Da leggere_dimenticatoio

Il dimenticatoio. Dizionario delle parole perdute

Firenze, Franco Cesati editore, 2016

Dove vanno a finire le cose che hanno smesso di passare e ripassare per il nostro cuore, quelle cioè che non ricordiamo più (‘ricordare’ viene dal latino recŏrdāri, a sua volta formato da re- ‘indietro’ e cor, cordis ‘cuore’, organo ritenuto anticamente sede della memoria)?

C’è un grande luogo immaginario dove si accatastano pensieri, idee, sensazioni e sentimenti, profumi, colori e sapori, dolori e gioie (e tanto altro) che, volontariamente o involontariamente, abbiamo deciso di affidare all’oblio: il dimenticatoio.

Tuttavia, per quanto riguarda il bagaglio lessicale della lingua italiana, qualcuno si è preso la briga di riportare alla luce o, in alcuni casi, di spolverare quasi «2.000 parole tra quelle di basso uso, letterarie, con qualche incursione nelle obsolete».

Per vari mesi, e animate dall’amore verso la nostra lingua, le redattrici della Franco Casati Editore hanno scovato, selezionato e conservato i vocaboli che trovavano nei testi sui quali lavoravano. Così è nato Il dimenticatoio. Dizionario delle parole perdute, un libro collettivo, un progetto corale («allo scorso Salone del Libro di Torino, armate di lavagna ed entusiasmo, abbiamo chiesto a moltissime persone di appuntare, e in qualche modo consegnarci, le loro “parole dimenticate”», p.7), utile anche a farci comprendere che la lingua italiana offre la possibilità a chi la usa con cura e attenzione di esprimersi con estrema precisione.

L’entusiasmo con il quale è stato concepito questo libro-quaderno trapela perfino dalla veste grafica: i caratteri utilizzati simulano la scrittura a mano, le illustrazioni sono piene di grazia e humour, le sottolineature spiritose ed efficaci, divertenti i rimandi e le frecce, scherzosi e brillanti i disegnini, acuti i box di approfondimento e le curiosità, garbate le foto, utili i consigli letterari. Una sorta di diario in ordine alfabetico, redatto con passione ed esuberanza per non dimenticare, tornare ad utilizzare – e magari tramandare vocaboli – abbandonati alla dimenticanza talvolta solo per indolenza.  

Non stupitevi se, dopo averla definita fardona, la vostra amica vi metterà il broncio: a p. 87 scoprirete che significa ‘donna esageratamente truccata’. Però, dopo aver letto il box per approfondire, potreste spiegarle che con questa parola, usata da Pier Paolo Pasolini (1922-1975) in Ragazzi di vita (1955), in verità ci si riferiva a una bella ragazza.

«“Che te guardi?”, faceva, oppure, secondo i tipi o la corsa del tranve: “A capò, sto attaccato ar tranve, embè?”, e gli mostrava interrogativo la mano con le dita strette; o s’era un giovanotto: “Che me ’i presti te, du’ scudi, a moré?” E se poi era una fardona: “Quanto sei bbona”, e preso dall’entusiasmo ricominciava a cantare più forte».

Non avrete scampo invece con lampascione (p.129): infatti,  lampascione, oltre ad indicare una pianta di cui si utilizza il bulbo nella cucina dell’Italia meridionale, significa ‘sciocco, persona stupida e ingenua’.

Il dimenticatoio è un agile dizionarietto che, peraltro, non spaventa, non incute il timore che invece potrebbe derivare anche solo dal peso (in ettogrammi) di un vocabolario diciamo più tradizionale: può attrarre anche chi non ha molta familiarità con i libri, i cosiddetti “lettori deboli”, ovvero coloro che leggono al massimo tre libri in un anno. È facile e divertente da consultare, per ogni lemma c’è una breve spiegazione letterale o figurata, talvolta, come abbiamo visto, citazioni letterarie, esempi d’uso e sinonimi.

Per molti dei “lettori forti” (almeno un libro al mese), i libri sono oggetti quasi sacri, immacolati contenitori di scienza e sapienza, e pertanto non devono essere insudiciati, tanto meno sottolineati, o spiegazzati. L’orecchia, poi, quell’odiosa (per alcuni) piegatura che può sostituire il segnalibro, è da esposto in procura. Eppure, alcuni libri, come Il dimenticatoio, lasciano spazio anche ai lettori, uno spazio vero e proprio, reale, tangibile, che permette loro di trasformarsi in co-autori, partecipi e attivi redattori di un libro che va oltre l’ultimo foglio stampato.

Le pagine che chiudono questo volume sono fogli bianchi, anzi color crema, così introdotti: «La caccia alle parole finite nel dimenticatoio potrebbe non concludersi mai! Per questo abbiamo deciso di lasciare un po’ di spazio per te, per aggiungere le tue parole perdute a questo dizionario o tenere da parte quelle che più ti hanno affascinato e pensi userai molto presto».

In una sala d’attesa, china sui fogli bianchi e concentrata sui vocaboli che mi avevano colpito di più, riempivo anch’io la mia lista privata delle parole da non dimenticare (Il mio dimenticatoio - p. 216), quando un bambino di poco più di 6 anni, piacevolmente sorpreso e probabilmente attratto dalla copertina colorata del volume, mi ha domandato: “Stai scrivendo un libro?” “No, tesoro, sto scrivendo su un libro”. A matita, però.

Margherita Sermonti

 

 

                                 

 

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