Questo sito contribuisce all'audience di

 

Da leggere_Martini

Edoardo Buroni
Dare a Cesare la Parola di Dio. La lingua dei “Discorsi alla Città” di Carlo Maria Martini
FrancoAngeli, 2017

Uno dei tratti che hanno maggiormente caratterizzato la figura di Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano dal 1979 al 2002, cardinale dall’83 e personalità di rilievo internazionale, è stato il dialogo con l’altro, che si è espresso in modi molteplici: nel promuovere l’ecumenismo tra le chiese e le confessioni cristiane e l’incontro del cattolicesimo con altre religioni, prime fra tutte Ebraismo e Islam; nel sostenere l’attenzione agli ultimi e in particolare alla realtà carceraria; nell’offrirsi come interlocutore aperto e al tempo stesso fermo per i terroristi, una parte dei quali, con il celebre gesto del 13 giugno 1984, consegnò le armi in arcivescovado; nell’istituire a partire dal 1987 la Cattedra dei non credenti, occasione di incontro con chi, pur ponendosi al di fuori della Chiesa cattolica, ne cercava l’interlocuzione; nel formulare forti e discusse aperture su temi etici, come quelle contenute nelle conversazioni con Ignazio Marino del 2006 e del 2012.

Di tale incessante dialogo fanno parte anche i Discorsi alla Città, rivolti ogni anno, dal 1980 al 2001, agli amministratori della cosa pubblica in occasione della festa patronale (e perciò detti anche Discorsi di San’Ambrogio): non si tratta dunque di prediche, ma di «discorsi indubbiamente politici, o forse meglio socio-politici» (p. 52), come li definisce Edoardo Buroni, che ne ha studiato con intelligenza e passione la tessitura linguistica, attraverso la quale illumina la densità del pensiero martiniano. Discorsi politici, pronunciati però da un arcivescovo nella basilica di Sant’Ambrogio: questa particolare condizione pone in risalto un binomio che va al cuore del carisma di Martini e che continuamente si ripresenta nel suo rivolgersi a Milano e al mondo, quello costituito dalla polis – città degli uomini, lacerati da contraddizioni come la violenza, la solitudine e la corruzione, eppure in cammino verso la Gerusalemme celeste – e dal logos – parola di Dio, espressa però dalla parola umana.

Lo studio di Buroni mostra acutamente come tale connubio di polis e logos dia forma ai discorsi in molti modi: in più di un caso, per esempio, l’avvio è offerto da un passo della sacra Scrittura, poi legato a temi di stretta attualità come l’integrazione degli immigrati musulmani o il crollo della cosiddetta prima Repubblica; parallelamente, spesso nella chiusa il tema trattato è riassunto da un versetto biblico. Ancor più significativa, d’altronde, è l’attenzione di Martini nel vagliare le parole, tanto per una acuta coscienza del loro peso nel dibattito politico, quanto per fare tesoro dell’affermazione di Gesù secondo cui «di ogni parola infondata gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio» (Mt 12,36). Di qui la «consapevolezza, cura e selezione» (p. 164) con cui l’arcivescovo impiega parole e espressioni di Cesare e di Dio: tra le seconde, innanzitutto quelle legate alla Sacra Scrittura, così profondamente amata e coltivata (ascolto della Parola, lectio divina, principio evangelico, scuola della Parola), cui si affiancano termini pregnanti come grazia, croce, mistero, riconciliazione e comunione (entrambe in senso sia sacramentale che spirituale), oltre che, naturalmente, ecumenismo, una parola chiave dell’episcopato martiniano.

Tra le parole di Cesare, vanno ricordate da un lato quelle che designano i problemi della realtà contemporanea, come armamenti, legge dell’aborto, malgoverno, società (e mentalità) consumistica, terrorismo, ecc., dall’altro quelle che indicano valori e punti di riferimento, come diritti umani, città dell’uomo ‒ sintagma caro a Giuseppe Lazzati, legato da amicizia a Martini ‒ o bene comune (con l’analogo bene generale), un’idea centrale nel magistero sociale della Chiesa cattolica, ma significativamente poco considerata dai dizionari dell’italiano contemporaneo o del lessico politico. A proposito delle parole di forte carica valoriale, in un’altra sezione del suo studio Buroni nota che vita e famiglia sono usate in soli due titoli dei Discorsi alla Città, «non perché questi temi siano stati poco affrontati dal cardinale, ma perché le considerazioni a loro riguardo si sono sempre inserite in contesti più ampi e articolati, senza isolare simili valori nell’astrattezza acritica» (p. 54); è un’osservazione che sottolinea appropriatamente il metodo argomentativo di Martini, mentre pecca di anacronismo la contrapposizione istituita tra tale modus agendi e «l’insistenza su quelli che sono stati (forse infelicemente) definiti “valori/princìpi non negoziabili”»: se per un verso è noto che Martini si sentì lontano da tale modo di pensare, per l’altro va tuttavia tenuto presente che il tema dei valori e principi non negoziabili è emerso per la prima volta, nei termini qui in questione, soltanto dopo l’ultimo dei Discorsi alla Città, e cioè nella Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, emanata il 24 novembre 2002 dalla Congregazione per la dottrina della fede guidata dal cardinal Ratzinger.

Il discorrere ampio e articolato di Martini è connotato, piuttosto che dall’immediatezza, da una forte caratura intellettuale: un carattere che, di nuovo, si motiva sia per le circostanze in cui furono detti i Discorsi di San’Ambrogio sia per l’indole di Martini, e che si mostra per esempio nell’ampio uso di connettivi come dunque, tuttavia, anzitutto... in secondo luogo... da ultimo, non solo... ma anche, ecc.; nel ricorso a metafore per lo più già diffuse nell’uso (strade nuove di pace, cammino verso l’unità, stagioni della vita, ecc.); nella scelta per un registro sorvegliato dal punto di vista morfosintattico, con la preferenza per il congiuntivo in subordinate che ammetterebbero anche l’indicativo (Le Chiese dell’Occidente hanno insomma sperimentato che cosa significhi cercare di costruire autentiche comunità cristiane in una società secolare; si noti anche la preferenza per che cosa su cosa), per il pronome soggetto egli e il dativo loro (piuttosto che gli), ecc. Ciò nonostante, il fatto che accanto a queste preferenze aggallino anche forme più innovative «testimonia come la lingua di Martini non sia esclusivamente paludata e quasi, si potrebbe dire, “algida”, ma, in linea con la forma mentis e l’azione pastorale dell’arcivescovo, sia aperta con moderazione e spirito critico ai “segni dei tempi” anche sotto il profilo comunicativo» (p. 134). Di nuovo un’osservazione con la quale Edoardo Buroni lega il dato linguistico al pensiero e all’azione pastorale di Carlo Maria Martini, rifuggendo dal tecnicismo e dando vita a uno libro di marcato spessore umano, oltre che scientifico.

 

Michele Colombo

(Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano)