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Da leggere_de' Angelis

Nicola Gardini

Viva il Latino. Storie e bellezza di una lingua inutile
Garzanti, 2016

 

«Viva il Latino!». Sembrerebbe rubato all'autografa scritta di studenti entusiasti su un'immaginaria lavagna scolastica, provocatorio rispetto all'opinione diffusa, il titolo del saggio di Nicola Gardini. Del resto più che alla realtà corrisponde ormai ad una caricatura di essa la visione stereotipata di alunni annoiati sui libri di grammatica e letteratura latina, nella convinzione di sostenere uno sforzo inutile, privo di ricadute immediate sulla loro vita. Al contrario sono ancora molti i giovani che scelgono gli studi umanistici, perché convinti della loro importanza, al di là della fatica. E ancora molti sono coloro che sperimentano la profonda bellezza della lingua e della letteratura latina, sotto la guida di insegnanti appassionati e didatticamente capaci.

Non sono infatti gli studenti, contrariamente a quanto il titolo potrebbe portare a credere, i principali e unici beneficiari di questo libro, che pure offre loro la testimonianza di una storia da confrontare con la propria e l'opportunità di guardare da una prospettiva extrascolastica quanto in questi loro anni è essenzialmente oggetto di studio. Né sono gli insegnanti i destinatari privilegiati di queste pagine, che pure contengono spunti di approfondimento o suggerimenti di strategia didattica. La rivendicazione dell’autore, che nel sottotitolo precisa di voler illustrare le «storie e la bellezza di una lingua inutile», è rivolta a «quei molti-gente comune, politici, professionisti di ambiti vari», che «hanno un’idea tristemente (e pericolosamente) limitata dell’istruzione e della formazione», in quanto «credono che la conoscenza si riduca alla traduzione immediata del sapere in qualche servizio pratico».

Questo non significa affermare che il latino sia realmente inutile (la sua utilità è ampiamente dimostrata nel testo), ma dire che gli effetti più specifici dello studio di questa lingua afferiscono ad una dimensione diversa da quella pratica e rispondono a domande non meno urgenti, legate all’interpretazione del mondo e della vita umana.

Il latino che qui viene celebrato è nello specifico quello letterario, è la parola che evoca, crea, compone e scompone, la sintassi che organizza e dispone, non strumento attraverso cui si esprime la letteratura ma sua stessa essenza, potenza che si realizza nell’atto di «dare ordine e senso all’esperienza umana con storie e metafore; ampliare i confini del vissuto attraverso nuove ipotesi di mondo; formare e trasmettere paradigmi di condotta e di pensiero». Contenuto e lingua, infatti, procedono di pari passo, in uno scambio reciproco, così come la vitalità del latino, il livello di perfezione e le potenzialità espressive progressivamente scoperte e realizzate dipendono dall’acume e dall’ingegno degli autori.

Il saggio scorre come un romanzo, che racconta la storia di una passione personale, quella dell’autore, nata ai margini dei banchi di scuola e nutrita di letture e traduzioni solitarie, di incontri euforici e illuminanti con i testi classici. In una successione non sempre cronologica si analizzano le peculiarità linguistiche e stilistiche dei più grandi scrittori del nostro passato, evidenziando come, attraverso il loro contributo, la lingua latina si sia progressivamente forgiata quale strumento per descrivere, analizzare e interpretare i diversi aspetti dell’uomo e del mondo in cui egli vive e opera.

È cosi che, mentre Cicerone diventa anche un modello di individuo, con la sua riflessione sull’essere umano prende forma un latino che riesce a illustrare, commentare, esprimere passioni e sentimenti, argomentare, speculare. Del resto lo scopo della lingua è quello di «portare luce alle cose», come afferma lo stesso oratore in una sua celebre opera («Oratio lumen adhibere rebus debet», De oratore III 50). E in effetti l’analisi condotta da Gardini su alcuni passaggi chiave delle Verrine dimostra efficacemente come dietro l’acribia verbale dell’autore si celi la totale fiducia nelle potenzialità espressive e psicologiche del discorso.

E deve proprio far luce sull’ignoranza ed educare con razionali argomentazioni la poesia di Lucrezio, la cui sintassi è organizzata in segmenti ben individuabili e il cui discorso si avvale di immagini nitide e chiare. Nel poeta - secondo l’autore il primo a rappresentare l’angoscia nata dall’assenza di chiarezza conoscitiva -, la pietas, che è la più alta forma di amore e devozione, diventa «il culto della limpidezza intellettuale». E allo scopo di chiarezza è asservito anche il lavoro sul lessico, condotto attraverso procedimenti di «saturazione semantica» e «metaforizzazione». Se tuttavia in Lucrezio un termine preesistente dà vita ad un nuovo significato senza che il primo si avverta, questo non accade in Virgilio, il cui uso della metafora e dell’analogia tradisce la tensione ad amplificare le potenzialità espressive della parola, che contiene tanto il primo significato quanto quello figurato e memore della precedente poesia. A Virgilio appartiene anche il merito di aver movimentato e drammatizzato la sintassi poetica, mentre sono di Cesare il razionalismo e il pragmatismo anche nella lingua. Si sottolinea di Livio la capacità di rendere la risonanza emotiva delle situazioni, di Tacito la brevità che amplifica e produce abbondanza, in una consapevole esasperazione di tutte le caratteristiche più originali del latino. Sortisce invece un effetto liberatorio, secondo Gardini, lo stile «simplex» di Seneca, che «argomenta alleggerendo» e «decostruisce le apparenze», «capovolgendo le prospettive fino al paradosso».

Il saggio procede su questa linea dimostrativa e appassionata, attraversando il linguaggio della satira e dell’elegia, per arrivare al romanzo di Petronio e Apuleio o al latino cristiano, a Tertulliano o a Girolamo e al suo “colpevole” debito verso Cicerone. La riflessione, acuta e consapevole, non può prescindere dal rivendicare anche il valore dell’imitatio quale cardine dell’estetica latina e suggello di auctoritas per i modelli emulati. Il dialogo tra un autore e l’altro, tra un’opera e l’altra, è sempre stato aperto e lo è ancora, prescindendo dai confini temporali e culturali, motivo per cui il latino, non solo non è inutile, ma soprattutto non è una lingua morta.

Non è morta finché continua a costituire una chiave di accesso diretto al nostro passato, alla nostra comune memoria, alle origini della nostra civiltà, ma anche al nostro mondo interiore, perché è stata lingua perfetta della razionalità scientifica, della storia, della poesia. Anzi, di fronte al gusto che decade, alle parole che perdono la loro profondità di significato, ripartire dal latino è un’occasione per recuperare il senso del tempo, della memoria, della storia, per non disabituarci ad esprimere e condividere la complessità del nostro sentire e pensare. Perciò che si intenda pure come un‘esortazione e un augurio il messaggio iniziale del libro: che viva il latino! Che continui a vivere e a parlare nel tempo!

 

Roberta Colantone