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Da leggere_de' Angelis

Massimo Roscia
Di grammatica non si muore
Sperling & Kupfer Editori, 2016

 

Ha scritto un romanzo-non romanzo che l'ha reso molto popolare, Massimo Roscia, La strage dei congiuntivi (Exorma, 2014): un gatto a nove code ipertestuale e plurilessicale che fustiga gli italioti malparlanti travestito da groviglio espressionistico e mosso e messo in circolo dall'affabulazione iperbolica, tra ghigni, sberleffi e caricature, spesso con risultati divertenti anche per il lettore, oltre che – crediamo – per l'autore. Oltranzista e coerente con sé stesso, come potrebbe Roscia aprire Di grammatica non si muore (il sottotitolo lo lasciamo alla scoperta dei lettori: ormai questi complementi spettacolarizzanti sono più lunghi dei titoli dei film d’antan di Lina Wertmüller), la sorridente guida-non guida ai principali trabocchetti, rischi e istituti della grammatica italiana se non con un NON-decalogo? Dichiarando la sua non appartenenza sia alla congrega accademica, vista come un’oligarchia custode dell'afono Verbo tecnicistico, sia alla setta dei grammar-nazi, di cui peraltro erano, di fatto, adepti gli stralunati e furibondi cinque non-eroi della quasi non-storia allestita nel romanzo, Roscia promette consigli d'uso sensati e sdrammatizzanti, pensando a una grammatica «“pop”, cioè popolare, moderna, dinamica, concreta, utile, divertente ed eternamente giovane» (p. 1).

Tanta sportiva accondiscendenza, per fortuna, viene subito tradita due righe sotto. Senza delegare a un personaggio di fantasia (per esempio, il bibliotecario Liang Zidiang, alias Partenio di Nicea, della Strage) l'egorroica e gioiosamente rabida attitudine all'elencazione, ora Roscia è libero di dilagare motu proprio, attraverso l’io narrante travestito da bonario non-didatta, negando e accumulando: «Io NON – ecco di nuovo l'avverbio di negazione – sono un glottologo, un semiologo, un filologo, un fonologo, un epistemologo, un egittologo, un anatomopatologo, un astrologo, un criminologo, un neonatologo, un paleontologo, un teologo o un tuttologo». Ed è libero, con apprezzabile onestà, di dirsi «semplicemente uno scrittore».

 

La premessa scioglie da ogni pastoia mentale chi scrive e chi legge. Sperling & Kupfer ha nel suo catalogo numerosi volumi di Valeria Della Valle e Giuseppe Patota, linguisti che si sono dimostrati efficaci e garbatamente spiritosi divulgatori, in virtù di un tono salottiero alla Fabio e Fiamma: ma Roscia è più dalle parti di linguisti bradi e conversatori scintillanti come l'Andrea De Benedetti di Val più la pratica o La situazione è grammatica o, forse ancor più, di giornalisti e scrittori brillanti, con pregressa formazione filologica, come il Luca Mastrantonio di Pazzesco! - mentre più distanti sono personalità più istituzionali come Beppe Severgnini, col suo british humour rassicurante, e Stefano Bartezzaghi, saggista convenuto in accademia e scrittore vivace molto attento nel valutare i riflessi della lingua sul costume.

 

Liberi dunque dalle pastoie, siamo pronti ad accogliere il racconto grammaticale intessuto per apologhi, fiabe, sketch (per dire, in apertura del capitolo dedicato al verbo: «Paleolitico. Interno caverna. Un ominide peloso si rivolge furiosamente al figlio e gli dice: “Io capire brutti voti in italiano; noi non sapere coniugare verbi e nostri graffiti fare schifo», eccetera, a p. 102), e ammiccamenti soprattutto al giovin signore moderno («Manca poco meno di un'ora all'appuntamento con la tua ragazza e tu, con il pigiama addosso e le caccole negli occhi, sei ancora lì incollato alla PlayStation a guidare il figlio di Alex Mason mentre spara granate contro chiunque gli si avvicini», p. 107) e al giovin binge watcher, il videodipendente bulimico che si abboffa di serie tv come Teen WolfScott sa che Allison è andata via. / Scott sa che anche Stiles è pronto a partire. / Scott sa che domani raggiungerò Allison», trattando della consecutio temporum, alle pp. 134-37). Insomma, Roscia sembra tracciare il suo sentiero picaresco disseminando continue citazioni, esplicite e implicite, esibite o nascoste, tratte dal mondo della realtà soprattutto mediatica. L'obiettivo è di raggiungere il corpo grande, mobile, instabile ed il cervello effervescente e collezionistico della gioventù che abita la mediasfera del “mondo moderno d'oggi”, come avrebbe detto il comico di Castiglion Fiorentino.

 

E, a proposito di comicità, la più scoppiettante verve di Roscia, per pagine e pagine - in cui si va dalla grafia ai modismi, passando per tutte le categorie della grammatica tradizionale - temperata dalla lodevole intenzione di servire in modo arguto, ma tutto sommato composto, il popolo degli eterni incerti su questo o quel fenomeno grammaticale (con buona ragione: la lingua è un organismo - fatto di convenzione, storia e natura - complesso e mobile), ha modo di erompere più verace e scanzonata nel capitolo finale, Parole in libertà, dedicato a quell'italiano “impopolare”, fatto di svarioni e malapropismi, che tra i primi il sociolinguista Gaetano Berruto analizzò quasi quarant'anni fa, quell'italiano dei semicolti che sembra vivere e sopravvivere sotto la pelle della lingua di ogni epoca. Allora le casalinghe di Voghera potevano dire comprativa per significare cooperativa; oggi, non mancherà tra la gente chi dice che è stato operato al «tunnel carpaccio», intendendo carpale (p. 213).

 

Termina con un “Epilogo finale”, la prova di scrittura metalinguistica di Massimo Roscia: con qualche altro gioco di parole, in decrescendo, fino a modularsi in un quasi obbligato recitativo sulla bontà del leggere, sulla relatività del concetto di errore in lingua e sul fatto che «conoscere bene la nostra magnifica lingua ci aiuta a comunicare in maniera più efficace e a comprendere meglio gli altri e noi stessi» (p. 223). Come non essere d’accordo?

 

Silverio Novelli