagnie di ventura – che mette a servizio di privati la sua mancanza di scrupoli e l’abilità con la forza e la violenza, insomma di vero e proprio sicario a pagamento. Così l’espressione fare il bravo nel Cinquecento non aveva affatto il significato per noi chiarissimo di “comportarsi bene”, ma quello di “fare lo spaccone”, “essere provocatore”, al massimo di “dar prova di coraggio”, mentre è dal Settecento che bravo assume il significato aggiuntivo di buono e fare il bravo nel senso di “comportarsi in modo corretto” è attestato solo a partire dalla seconda metà dell’Ottocento!

 

Il saggio ci accompagna così attraverso un’evoluzione oscillante e sotterranea, priva di nette linee di demarcazione, come sempre accade nell’uso linguistico, e ci guida fino al passaggio ai significati positivi che si manifesta, per gradi sfumati e impercettibili (su cui infatti i vocabolari stessi non riescono a fare molta chiarezza), a partire dal Cinquecento, alimentandosi in seguito soprattutto grazie allo sguardo benevolo della commedia.

 

È il teatro per altro che rende bravo universalmente noto: le prime attestazioni dell’aggettivo come esclamazione di approvazione vengono fatte risalire dai vocabolari storici ed etimologici a Goldoni, che certo ne face largo uso nelle sue commedie e nei suoi libretti d’opera, ma le indagini di Patota le retrodatano di più di un secolo, al 1621, nel Viaggio di Parnaso di Giulio Cesare Cortese, e al 1632, con i sei esempi ne Lo cunto de li cunti di Giovan Battista Basile. I puntuali riscontri dell’autore nel DIFIT, Dizionario di italianismi in francese, inglese e tedesco, ricordano che bravo come formula di esortazione, incoraggiamento e applauso è attestata in tedesco dal 1715, in francese dal 1738, in inglese dal 1761 (ma anche per queste due lingue le letture di Patota scovano interessanti retrodatazioni); non mancano riferimenti allo spagnolo, al russo, allo svedese, al portoghese, e al rumeno: una diffusione paneuropea, dunque, certamente dovuta prima al grande influsso del drammaturgo veneziano, in seconda battuta al successo del melodramma italiano all’estero e bravo! diventa quasi per antonomasia l’espressione dell’apprezzamento per il talento artistico nei teatri di tutto il mondo.

La consacrazione pervasiva di bravo (e dei suoi superlativi) arriva con il larghissimo impiego che ne fanno nel Novecento radio e televisione in spettacoli di vario genere, dal quiz, al varietà, ai concorsi canori o di ballo, che lo cristallizzano in una vocazione semantica piuttosto astratta e generica, enfatica (e forse in qualche modo depotenziata?) e assertiva delle doti massmediatiche. E tuttavia il riferimento finale all’autocelebrazione che Mina fa della sua abilità vocale nella canzone Brava (1965), svela un’altra dote del nostro aggettivo: la brevità (breve-bravo è un gioco di scambi di cui lo stesso Patota si serve in un paio di paragrafi) foneticamente pregnante, la piacevolezza e briosità del puro significante.

 

Insomma, attraverso questa densa analisi, come Patota stesso chiosa sul finale, bravo dimostra di essere «una piccola parola dalla grande storia, testimone di tante vicende della storia d’Italia, dal Rinascimento ai giorni nostri e di tante qualità – buone e cattive – di noi italiani».

 

Rosarita Digregorio