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Da leggere_de' Angelis

Mario Quattrucci
Un delitto del ’43 e altri racconti
Robin, 2017

La pubblicazione di questa raccolta può costituire un’ottima occasione per accostarsi alla narrativa di Mario Quattrucci. Infatti, i vari testi mostrano bene la varietà di stili e modalità rappresentative con cui l’autore declina il prediletto genere poliziesco, perseguendo sempre il divertimento nella sua accezione più nobile. Il piacere della lettura scaturisce in particolare dal sottile equilibrio con il quale si armonizzano due componenti che verrebbe da immaginare opposte: la narratività allo stato puro, con i suoi personaggi, situazioni e dialoghi verosimili, e la tendenza a smascherare il racconto nel momento stesso in cui lo si pratica, attraverso una serie di procedimenti, tra cui i frequenti rimandi ad altri interpreti del genere (basti citare il racconto Chi ha ammazzato Montalbano?) e il continuo gioco di specchi tra il personaggio del commissario Marè e il suo autore (con tanto di rapporto conflittuale tra i due). Di fronte a queste pagine, si è chiamati alla sospensione e poi alla ripresa dell’incredulità, in un’alternanza continua che crea uno spaesamento a cui ci si arrende volentieri.

La caratteristica più rilevante della scrittura di Quattrucci è senza dubbio la forte presenza del romanesco; non è un caso che i suoi libri abbiano attirato le attenzioni dei dialettologi, che peraltro più in generale proprio nella galassia del romanzo giallo trovano spesso materiale di grande interesse per le loro ricerche. Fine conoscitore del dialetto otto-novecentesco, ma tutt’altro che disattento riguardo alle innovazioni del “neoromanesco”, l’autore ha un nume tutelare nel Gadda del Pasticciaccio, e non fa nulla per nasconderlo; anzi nei suoi racconti si moltiplicano i riferimenti diretti, tra cui vale la pena di citare il seguente, inserito in una sorta di rivelazione di un personale Pantheon letterario: «Ti dà fastidio che usi dell’idioma, o quello che rimane dell’idioma del Belli, e di Dell’Arco, e di Marè? Ma lo sai che anche il grande Gadda, in un romanzo il più famoso e il più mejo de tutto er Novecento l’ha usata anche lui questa parlata [...]?» (p. 101). I conoscitori di Gadda ravviseranno poi numerose consonanze lessicali col Pasticciaccio, quali ad esempio chierichetto ‘misura di un ottavo di litro’, parannanza ‘grembiule’, sciacquatore ‘lavandino’, sciamanno ‘sciarpa’, scioccaje ‘gioielli’, stennarello ‘mattarello’.

Molte di queste parole, ed altre adoperate da Quattrucci, appartengono al romanesco delle generazioni passate, ciò che va ascritto non a quell’atteggiamento nostalgico spesso presente nei cultori del dialetto, quanto piuttosto ad un modo per complicare il piano della rappresentazione, rifuggendo, secondo quanto si notava prima, da facili strategie mimetiche. Infatti, nel racconto che dà il titolo alla raccolta (da cui sono tratti gli esempi riportati) ciò si può spiegare semplicemente con l’ambientazione d’antan; ma lo stesso fenomeno si riscontra in tutti i romanzi che hanno per protagonista il commissario Marè, che si svolgono nella Roma di oggi, col risultato quindi di causare una voluta incongruenza.

L’attenzione per la forma è un dato tutt’altro che accessorio in questo e negli altri libri di Quattrucci: non è eccessivo sostenere che la lingua è la vera protagonista della sua narrativa. Ne è una riprova la pervasiva presenza di passi metalinguistici di vario genere: «il consueto spolverino nerofumo... (smoke of London, si sarebbe detto prima delle sanzioni della Perfida Albione)» (p. 10); «a Roma certe parole in latinorum per via dei preti e delle chiese e magari stroppiate, si sono sempre dette e ascoltate» (p. 31); «Lindoro parlava così: con proprietà di linguaggio e con una certa popolana ricercatezza» (p. 41).

Centralità della lingua e propensione alla moltiplicazione dei punti di vista convergono nella pratica delle autocorrezioni, che Quattrucci, memore anche in questo della lezione del Pasticciaccio, sparge a profusione nei racconti. Spesso, la voce narrante sembra indecisa sulla lingua da adoperare; il romanesco, che appare come la soluzione più immediata, viene così ritradotto in buon italiano: «la posizione córca vale a dire coricata» (p. 11); «quanno che mannava er callarello... allorché pensava intensamente» (p. 20); «a lavà li panni della gente che cià i sordi..., a far da lavandaia per famiglie abbienti» (p. 24); «a sgocciolà... a sorbire lentamente sorso a sorso» (p. 48); «Ma il commissario questa volta fece pippa. Insomma glissò» (p. 185). Ma episodicamente può accadere anche l’inverso: «i due sportelli..., a Roma spòrti» (p. 13).

Proprio attraverso un’autocorrezione emerge bene la capacità del dialetto di essere un mezzo efficace per raschiare via la patina di sciocca affettazione che il linguaggio alla moda stende sulla più banale realtà: «Non gli sembrava vero di mischiarsi alla movida (che a Roma poi vòr di’ caciara) di Campo de’ Fiori Trastevere e Testaccio» (p. 122). È in questi particolari che vanno ricercate le peculiarità più apprezzabili della narrativa di Quattrucci; si spera che aver soffermato l’attenzione su di esse non porti il lettore ad esclamare – come ad un certo punto il narratore pensa di Marè – «Che quando ci si mette pure Giggi è di sicuro un rompipalle precisetto cacavirgole e pedante» (p. 105).

 

Luigi Matt

 

(Università di Sassari)