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Da leggere_de' Angelis

Arnaut Daniel di Pietro Tripodo venti anni dopo
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A distanza di vent’anni sono state ripubblicate le traduzioni che Pietro Tripodo fece del corpus poetico del trovatore provenzale Arnaut Daniel. Il complesso lavoro del traduttore e poeta romano, edito per la prima volta nel 1997, fu anche l’ultimo della sua vita.

Il volume è stato arricchito dai disegni dell’artista Enrico Pulsoni, posti in copertina e all’inizio di ogni lirica, e dalle riproduzioni fotografiche delle bozze di lavoro del traduttore.

La premessa di Carlo Pulsoni, promotore della riedizione, apre il volume con il ricordo delle discussioni scientifiche e amicali tra lui e Tripodo sulle scelte traduttive dei versi e dei lemmi arnaldiani. Probabilmente da questi scambi nacque l’idea di Pietro di includere nella nuova traduzione anche le rime apocrife del trovatore: il volume infatti si apre con il ciclo di sirventesi osceni (Ia, Ib e Ic), omessi nelle edizioni correnti, seguito poi dalle diciotto canzoni canoniche e dai tre componimenti ritenuti apocrifi XIX, XX e XXI.

La seconda breve premessa è dedicata da Raffaele Manica al Tripodo poeta per il quale tradurre e fare poesia «erano quasi esercizi sovrapposti». Già nella sua raccolta d’esordio Altre visioni Tripodo si era confrontato con autori antichi, aveva trasformato e rimodellato i versi originari forgiando qualcosa di altro. Ci furono poi le traduzioni del poeta austriaco Georg Trakl e la Chioma di Berenice tra Callimaco e Catullo. Tuttavia fu soprattutto l’incontro con Arnaut Daniel, il «miglior fabbro del parlar materno» come lo definisce Dante nel XXVI canto del Purgatorio, a mostrare con quanta dedizione Tripodo coniugasse filologia e poesia. Manica la definisce una vera «febbre» durante la quale il poeta traduttore si impegnò a riconiare l’opera, ad attualizzarla rispettandone l’antichità.

La raccolta è preceduta dall’introduzione di Paolo Canettieri, esperto di Arnaut Daniel nonché amico di Tripodo. Canettieri mette in luce la storia e le peculiarità della poetica arnaldiana: l’analisi dell’arte del trovatore è fondamentale per comprendere l’animo del traduttore, quanto quest’ultimo si rispecchiasse nel poetare faber e ludens di Arnaut. Tra i due poli dell’«officina» e della «taverna» si sviluppa la materia poetica del fabbro/giocatore che all’accuratissimo labor limae (l’utilizzo del meccanismo retorico, la scelta dell’oscurità lessicale) lega la verità delle parole dette. La traduzione realizzata da Tripodo è nuova proprio per la sua preziosità e cesellatura a partire da un testo, quello arnaldiano, «considerato quasi sacralmente». Così le innovazioni lessicali, i giochi linguistici, la metrica, le assonanze e le allitterazioni riescono a restituire nel suo complesso l’impianto della poesia del trovatore. Tutti questi elementi segnalano l’estrema fecondità del poeta che è traduttore di un altro poeta: dalle parole del più antico sbocciano quelle del moderno il quale, per restargli fedele, non esita a coniare neologismi o a proporre veri e propri calchi semantici o di intere locuzioni (ne sia un esempio «m’è mestieri che» per ‘è necessario che io’; «gioia m’è al Campidoglio» e «pregio v’è al Campidoglio» nel senso di ‘al culmine’). L’italiano di Tripodo è ricercato, accanto a lemmi rari patrimonio della nostra cultura poetica da Giacomo da Lentini, Cino da Pistoia, Dante (si veda croia, aggettivo presente anche nella poesia duecentesca), Petrarca fino a D’Annunzio (è il caso del termine bruire nel senso di mormorare: «più presso all’orecchio bruisce» in Allorché van via le brume) e Zanzotto, si incontrano termini dialettali (ruzza), regionalismi (scucchia) e mere invenzioni (imbutiglio, pettiniglio), né manca il recupero del significato antico di parole attuali (ira ‘tristezza’, soggiorna ‘riposa’).

In poesia anche il significante produce significato, dunque la mimesi del dettaglio formale riesce a rispecchiare la complessità dei componimenti di Arnaut. I primi due versi della traduzione di L’aur’amara risuonano intessuti di allitterazioni («L’aur’amara – le fronde fronzute / sbianchisce, – dolce le affolta di foglie»), altrettanto accade per la ripetizione delle sibilanti nell’endecasillabo incipitario «Son sol che so il sovraffanno ch’è sorto» frutto del desiderio di somiglianza fonosimbolica all’originale «Sols sui que sai lo sobrafan que·m sortz». E ancora spiccano la libertà e la genialità con le quali la lingua è plasmata per aderire all’originale («allor mi foglia e fiora e frutta Amore») e con cui certi verbi provenzali sono ricalcati da voci non attive in italiano come sovramare per sobramar, indice del modo di tradurre di Tripodo che Pier Vincenzo Mengaldo definiva unitivo fra «la lingua di arrivo e quella di partenza» (P. V. Mengaldo, Arnaut Daniel nuovamente tradotto). Il poeta traduttore rispetta il più possibile anche la funzione musicale della rima, ecco allora distorsioni di suono (duecente, contrafforto), rime difficili, ad esempio in -iglio (come nella vertiginosa serie periglio:figlio:Corniglio:esiglio:imbutiglio:pettiniglio:asiglio:ciglio), varianti rare di termini inconsueti (broglio per ‘brolo’), parole spezzate in fine di verso per conservare l’accento sull’ultima sillaba:

 

Studente Arnaut va’, sì,

questa notte o domatti-

na a donn’ Inàn e a lei di’

Raimondo di Durfort le di-

ce esser prossimo al Caorsi-

no quando lei mostrò il rapi-

no né risponderei così

[…]

 

La differente estensione del corpo fonico fra le parole provenzali e quelle italiane viene limata, attenuata il più possibile nel tentativo di non creare versi metricamente esuberanti rispetto all’originale: l’incipit arnaldiano En cest sonet coind’e leri è reso con vocaboli brevi «Con gaio suono lieto e lieve», nella stessa direzione va la scelta di tagliare le congiunzioni subordinanti.

Il risultato di questa traduzione imitativa è una lingua altamente poetica, estremamente complessa, rigorosamente filologica e audacemente libera. Un esperimento che, come si legge anche nell’introduzione al volume, «forse non sarebbe spiaciuto ad Arnaut Daniel».
 

Silvia Argurio

Università degli Studi Roma Tre

 

Il libro è liberamente scaricabile al seguente indirizzo:

http://www.insulaeuropea.eu/poetare_italia/tripodo_arnaut.pdf