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Da leggere_Baris_Gadda Manzoni

Paola Italia

Come lavorava Gadda

Carocci editore, 2017

 

Giulia Raboni

Come lavorava Manzoni

Carocci editore, 2017

 

«Non sono, non riesco ad essere, un lavoratore normale, uno scrittore «equilibrato»: e tanto meno uno scrittore su misura. Il cosiddetto «uomo normale» è un groppo, o gomitolo o groviglio o garbuglio, di indecifrate (da lui medesimo) nevrosi, talmente incavestrate (enchevêtrées), talmente inscatolate (emboîtées) le une dentro l’altre, da dar coàgulo finalmente d’un ciottolo, d’un cervello infrangibile».

E. Gadda, Come lavoro

 

Così scriveva Carlo Emilio Gadda nel 1950, in un saggio utile per capire quali dinamiche e quali ragioni governano il suo metodo di lavoro. Paola Italia, lo cita in apertura, nel suo volume Come lavorava Gadda, volume che indaga nella mente dello scrittore, descrive il suo forte sentimento di autocoscienza, mostra l’Ingegnere tra le sue carte e mappa la geografia gaddiana costituita dai tanti archivi che lo custodiscono, presentati per la prima volta ai lettori nel loro complesso (i Fondi della biblioteca Trivulziana; il Fondo dell’Archivio Bonsanti; l’Archivio Liberati; Fondo Gadda di Pavia e del Burcardo e ancora Wiki Gadda e Gaddaman), accanto a progetti che affiancano all’acume del filologo le più moderne tecnologie (THESMA Project).

Il volume di Paola Italia dedicato a Gadda inaugura, insieme a quello di Giulia Raboni su Manzoni, una serie della Carocci dedicata alla Filologia d’autore. Questa serie nasce per rivolgersi a studiosi e studenti che vogliano indagare la genesi delle opere letterarie: inquadrata la poetica dell’autore, si passa, infatti, a una mappatura delle carte e dei libri, alla storia degli archivi e della biblioteca dell’autore a cui è dedicato il lavoro e, poi, in una progressiva messa a fuoco, nel laboratorio dello scrittore, tra le sue carte: organismi sempre vivi e ricchi di messaggi da decifrare, per mostrare, ancora una volta, la dinamicità e la vitalità della filologia d’autore che coglie e rappresenta le fasi dello sviluppo di un testo, interpretandole in una loro evoluzione, in un determinato sistema, per poter definire e comprendere le scelte di lingua e stile, per osservare analiticamente e minuziosamente, da vicino, come sono nati i testi che li hanno resi dei giganti.

 

Sulla scrivania

Tornando a Gadda, Paola Italia ci porta, per esempio, nella sua biblioteca personale e sulla scrivania dello scrittore, andando sempre a più fondo, concludendo con un caso di studio, soffermandosi su un racconto: L’incendio di via Keplero che, significativamente, in precedenza Gadda aveva intitolato Studio 128, a voler rimarcare lo studio, la fatica, un’idea di una scrittura, la sua, frutto di continue scritture e riscritture, come dimostrato dalle sue carte: un caso di studio interessante perché tracciabile in tutta la sua documentazione manoscritta, da seguire in ogni passo, in ogni variante, nelle fasi di composizione del testo.

Testi, quelli dell’Ingegnere, sempre divisi tra anime e schemi: il magma narrativo, l’anima e la disarmonia del mondo, da un lato; contro gli schemi, i confini, le mappe ˗ fissate da Gadda ˗ entro cui far rientrare tutto quello che c’è da raccontare (con possibile fallimento dei progetti iniziali, in alcuni casi, che crollano sotto il peso di idee e strutture troppo ambiziose). Non è sempre possibile dipanare lo gnommero, ma il fine ultimo della scrittura gaddiana è quello di essere strumento necessario e sufficiente per mettere ordine nel mondo («l’indefettibile strumento per la scoperta e l’enunciazione della verità», p. 20). Ordinare, grazie a una lingua opportuna, non da referto, non grigia: pirotecnica, e sapientemente mescidata, con inserimenti dialettali funzionali alla moltiplicazione dei punti di vista della sua scrittura caleidoscopica che rappresenta una realtà complessa, attraverso una lingua ricca e complessa che mostra tutte le sue potenzialità espressive.

 

Ricchezza e  doppioni

«I doppioni li voglio, tutti, per mania di possesso e per cupidigia di ricchezze: e voglio anche i triploni, e i quadriploni» (p. 91), scriveva Gadda.

Alla parola doppioni, mi vengono in mente altre carte, e un altro gigante che, invece, voleva eliminarli: Manzoni, postillatore accanito che, sulla sua copia del Vocabolario della Crusca nell’edizione veronese, commenta: «Una parola nuova che non differisca in nulla dalla comune in quanto a significato, e che in quanto al suono non differisce che in una lettera arreca confusione e non ricchezza alla lingua».

Come lavorava Manzoni? Come è arrivato alla sua lingua? L’impressione, come ha scritto mirabilmente Maria Corti, è quella di «una sublime pedanteria lievemente imparentata col nevrastenico» e la prassi di lavoro di Manzoni, il rapporto con le sue carte ce lo descrive Giulia Raboni nell’altro volume che, assieme a quello di Paola Italia, inaugura questa serie: Manzoni, veniamo a sapere, scriveva di getto, e senza un bozzetto, un progetto, una struttura chiara e definita e poi tornava e ritornava sulle sue carte fino allo sfinimento. E postillava i suoi dizionari (e non solo) rendendone le pagine quasi irriconoscibili, in alcuni casi, tanto fitti e copiosi erano gli interventi, in un continuo confronto e in un serrato dialogo con le sue carte, congeniale agli instancabili processi della sua mente, alla ricerca del rapporto tra realtà e finzione, tra verità della storia e verità dell’arte, e con l’aggiunta del problema della lingua nel suo più grande capolavoro: I promessi sposi.

 

A carte scoperte

Manzoni dobbiamo immaginarlo rapido e naturale nelle fasi di scrittura e che si muove, poi, invece, lentamente nelle fasi di meditazione e verifica: uno scrittore senza bozzetti, che compone in scioltezza, ma torna e ritorna sulle sue carte per limare, costruire e erigere una lingua che è un monumento, in linea col suo ideale di totale adesione di forma e sostanza. Da ciò derivano una serie di tratti caratteristici delle carte manzoniane, evidenziati da Giulia Raboni: «l’andamento a singhiozzo delle stesure dei testi, con un avvio improvviso e accelerazioni seguite da una o più lunghe pause di approfondimento e rimeditazione (andamento ricostruibile dagli epistolari come spesso dalle date apposte sugli autografi); l’acquisizione immediata di nuove soluzioni in corso di scrittura che porta al disallineamento dei testimoni e al procedere parallelo della stesura nuova con la revisione delle parti già scritte; l’interruzione di un testo per iniziarne un altro» (p. 64). Continui rifacimenti, momenti di crisi: un metodo di lavoro che richiede una ricostruzione analitica e costante del suo lavoro, continua e globale delle sue carte (i manoscritti, i volumi della sua biblioteca, le lettere, le postille).

 

A proposito di postille…

Gadda, a differenza di Manzoni, non è un accanito postillatore, e il testimone più attendibile della sua passione per lingue e dialetti rimane ancora la sua pagina. C’è però tra le sue carte qualche significativa eccezione: si veda ad esempio un testo scolastico conservato negli anni del Ginnasio, I principi di stilistica, versificazione e metrica italiana con un dizionarietto de’ modi errati ad uso della 4° classe ginnasiale, di Giuseppe Finzi, tra i segni di Gadda sul testo, un appunto di lettura dello scrittore, all’epoca quattordicenne, che «al termine prolissità, chiosa: “giro di parole che servono a rimpinzare senza esser forti di concetto; parole belle ma vuote”. Immagine e definizione che bene si attanagliano al genere di prosa aborrita dall’ingegnere» (p. 65).

 

Tamara Baris

(Università degli studi di Cassino e del Lazio meridionale)