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Francesco Bianco

Breve guida alla sintassi italiana

Franco Cesati editore, 2017

 

La Breve guida alla sintassi italiana (Cesati, 2017) di Francesco Bianco, eclettico linguista italiano formatosi alla scuola di Maurizio Dardano, attualmente ricercatore di Lingua e Linguistica italiana all’Università “F. Palacký” di Olomouc, in Repubblica Ceca, ha tutti i pregi della manualistica che potremmo definire sintetica o essenziale, a metà strada tra la l’alta divulgazione e l’insegnamento universitario di base, rigorosamente mai superiore alle 200 pagine, sempre più apprezzata in particolare dai giovani lettori, non necessariamente studenti, abituati alla rapidità delle letture a scorrimento video e delle ricerche a tempo di click. Si tratta di una saggistica ormai imprescindibile per i cataloghi di diverse case editrici, anche storicamente alleate dell’università, le quali ne hanno sistematizzato tutte le potenzialità in collane che già nel nome recano la loro impronta e la loro finalità, come le Prime Lezioni o la Biblioteca Essenziale della Laterza, Farsi un’idea del Mulino, le Bussole della Carocci e – metafora perfetta della condensazione acutamente dosata per essere efficace – le Pillole di Franco Cesati, a cui appunto appartiene la Breve guida di Bianco.

I destinatari principali del volumetto, negli intenti dell’autore, sono studenti, anche stranieri - come testimoniano, oltre l’esplicita dichiarazione in premessa, i non pochi confronti con altre lingue - che intraprendano, dopo le scuole superiori, gli studi linguistici di livello universitario: attraverso un percorso di quattro capitoli, «il lettore è guidato, potremmo dire, dalla grammatica – intesa come insegnamento scolastico – alla linguistica – intesa come disciplina scientifica» (p. 11). Un salto, come sottolinea Bianco stesso, che è un passaggio verso una maggiore consapevolezza dei meccanismi di strutturazione della nostra produzione linguistica, non sempre chiaramente percepibili con gli strumenti della grammatica tradizionale.

Un saggio breve e dai chiari intenti didattici, dunque, che però, proprio per il suo sguardo sintetico e chiarificatore, è utile a semplici lettori che in generale vogliano recuperare certi concetti, magari mai più ripresi dopo la fine del percorso di studi, quale sia stato, ma anche per addetti ai lavori che possono trovarvi nuovi stimoli nei metodi e nel merito. E del resto, per comprendere l’ispirazione scientificamente più rilevante di quello che potrebbe apparire come l’ennesimo sforzo di sistematizzazione grammaticale, bisogna partire dalla fine, dalle brevi conclusioni, che tradiscono la ben più lunga ed elaborata riflessione linguistica che ha guidato l’autore nella redazione di questa sintassi. Bianco prende le mosse da quello che un nume tutelare della lingua italiana quale Luca Serianni, nel suo intervento al XXXIX Convegno della Società Italiana di Glottologia tenutosi a Siena nell’ottobre del 2014, ha definito una vera e propria disputa, sempre più evidente e di non facile risoluzione, tra la grammatica tradizionale e le moderne teorie linguistiche, che vede la prima imputata di inadeguatezza dal tribunale delle seconde. Al cospetto di questo conflitto, l’autore denuncia chiaramente che la sua è una posizione di compromesso, e tuttavia ci pare la si possa invece considerare come il frutto di una sapiente capacità di “estrarre dal proprio tesoro cose nuove e cose antiche”: «Della grammatica tradizionale abbiamo accolto una buona parte dell’impianto classificatorio, sia quanto alla categorie, sia quanto ai termini. Alla grammatica tradizionale può essere ascritta la pianificazione stessa del libro e la sua articolazione, per lo meno nei suoi capitoli centrali: prima la frase semplice – oggetto della cosiddetta “analisi logica” -, poi la frase complessa – oggetto della cosiddetta “analisi del periodo” –. In questa cornice, abbastanza tradizionale, abbiamo però cercato di innestare qualcosa di nuovo, ricorrendo ad alcuni risultati, fra quelli ormai consolidati della linguistica moderna» (p. 125). Tra gli aspetti innovativi rilevati dall’autore, la centralità del concetto di sintagma, il concetto di gerarchia dei costituenti, gli apporti della sintassi marcata; soprattutto è davvero notevole il tentativo di «isolare il piano grammaticale da quello semantico, spesso confusi dall’analisi logica, e di introdurre il piano comunicativo-informativo» (p. 125). Modelli espliciti e riconosciuti di questo tentativo di rinnovamento dell’analisi e dell’insegnamento della grammatica sono il già citato Serianni e Francesco Sabatini, il primo a introdurre in Italia, sia in ambito didattico, che lessicografico, la grammatica valenziale.

La scelta stessa di occuparsi, tra tutti gli ambiti grammaticali, di sintassi, non ci pare indifferente: ormai da tempo si discute del profondo impoverimento lessicale della lingua italiana, mentre forse ancor più preoccupante è quello “combinatorio”, che soprattutto l’uso della messaggistica istantanea sta causando in particolare tra le giovani generazioni. Taluni paventano addirittura una sorta di regressione ai linguaggi iconici, visto il ricorso sempre più massiccio a parole abbreviate ed emoticon e non cessa il generale e fondato allarme per l’analfabetismo di ritorno che impedisce ad ampie fasce di cittadini di decodificare testi complessi. Fa bene dunque Bianco a ribadire che «le parole non “vivono” isolate, ma devono essere combinate fra loro per produrre delle sequenze più lunghe, complesse e dotate di significato» e che la funzione della sintassi è proprio quella di «produrre messaggi complessi […] partendo da unità semplici» (p. 15): una ricchezza articolatoria talora scontata, ovvia, naturale, eppure mero frutto di convenzione, necessaria e fondamentale in ogni linguaggio, come ben sa la linguista protagonista del recente film Arrival (2016), alle prese con la decodifica di messaggi alieni, massimamente realizzata nelle lingue storico-naturali, che, oggi, dopo millenni di evoluzione umana, rischiano invece di essere schiacciate sulla dimensione della sola parola.

Tratti fondamentali dell’agile manuale di Bianco sono la bibliografia finale aggiornata ed essenziale, e forse per questo ancor più significativa; un glossario di voci, segnalate in grassetto nel testo, importante per una disciplina di cui spesso si sono sottovalutate la tecnicità e l’univocità dei relativi termini; note esplicative e di approfondimento – ben 21 – chiamate zoom e poste in rilievo in appositi riquadri staccati dal corpo del testo proprio per sottrarle all’incalzare della trattazione e ampliare, anche con gustose digressioni, alcuni aspetti particolari. Di grande valore il ricchissimo corredo di esempi che hanno il sapore della lingua viva, tratti da contesti e usi in situazione differenziati, come pagine di giornale, pagine letterarie, parlato informale. La legenda dei simboli fa subito emergere questa preziosa varietà di fonti: testi di canzoni, testi scritti, trasmissioni televisive, film. Collante di tutto, oltre che esempio concreto di estrema proprietà del mezzo linguistico di cui si disquisisce, la scrittura limpida e cristallina, alleggerita dalla scansione in brevi capitoli e paragrafi, che con ritmo e freschezza, mai a detrimento di precisione e densità, centra in pieno l'obiettivo di rendere accattivante e fruibile un argomento che cela diverse insidie, come la sopra menzionata tecnicità, ma anche la noia del noto e dello scontato, trattandosi di questioni ampiamente (ma quanto adeguatamente?) affrontate sui banchi di scuola.

Da segnalare infine la continuità virtuale dell’approfondimento offerto, che trascende le pagine cartacee per ampliarsi potenzialmente all’infinito sul web, con l’allestimento di materiali supplementari su internet alla pagina www.francescobianco.net/sinatassicesati/. Uno spazio che vuole essere molto più di un’appendice: un’arena interattiva di esercizio e confronto, di domande e sollecitazioni, un rimando sempre aperto ad altre risorse affidabili, che renda il libro «uno strumento flessibile e continuamente in fieri» (p. 13). Proposta del tutto rispondente ai tempi, alle attitudini dei giovani destinatari del libro e – non da ultimo – alla ormai assodata natura vitale delle lingue, che mal sopporta imbrigliature e schematizzazioni che non nascano dal confronto con l’uso reale e condiviso.

 

Rosarita Digregorio

(Istituzione Sistema Biblioteche Centri Culturali – Roma Capitale)