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Da leggere_de' Angelis

Giuseppe Patota

La quarta corona. Pietro Bembo e la codificazione dell’italiano scritto
Il Mulino, 2017

 


Il libro La quarta corona. Pietro Bembo e la codificazione dell’italiano scritto di Giuseppe Patota si rivela foriero di novità già dal titolo: siamo soliti parlare delle “Tre corone del Trecento” ma nessuno, a mia conoscenza, aveva tributato a Bembo questa gloria, arrivando a considerarlo come una “quarta corona”. Eppure senza Bembo non avrebbe senso parlare di norma linguistica a partire proprio dai grandi autori trecenteschi. Su di loro infatti egli si era cimentato come filologo in modo da avere un testo affidabile per sue le ricerche d’ambito linguistico. Come ha giustamente evidenziato Dionisotti, la grande importanza delle edizioni aldine curate da Bembo - Le cose volgari di Messer Francesco Petrarcha (1501) e Le terze rime di Dante (1502) - risiede nel fatto che mai in precedenza era stata dedicata una cura filologica nell’edizione di un testo in volgare: di questo lavoro possiamo seguire le tracce grazie al manoscritto autografo di Bembo, Vaticano latino 3197 conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana. L’edizione di Petrarca risultò all’epoca “troppo” innovativa per la veste grafica adottata, al punto che si levarono molti dubbi sul fatto che il testo fosse stato tratto dall’originale. Aldo fu pertanto costretto ad aggiungere alla doppia tiratura - pergamenacea e cartacea - un (avviso) A gli lettori, redatto ovviamente da Bembo, per rafforzare la validità dell’edizione. Proprio a questo fascicolo Patota dedica la propria attenzione nel capitolo Preistoria delle Prose: il «libretto» e il fascicolo B, arrivando a scorgere alcune analogie con quanto Bembo scriverà nelle future Prose, in merito alle terminazioni in -i ed -e dei plurali dei sostantivi femminili e all’uso della congiunzione Se non se / Se non si. 

Non si tratta dell’unica scoperta del volume: l’Appendice Una parola di Bembo: petrarchino ci regala un’altra chicca. Patota infatti osserva che «Il sostantivo petrarchino non appartiene all’italiano dell’uso ed è raro anche in quello della tradizione letteraria, dalle origini ai giorni nostri (…). Il primo a usare il termine fu proprio Pietro Bembo, che in una lettera a Bernardo Bibbiena datata 16 dicembre 1507 gli promise: ‘Arete un petrarchino’ (…) È difficile che messer Pietro non si riferisse al suo petrarchino, indicandolo con una sorta di marchio registrato, magari inventato proprio da lui o da Aldo o da qualcun altro dell’atelier. Poi, a quello aldino del 1501, seguirono molti altri petrarchini, e il termine è passato a indicare non più soltanto quella stampa, ma i tanti tentativi di imitazione che se ne fecero (…). Nel Cinquecento il termine fu dunque, sul piano letterario, una novità: l’oggetto che indicava, invece, fu certamente una novità per la tecnica con cui era stato prodotto, ma non per il formato né per il contenuto. La moda dei canzonieri petrarcheschi in piccolo formato, infatti, preesisteva alla stampa, e nel Quattrocento aveva già prodotto esemplari lussuosi». Anche in questo caso Patota coglie nel segno: non solo perché individua nei canzonieri petrarcheschi del Quattrocento un modello per la già menzionata edizione di Petrarca, ma anche perché il manoscritto 924 della Biblioteca Casanatense, opera del calligrafo Bartolomeo Sanvito, è tra le fonti testuali del ‘petrarchino’ stesso. 

Nel 1502 Bembo dà un’ulteriore grande prova di sé come filologo, pubblicando le Terze rime di Dante. Come nell’edizione di Petrarca, anche in questo caso l’interesse bembiano è strumentale: nel momento stesso in cui fornisce un testo, egli si preoccupa di regolarizzarlo, attribuendo a Dante una lingua preumanistica, diversa dalle edizioni fino ad allora circolanti del poema. Con la stampa della Commedia Bembo chiude la propria stagione come editore di testi volgari antichi. Senza questa diretta esperienza sul campo, assai difficilmente sarebbe stato in grado di scandagliare in modo così accurato la lingua del Trecento nelle future Prose (1525). Meno noto è il fatto che egli si sia cimentato anche nella collazione del capolavoro della terza corona trecentesca, ovvero il Decameron. Questo lavoro ebbe luogo nella sua «Villa» vicino a Padova, tra il 26 marzo e il 4 aprile 1527. Le indicazioni si ricavano da un postillato del Decameron di Messer Giovanni Boccaccio, uscito a Venezia, per i torchi di Gabriel Giolito de Ferrari, nel 1546. La mano che riproduce il lavoro di Bembo sul manoscritto antico è quella di un altro grande editore del periodo: Ludovico Dolce.

Segnalo infine un’altra meritoria scoperta nel capitolo Il vero titolo delle Prose. Con una raffinata analisi confortata dai dati filologici, Patota osserva che «Pietro Bembo non attribuì mai all’opera che più di tutte lo ha reso famoso il titolo di Prose della volgar lingua. Quando si trattò di farla stampare o ristampare, volle che fosse indicata con il titolo stesso che ci è noto; nel menzionarla, la indicò in vari modi, il più ricorrente dei quali è Prose. Una sola volta usò la formula Prose della lingua volgare». Ma allora chi è stato il responsabile del titolo vulgato? Con una finezza degna del tenente Colombo, Patota rivela il nome del colpevole: Benedetto Varchi, motivando anche le ragioni di questo efferato delitto: «Nel tentativo di conciliare le ragioni del classicismo bembiano con quello del fiorentinismo che, nella Firenze di Cosimo de’ Medici, ancora gli resisteva, nella dedicatoria al duca, Varchi riscrisse a modo suo la storia della composizione dell’opera, attribuendo a Bembo un’ideologia linguistica e una prassi grammaticale che non gli appartenevano e in più dando al trattato un titolo che non aveva». Ad avvalorare quanto scritto da Patota si può prendere la prima impressione dell’edizione Torrentiniana (1548) che nel frontespizio presenta non soltanto il titolo dell’opera, secondo una prassi sempre rifiutata da Bembo, ma anche lo stemma dei Medici, con il chiaro scopo di una rilettura politico-linguistica. Questo atteggiamento così sfrontato dovette ovviamente suscitare la reazione del legittimo esecutore testamentario di Bembo, Carlo Gualteruzzi, e Varchi fu costretto a ristampare il primo fascicolo, con relativa scomparsa del frontespizio. Ma allora che titolo dobbiamo dare al trattato che ha cambiato le sorti della lingua italiana? Si rivelano risolutive le parole di Patota: «Se volessimo rispettare la volontà di Bembo, in assenza di nuova documentazione, dovremmo indicare (o quanto meno pubblicare) le Prose col titolo esteso dato o quanto meno accettato da lui. Poi, per abbreviare il titolo originale in armonia con le sue indicazioni e abitudini, avremmo diverse alternative. Potremmo accogliere fra il secco Prose, adoperato spesso anche dall’autore, e la sequenza Prose nelle quali si ragiona della volgar lingua, nella quale sono garantiti la centralità del verbo ragionare, la presenza della sequenza della volgar lingua e, per sovrappiù, un della non dipendente da un Prose senza articolo. Infine, potremmo adottare la formula Della volgar lingua, che l’autore accolse nell’introduzione di ciascuno dei tre libri e quasi contemporaneamente usò per dare un titolo alla sua copia del De vulgari eloquentia». La tesi di Patota ha convinto il sottoscritto, Fabio Bertolo e Marco Cursi a cambiare il titolo del libro che stiamo per pubblicare: Il Bembo ritrovato. Le “Prose” secondo l’ultima volontà d’autore, a costo di attirarci i fulmini del senese Celso Cittadini che nella propria copia del trattato di Bembo scrive a margine dell’intitolazione: «manca l’articolo Le che si richiede sempre a tutti i Nominativi». Il nostro volume ha per oggetto lo studio e la pubblicazione del postillato autografo delle Prose. Si tratta di una copia della princeps, conservata in una biblioteca privata, che riporta tutti gli interventi di Bembo trasmessi a stampa prima nella seconda edizione Marcoliniana (1538) e poi nella postuma Torrentiniana (1549). Posso dire che questa nuova scoperta non smentisce anzi conferma quanto scritto da Patota e credo che non esista complimento maggiore per chiudere la presente nota.

 

Carlo Pulsoni