Da leggere_Zarra

(a cura di) Yorick Gomez Gane, con un saggio di Giuseppe Zarra e interventi di Claudio Marazzini

Quasi una rivoluzione. I femminili di professioni e cariche in Italia e all'estero

Firenze, Accademia della Crusca, 2017

 

Tre specialisti della lingua per una questione di grande attualità, quasi sempre (quando la si sfiora) al centro di discussioni e polemiche: la femminilizzazione dei nomi di professioni e di cariche. Questo il tema del volume che qui si presenta, originatosi dalla proposta formulata nel 2016 dal Direttivo dell'Accademia della Crusca per un progetto di «ricerca sui titoli di cariche pubbliche e professioni esercitate da donne nelle principali lingue europee» affidato a Giuseppe Zarra e supervisionato da Yorick Gomez Gane, curatore del libro e autore della prefazione (pp. 13-17).

Una ricognizione dunque sulle varietà contemporanee, ma opportunamente sorretta da uno sguardo storico-linguistico, e attenta ai risvolti internazionali (non limitati al solo mondo anglosassone) della questione di genere. Alla voce dei due studiosi si aggiunge quella del Presidente dell'Accademia della Crusca, Claudio Marazzini, che correda il volume di una Premessa (pp. 5-12) e di due interventi conclusivi (rispettivamente Qualche precisazione sul tema del "linguaggio di genere", mentre i lavori sono in corso, pp. 121-129 e Polemiche sul linguaggio di genere, pp. 131-134).

 

Il titolo del libro recupera le parole di Pier Vincenzo Mengaldo che nel suo contributo sulle vicende linguistiche del secolo trascorso (Storia dell'italiano nel Novecento, Bologna, il Mulino, 20142, p. 122) definisce «quasi una rivoluzione» il processo di femminilizzazione dei nomi di professioni e di cariche pubbliche che coinvolge l'italiano attuale e che costituisce un inequivocabile indizio della «presenza della donna sempre maggiore nel mondo del lavoro e della politica» (Prefazione, p. 13).

 

Il saggio centrale (I titoli di professioni e cariche pubbliche esercitate da donne in Italia e all'estero, pp. 19-120), di Giuseppe Zarra, si avvia con un'ampia panoramica del caso italiano (pp. 23-57). A seguire lo studioso esamina la situazione nelle altre lingue europee (contemplate nei loro usi anche nelle Americhe e in Oceania): quelle in cui la marcatura di genere è forte, come lo spagnolo (pp. 58-73), il francese (pp. 74-92), il tedesco (pp. 93-105), e quelle con marcatura debole, come l'inglese (pp. 106-120).

Le sezioni dedicate a ciascuna lingua seguono uno schema grosso modo omogeneo: si aprono con una riflessione sull'origine del dibattito relativo al sessismo linguistico e sul ruolo delle istituzioni; analizzano poi gli aspetti grammaticali della questione; si soffermano sull'uso (con specifica attenzione alla scrittura giornalistica e burocratica e alla comunicazione ufficiale) e sulla percezione dei parlanti; si concludono con un apparato bibliografico puntuale e aggiornato.

 

I dati, commentati quantitativamente e qualitativamente, provengono da fonti di prima mano, costituite da articoli di giornali e lanci di agenzia (ANSA), testi legislativi e documenti ufficiali (bandi, ad esempio, e circolari scolastiche), presenti in rete; Zarra li ricava compulsando archivi digitali online di quotidiani (ma qualche riflessione proviene anche da spogli su stampa cartacea) e interrogando, con le dovute cautele (di cui lo studioso dà scrupolosamente avviso), il motore di ricerca Google; non mancano riscontri con i consueti strumenti di riflessione linguistica (dizionari, grammatiche, studi specifici).

 

Ne emerge un quadro dettagliato, che restituisce, per quanto riguarda l'italiano, la resistenza del maschile non marcato (o neutro o inclusivo), preferito (con ampio margine, e con rare eccezioni, come il caso di sindaca, promosso evidentemente dalla recente campagna mediatica) nel trattamento dei titoli di incarichi politici e professionali esercitati da donne, nonostante gli orientamenti a favore della femminilizzazione attivi nel nostro paese da diversi decenni. Una resistenza, non di rado manifestata dalle stesse donne (talvolta per convinzione che il maschile neutro indifferenziato sia nobilitante), che pare riconducibile, secondo Zarra, soprattutto all'incertezza sull'accettabilità della femminilizzazione. Da qui la necessità di rendere maggiormente consapevoli gli utenti della lingua circa la liceità grammaticale di talune forme, rispetto ad altre, alternative, offerte dal sistema - alcune delle quali peraltro in declino (come il tipo ibrido la ministro o i moduli ottenuti con il determinatore donna) - che suscitano dubbi e perplessità (pp. 46-49).

 

L'italiano appare in parziale controtendenza con quanto emerge per le altre lingue, la cui evoluzione e uso si presentano, sia pur con differenziazioni connesse agli eventi storici, politici e socioculturali delle varie nazioni, sostanzialmente inclini alla femminilizzazione dei titoli professionali e istituzionali riferiti alle donne: così lo spagnolo, in Europa e ancor di più in America Latina (pp. 70-71), e il francese, che con l'avallo degli organismi politici propende per la mozione al femminile (pp. 88-89); e, ancora, il tedesco, nel quale i femminili designanti titoli professionali e politici sono pienamente affermati, e nel quale dunque coincidono «la spinta normativa a sostegno della visibilità linguistica delle donne [...] e le tendenze d'uso» (p. 103). Nell'inglese (esaminato qui soprattutto quello del Regno Unito e degli Stati Uniti d'America), infine, domina una pressione verso la neutralizzazione della marcatura di genere, in accordo al principio di trattamento simmetrico dei due sessi, perseguito negli ambienti anglofoni con anticipo rispetto alle altre lingue, e coerentemente con l'uso accolto da tempo nelle grammatiche (p. 117).

 

Al bilancio offerto da Zarra si affiancano i rilievi di Claudio Marazzini, che illustra la genesi del libro, inquadrandola all'interno delle esigenze di rinnovamento linguistico correlate ai cambiamenti della condizione sociale della donna, e ripercorre gli interventi, spesso polemici, sulla questione, a partire da quelli notissimi di metà anni Ottanta, suscitati dai librini di Alma Sabatini (Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana e Il sessismo nella lingua italiana, ambedue pubblicati a Roma sotto l'egida della Presidenza del Consiglio dei Ministri per i tipi dell'Istituto Poligrafico dello Stato, rispettivamente nel 1986 e nel 1987).

Marazzini chiarisce le posizioni ufficiali dell'Accademia della Crusca, frequentemente interpellata tanto da professionisti e figure istituzionali (anche di altissimo grado) quanto da cittadini comuni che si rivolgono all'istituzione per ricevere indicazioni in merito al problema del linguaggio di genere. E, ancora, dell'Accademia ricorda l'impegno e le numerose iniziative sul tema, tra le quali, da ultimo, il volumetto di Cecilia Robustelli, Sindaco e sindaca: il linguaggio di genere, apparso nel 2016 come volume n. 4 della collana «L'italiano. Conoscere e usare una lingua formidabile» co-edita dall'Accademia della Crusca e da «la Repubblica».

Lo studioso ribadisce gli intenti dell'Accademia, mirati soprattutto a problematizzare la questione, mettendone in luce la natura controversa e la costante evoluzione, e avanza una serie di riflessioni, condotte anche sulla base di confronti con altre realtà nazionali: rievoca, ad esempio, la posizione dell'Académie française, che ha "assolto" il maschile inclusivo.

 

Ma la questione - notano tutti gli autori (p. 11, p. 45 e p. 125) - è molto più complessa e coinvolge non soltanto ristrutturazioni morfosintattiche (relative cioè alla scelta dei suffissi e/o a cambiamenti lessicali) ma anche altri aspetti del sistema linguistico, come il meccanismo dell'accordo aggettivale e participiale (e quindi, per esempio, il ministro e la ministra sono andati o andate?) che genera spesso in testi mediatici usi disomogenei e incoerenze sintattiche (lo ricorda Zarra, ma si veda anche Silverio Novelli, La ministro è priva di grammatica, http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/scritto_e_parlato/ministro.html).

 

Più in generale, osservano gli autori, «interventi artificiosi sul meccanismo della lingua possono alla fin fine complicare inutilmente la vita del parlante» (cf. Marazzini, a p. 126), e invitano a valutare con cautela, e caso per caso, i cambiamenti del sistema, richiamandosi a quel «sano principio di economia linguistica» (così Gomez Gane a p. 16, ma anche Marazzini, a p. 10), che regola le lingue. Si pensi, ad esempio, alle ricadute giuridiche di una modifica sistematica in ambito legislativo, che costringerebbe a riscrivere o a tradurre in linguaggio non sessista l'intera Costituzione, e numerosi altri testi normativi e prescrittivi, con il rischio di compromettere il beneficio del diritto per le donne in caso di sviste e distrazioni nell'operazione di rinuncia al maschile neutro a vantaggio dello sdoppiamento dei due generi (come già osservato da Luca Serianni, recensione a Codice di stile 1993, in «Studi linguistici italiani», 20, 1994, pp. 151-154, a pp. 153-154).

 

Piuttosto che rischiare una «paralisi comunicativa», dunque, appare conveniente accettare oscillazioni (sempre presenti, del resto, nella lingua) tra forme parimenti ammissibili sul piano grammaticale (sin tanto che l'abitudine e l'uso non favoriranno la prevalenza di una sull'altra); e, ancora, pare opportuno rispettare le posizioni divergenti, adottando una prospettiva democratica della lingua, «in cui la maggioranza governa, i grammatici prendono atto delle innovazioni» e cercano di coniugarle con la tradizione «e le minoranze, anche ribelli, hanno pur diritto di esistere senza dover temere l'eliminazione fisica o la cosiddetta gogna mediatica» (p. 123).

 

In questo regime di democrazia linguistica trovano posto, con ottime probabilità di essere accolte per la loro funzione conciliante, soluzioni di compromesso, come quella proposta da Vittorio Coletti (Grammatica dell'italiano adulto, Bologna, il Mulino, 2015, p. 83), e qui caldeggiata dai tre autori del volume (p. 17 p. 48, p. 133): adottare il femminile quando la carica si accompagna al nome della donna che la ricopre, mantenendo il maschile (non marcato) quando ci si riferisce alla carica in quanto tale; quindi, ad esempio: La ministra Boschi, la presidente Boldrini (per i nomi epiceni basterà la sola anteposizione dell'articolo femminile) e la circolare del ministro, il ministro decreta, indipendentemente dal genere.

 

Di rilievo, infine, appare l'esortazione di Marazzini a considerare che i comportamenti discriminanti verso la donna risiedono non tanto nell'uso del maschile non marcato (magari corretto dall'articolo: il ministro/la ministro) quanto piuttosto in altri inserti linguistici, che talvolta vengono aggiunti: efficace l'esempio riportato (alle pp. 133-134) relativo alla ministra Maria Elena Boschi, definita dolcissima Boschi, «discriminatorio e offensivo, molto di più di quanto possa esserlo (se mai lo è) il maschile nel nome della carica» (p. 134).

 

Rita Fresu

(Università di Cagliari)

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