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Da leggere_de' Angelis

Pietro Trifone
Pocoinchiostro. Storia dell’italiano comune

Il Mulino, 2017

Il dibattito, sempre vivo, sulla diffusione della lingua italiana nella penisola, tra il XVI e il XX secolo, riceve un contributo determinante, per originalità e vivacità di argomentazione, da parte di Pietro Trifone, autore di un saggio che fa il punto della questione e allo stesso tempo avanza una proposta chiara: introdurre il concetto di semi-italofonia, a includere le competenze attive e passive dei semicolti che riuscivano, con esiti molto diversi, a coltivare un italiano locale (etichetta più precisa rispetto a italiano regionale) adeguato a una comunicazione di tipo pragmatico («cinghia di trasmissione fra i dialetti e l’italiano» [Mengaldo 2014: 108, cit. da Trifone a p. 17]).

Le tipologie testuali che lasciano traccia di queste varietà linguistiche sono le più disparate, ma hanno tutte in comune il basso livello di istruzione dei mittenti e, spesso, anche dei destinatari; a maggior ragione è interessante notare lo sforzo di allontanarsi dal proprio dialetto per andare incontro all’idioma nazionale, sia pure in modo imperfetto.

Il titolo del volume, alquanto singolare, deriva dal soprannome di Angelo Michele Ciavarella, scrivano pugliese che prestava la penna ai briganti analfabeti per la stesura di lettere di ricatto: dato l’alto numero di richieste, «a Ciavarella capitava spesso di restare con il calamaio asciutto. Di qui appunto il suo soprannome di Pocoinchiostro» (p. 7). E vediamo subito un paio di esempi di questo genere testuale, tratti dall’ottavo capitolo (I briganti e la scrittura):

 

Caro Michele

      È giunta ormai il termine di otto giorni primi non mandandomi la somma di tre mila ducati manderò prima le due orechie, e poi la testa

      30 luglio 64

Il Capitano

Domenico Fuoco

 

In realtà lo scrivente «è un tale di nome Gentile, che nella banda di Domenico Fuoco era assegnato a tale importantissimo servizio» (p. 175, n. 13); la sua prosa è discreta, nonostante le incertezze sulla concordanza e sulle strategie sintattiche. Su un piano più basso si situa il messaggio seguente:

 

Caro zio Domenico

     Mandatemi cento pezze [‘tipo di moneta’] per la compagnia e ti donco [‘do’] 3 giorni di tempo altimente vi gardo quando teni in terra [‘ardo, incendio quanto possiedi’]

El Signor Brianti.

 

La prima persona del verbo dare, la caduta della vibrante etimologica nell’avverbio altrimenti, l’alternanza degli allocutivi (‘voi’ e ‘tu’), la prostesi meridionale davanti a vocale iniziale (gardo ‘ardo’), la sonorizzazione di quando (omografo della congiunzione temporale), il monottongo in teni, l’articolo el, la resa imperfetta della vocale finale di timbro indistinto (Brianti ‘brigante’): tutti questi elementi denunciano una scarsa dimestichezza con l’italiano comune.

Includendo, oltre agli italofoni stricto sensu, i semi-italofoni (grazie al concetto flessibile di italiano locale), Trifone rivede i bilanci statistici sull’uso di lingua e dialetto nell’Italia preunitaria: dal 2,5% della popolazione calcolata da De Mauro (1991), già innalzato da Castellani (2009) al 9,5%, si arriva così intorno al 20-25% complessivo di italofoni e semi-italofoni. Nondimeno tale stima è scevra dall’ottimismo di chi vorrebbe considerare italiano comune quello dei semi-colti (vd. anche Bruni, 1978; Fresu, 2014): nella sua disamina del lavoro di Testa (2014), «magnifico affresco di lingua popolare […] dal sapore quasi bruegeliano» (p. 163), Trifone soppesa attentamente il valore dei documenti del cosiddetto italiano nascosto, ridimensionandone la qualità linguistica rispetto alla diffusione del modello linguistico nazionale. Del resto, uno degli esempi più famosi (la confessione di Bellezze Ursini da Collevecchio, stesa da lei stessa nel processo a suo carico per stregoneria, tra il 1527 e il 1528) è stato portato all’attenzione degli studiosi di lingua proprio da Trifone (2006: 185-290 [riedizione di un articolo del 1988]). Si può invece riconoscere l’italiano comune nella lingua del teatro (vd. Giovanardi/Trifone, 2015), che sfugge ai precetti puristici e alle idiosincrasie toscanocentriche senza troppo concedere al localismo, così favorendo quel modello di italiano standard che si imporrà nel corso del Novecento (vd. D’Achille, 2010; Berruto, 2012; Mengaldo, 2014).

Interessante la riscoperta di un «intellettuale napoletano» dell’Ottocento, Enrico Ramondini, il cui saggio I dialetti e la lingua comune in Italia indaga (pur senza una «descrizione fenomenologica e/o campionatura esemplificativa» [p. 139]) «un linguaggio di uso, il quale non è né il dialetto, né la lingua letterata, ma […] per così dire il crogiuolo nel quale vanno i dialetti vari a rifluire, e rigettando le plebee goffaggini e le storpiature, atteggiarsi a foggia di lingua, e lingua parlata» (Ramondini, 1866: 15). Il libello (una ventina di pagine) allude più volte al De vulgari eloquentia (in un caso citandolo apertamente, a proposito della bruttezza del romanesco antico), spostando il discorso dalla scrittura al parlato e apprezzando gli sforzi di quel «nucleo di persone» che tenta di «parlare italianamente, come meglio da loro si sappia» (cit. a p. 136). Significativa la figura, evocata da Ramondini, del «viaggiatore che attraversa l’Italia da nord a sud, in quanto interprete attivo e testimone privilegiato delle dinamiche di interazione linguistica sperimentate nel territorio nazionale» (sull’importanza dei viaggiatori vd. Serianni, 2002).

Le parziali analogie tra passato e presente emergono in alcuni fenomeni analizzati da Trifone: in negativo, la persistenza della dialettofonia integrale in alcune fasce della popolazione (l’esempio di un’anziana barese che dialoga con l’inviato di una televisione locale) e le difficoltà di non pochi studenti universitari a produrre testi più elaborati e complessi (vd. pp. 213-214), con esiti da semi-colti e goffe imitazioni del burocratese; in positivo, la capacità di gestire strutture narrative non elementari, come dimostra la casistica (pp. 216-231) tratta dalla raccolta Twitteratura del «Sole 24 Ore» («nano-racconti», entro i 140 caratteri, composti secondo alcune consolidate strategie testuali, in parte comuni al motto di spirito).

Il vantaggio della duttile analisi di Trifone deriva dalla piena consapevolezza che «l’amore di una tesi o di un’idea può giocare brutti scherzi, primo fra tutti una certa negligenza nella confutazione degli elementi potenzialmente avversi» (p. 38). Amicus Plato, sed magis amica veritas. Dunque nessuna apologia o denuncia allarmata della situazione linguistica della penisola, bensì un bilancio equilibrato degli elementi in gioco nell’interazione tra lingua e dialetti secondo «forme di varietà intermedie» (De Blasi, 2014: 222, cit. a p. 186).

La suggestiva metafora richiamata in quarta di copertina esprime bene l’esigenza democratica di ricondurre la lingua a un rapporto vivo e salutare con l’uso, senza per questo indebolirla o stravolgerla, anzi rafforzandone i legami con la comunità dei parlanti e arricchendola tramite nuovi apporti: «Evidentemente nell’Italia del passato il faro del sapere è stato posto troppo in alto, tanto in alto da illuminare i cieli del mondo intero, lasciando però al buio molti parlanti delle terre su cui si ergeva» (p. 37). Sarà opportuno, come suggerisce Trifone, prestare ascolto alla maggioranza non silenziosa.

 

Bibliografia

Berruto (2012) = Gaetano B., Sociolinguistica dell’italiano contemporaneo, Roma, Carocci.

Bruni (1978) = Francesco B., Traduzione, tradizione e diffusione della cultura: contributo alla lingua dei semicolti, in Alfabetismo e cultura scritta, a cura di Attilio Bartoli Langeli e Armando Petrucci, Perugia, Università degli Studi, pp. 77-103.

Castellani (2009) = Arrigo C., Quanti erano gl’italofoni nel 1861?, in Nuovi saggi di linguistica e filologia italiana e romanza (1976-2004), a cura di Valeria Della Valle, Giovanna Frosini, Paola Manni e Luca Serianni, 2 voll., Roma, Salerno Ed., pp. 117-138.

D’Achille (2010) = Paolo D’A., L’italiano contemporaneo, Bologna, il Mulino.

De Blasi (2014) = Nicola De B., Geografia e storia dell’italiano regionale, Bologna, il Mulino.

De Mauro (1991) = Tullio De M., Storia linguistica dell’Italia unita, Roma-Bari, Laterza.

Fresu (2014) = Rita F., Scritture dei semicolti, in Storia dell’italiano scritto. III. Italiano dell’uso, a cura di Giuseppe Antonelli, Massimo Motolese e Luca Tomasin, Roma, Carocci, pp. 195-223.

Giovanardi-Trifone (2015) = Claudio G. / Pietro T., La lingua del teatro, Bologna, il Mulino.

Mengaldo (2014) = Pier Vincenzo M., Storia dell’italiano nel Novecento, Bologna, il Mulino.

Ramondini (1866) = Enrico R., I dialetti e la lingua comune in Italia, Napoli, Nobile.

Serianni (2002) = Luca S., Lingua e dialetti d’Italia nella percezione dei viaggiatori sette-ottocenteschi, in Id., Viaggiatori, musicisti, poeti. Saggi di storia della lingua italiana, Milano, Garzanti, pp. 55-88.

Testa (2014) = Enrico T., L’italiano nascosto. Una storia linguistica e culturale, Torino, Einaudi.

Trifone (2006) = Pietro T., Rinascimento dal basso. Il nuovo spazio del volgare fra Quattro e Cinquecento, Roma, Bulzoni.

Trifone (2010) = Pietro T., Storia linguistica dell’Italia disunita, Bologna, il Mulino.

 

Luigi Spagnolo