Da leggere_Italiano scritto 2.0

Massimo Palermo

Italiano scritto 2.0. Testi e ipertesti

Roma, Carocci, 2017

Le caratteristiche linguistiche più importanti della comunicazione elettronica in italiano sono oggi piuttosto chiare. Basta guardare un po’ indietro, tuttavia, per accorgersi che per giungere a questo risultato c’è voluto molto impegno da parte dagli addetti ai lavori. Una ventina di anni fa molti contributi, anche di alto livello, si chiedevano se la lingua della posta elettronica fosse lingua scritta o lingua parlata, oppure davano per scontato che il semplice passaggio alla lettura su schermo dovesse automaticamente trasformare la lingua di determinati tipi di testo. In tutte queste aree, i dubbi sono stati sciolti solo dopo molte ricerche sul campo.

 

Gli approfondimenti non hanno però avuto una distribuzione uniforme. Nel caso italiano, un settore rimasto un po’ ai margini è quello della linguistica testuale, cioè lo studio delle caratteristiche che hanno i testi in quanto tali, a livello strutturale, prescindendo dall’ortografia, dalla morfologia e dalla sintassi. Per questo è molto interessante che Massimo Palermo ne tratti nel suo ultimo libro, dedicato all’Italiano scritto 2.0 ma con lo stimolante sottotitolo di Testi e ipertesti.

 

Di “ipertesti” si parlava molto a cavallo del Duemila: un saggio di riferimento ancora oggi citato è L’ipertesto: tecnologie digitali e critica letteraria, di G. P. Landow. In seguito, però, l’interesse dei linguisti è andato a sistemi di comunicazione con una complessità più ridotta, e in particolare a Twitter (solo negli ultimi anni si sta cominciando a studiare sistematicamente il ben più diffuso Facebook). Le modalità di creazione e di fruizione di testi più articolati, a cominciare dalle voci di Wikipedia, sono rimaste meno conosciute – anche perché nel frattempo la disponibilità di Google ha fatto sì che la forma classica di ipertesto, basata su collegamenti espliciti tra pagine, venisse in buona parte abbandonata. I testi lunghi oggi in rete hanno un assetto molto tradizionale e poco ipertestuale.

 

In questo contesto, il libro di Massimo Palermo fa nel primo capitolo una cosa importante, ma che ultimamente è stata fatta di rado: presenta vari tipi di testo digitale e le modalità con cui essi sono fruiti. Il secondo capitolo presenta poi le basi teoriche per gli approfondimenti, parlando per esempio del ruolo dell’interpretazione e dell’intertestualità nella comprensione dei testi e dell’importanza dei generi testuali. I testi vengono in seguito presi in esame in base a parametri come la dialogicità, la brevità e la frammentarietà.

 

Nel capitolo conclusivo l’autore presenta anche una filosofia per l’integrazione di queste novità tecnologiche nella scuola e nell’Università. Il quadro che ne esce è molto stimolante, e vale la pena approfondirlo. Secondo Palermo, sono infatti illusorie sia l’idea “di tener fuori la rete dal processo educativo” (p. 99) sia quella di trasferire in classe “le tecnologie e l’apprendimento informale” (p. 100). Assieme allo sviluppo critico della capacità di lettura di testi digitali è invece importante che la scuola riesca a conservare le capacità tradizionali, tra cui per esempio quella di discutere criticamente le fonti e di aggirare i vincoli imposti.

 

Che occorra tenere conto del mondo esterno è indubbio. Chi si occupa dell’insegnamento di lingue classiche sa, come nota Palermo (p. 99), che oggi esercizi tradizionali come le versioni dal latino si possono assegnare solo con cautela, perché trovare traduzioni già pronte è diventato molto facile; chi insegna lingue vive sa che la richiesta di scrivere testi originali viene spesso gestita dagli studenti meno scrupolosi usando traduttori automatici… abitudine che a volte entra perfino in classe. Tuttavia, in casi del genere si ha solo una leggera facilitazione, rispetto alle tradizionali procedure di copia. E in generale, tutte le persone coinvolte nel sistema scolastico e universitario possono affrontare testi e ipertesti senza affanni. Non esistono “nativi digitali” con schemi di pensiero radicalmente diversi da quelli delle generazioni precedenti, come è stato (più o meno seriamente) sostenuto. Esistono comunità di persone che, in varie età e in vario modo, prendono confidenza con una serie di strumenti di comunicazione e affrontano i problemi connessi.

 

Del resto, saltellando da uno strumento all’altro, molte scelte sono evidentemente questione di semplice buon senso. In alcuni casi è meglio mandare una mail e in altri è meglio vedersi di persona. A volte è preferibile una telefonata, a volte è meglio WhatsApp. In alcuni casi è meglio inviare un biglietto di carta con qualche riga scritta a mano, e in altri un commento su Facebook. Se non tutti sono in grado di fare queste scelte con la fluidità che sarebbe auspicabile, l’insegnamento formale può spingere nella giusta direzione. A maggior ragione lo può fare quando si passa alle scelte tra generi testuali: a volte per comunicare basterà una spiegazione informale su un forum e a volte sarà necessario scrivere un articolo di enciclopedia, un saggio o un’analisi tecnica.

 

Alcune delle sfide più interessanti in questo settore sono per fortuna già oggetto di sperimentazione. Nella scuola e nell’Università esistono iniziative basate sul gioco e sull’uso di generi testuali concentrati sulla brevità, come tweet, emoji e simili. Forse meno praticate sono semmai le attività con funzione comunicativa reale, basate spesso su testi lunghi: dalla realizzazione di riviste online (anche in continuità con i classici giornalini scolastici) alla scrittura di voci di Wikipedia, dal sunto di libri alla produzione di fan fiction. Le ragioni per questa disparità sono ovvie. Tutto ciò che ha a che fare con la produzione e la correzione di testi lunghi richiede infatti molto lavoro – non automatizzabile – da parte dei docenti.  Però questo è un problema che può essere gestito attraverso una ragionevole assegnazione di risorse e di priorità, non una sfida impossibile.

 

Che un’educazione linguistica democratica debba fornire competenze nella lettura e nella scrittura dei generi testuali e degli strumenti di comunicazione oggi in uso lo dicono, come mostra in dettaglio Palermo (pp. 103-106), anche le Indicazioni nazionali per la scuola e i documenti ministeriali. Trasporre tutto ciò in pratica, e in attività motivanti, richiede molto impegno ma è un’impresa sicuramente alla portata del sistema scolastico e universitario italiano.

 

Mirko Tavosanis

(Università di Pisa)

 

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