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Da leggere_Olimpiadi

(a cura di) Ugo Cardinale, Paolo Corbucci e Massimo Fagotto

Le Olimpiadi di italiano. Un osservatorio sulle competenze logico-linguistiche degli studenti delle scuole superiori

Bologna, Il Mulino, 2017

A partire dal 776 a. C. (probabilmente anche prima) e fino al 393 d. C., nei mesi estivi, ogni quattro anni, nella città sacra di Olimpia, si celebravano i più importanti giochi panellenici in onore di Zeus.

Nell’Ottocento, fu poi il francese Pierre de Coubertin, scrittore di pedagogia e di sport affascinato sin da giovanissimo dall’antica Grecia, a riportarli in vita: nel 1896, «Suonò finalmente l'ora in cui, nel restaurato e splendente stadio (di Atene), il re Giorgio di Grecia decretò la rinascita della manifestazione, pronunciando la formula: Proclamo aperti i Giochi della prima Olimpiade dell'era moderna». (Temi olimpici: Pierre de Coubertin di Roberto L. Quercetani - Enciclopedia dello Sport - 2004).

Le olimpiadi cui si riferisce questo libro, le Olimpiadi di italiano, hanno una storia diversa. Nascono nel 2011, in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Sono gare individuali di lingua italiana, cui possono partecipare gli studenti di istituti secondari di secondo grado, divisi per categorie.

Non sono dedicate al sommo degli Dei, ma cercano piuttosto di allontanare alcune divinità malevole e assai temute da studenti, insegnanti e, più in generale, da studiosi e amanti della lingua, come per esempio il dèmone delle frasi monche, degli errori sintattici, ortografici e di punteggiatura o il dèmone del degrado della competenza linguistica, il più infido di tutti.

Chi abbia desiderio di misurarsi in queste prove organizzate dal Miur con il contributo di numerosi Enti e con la collaborazione scientifica –, tra gli altri – dell’Accademia della Crusca, può iscriversi tramite la propria scuola secondo una precisa procedura ed entro una certa data (www.olimpiadi-italiano.it).

Lo scopo primario delle Olimpiadi è senz’altro ludico. Oltre a voler «stimolare il desiderio di conoscere l’italiano e incentivarne lo studio, e nello stesso tempo promuovere e premiare le eccellenze» (p. 46) mirano anche a «sensibilizzare gli insegnanti, gli studenti e le stesse famiglie su una questione non sempre adeguatamente considerata: la necessità di “una conoscenza della lingua materna sicura e ricca”» (p. 17).

Il volume, come recita anche il sottotitolo, è un osservatorio privilegiato sulla lingua utilizzata nella scuola del nostro tempo e raccoglie un campione significativo di esercizi: «è un commento puntuale alle prove delle Olimpiadi di italiano, sulla base delle opinioni di linguisti autorevoli […]. Poiché si tratta di un grande gioco, seppure di un gioco colto e intelligente (una volta tanto), nessuno aveva pensato che fosse il caso di sottoporre le prove a una completa radiografia […] Sono anzi lontanissime [le Olimpiadi ndr] da qualunque forma di valutazione più o meno burocratica; ma ci si può chiedere se, almeno indirettamente, non sia possibile utilizzare i dati anche per una ricognizione che aiuti a meglio comprendere la situazione reale della scuola» (Claudio Marazzini, pp. 11-13).

Dopo la Presentazione (Carmela Palumbo), la Prefazione (Claudio Marazzini), l’Introduzione (Ugo Cardinale, Paolo Corbucci e Massimo Fagotto), il capitolo dedicato a Tradizione, tecnologie e innovazioni per promuovere la lingua italiana e incentivare il merito (Paolo Corbucci), la ricognizione è stata realizzata secondo questo schema: Le gare e gli esercizi (Marina Beltramo e Maria Teresa Nesci), Ortografia (Marina Beltramo), Morfologia (Anna M. Thornton), Sintassi (Giorgio Graffi), Lessico (Luca Serianni), Testualità (Carla Marello), Punteggiatura  (Maria Teresa Nesci) e Gli esercizi e le fasi finali (Ugo Cardinale).

Di là dai commenti specifici sugli esercizi (accurati, chiari e stimolanti) e sui risultati ottenuti dai partecipanti, le osservazioni degli esperti offrono spunti di riflessione rilevanti, per chi voglia farne tesoro. Oltretutto, studi di questo genere mantengono alta l’attenzione sull’importanza della nostra lingua intesa ovviamente non come “materia” scolastica, ma come occasione comunicativa. Come giustamente sottolinea Claudio Marazzini (p. 14), commentando l’intervento di Maria Teresa Nesci, «gli insegnanti, leggendo queste riflessioni a margine delle olimpiadi, potranno eventualmente rivalutare aspetti della correttezza linguistica che un’affrettata e superficiale applicazione di concetti derivati dalla linguistica moderna può aver fatto trascurare. Certe semplificazioni pedagogiche hanno sicuramente rischiato di produrre danno». Peraltro, non guasta sottolinearlo, «lo studio dell’errore può aiutare a capire quali sono i bisogni di grammatica nella scuola del nostro tempo» (p. 23).

«Si tratta di vedere quanto e in che modo le eventuali critiche emerse nel giudizio degli esperti siano utilizzabili per un ulteriore miglioramento della macchina complessa che seleziona la serie dei fortunati vincitori» (Claudio Marazzini, p. 12). Senz’altro, come afferma Luca Serianni nelle Riflessioni conclusive del capitolo Lessico, «Sull’utilità delle Olimpiadi non possono esserci dubbi: è l’occasione di un monitoraggio delle capacità linguistiche degli adolescenti, almeno dei più bravi, ed è un’occasione festosa grazie al meccanismo della libera competizione. I questionari somministrati appaiono complessivamente ben strutturati, anche se possono essere migliorati» (p. 207).

Torniamo al nostro barone de Coubertin: in che modo commenterebbe questo particolare tipo di Olimpiadi? Si limiterebbe a ripetere la celeberrima frase grazie alla quale è noto in tutto il mondo (frase peraltro non sua e che egli ebbe solo il merito di divulgare)?

Forse sì, forse anche de Coubertin capirebbe che è importante stimolare i più giovani ad amare la propria lingua “giocando”, probabilmente giudicherebbe in modo positivo la voglia di cimentarsi in qualcosa che non può riguardare solo la scuola e che rappresenta un importante «mattone dell’edificio della conoscenza» (p. 19). Forse, il barone francese direbbe anche in questo caso che, se è vero che finalisti e vincitori in fin dei conti sono pochi, in moltissimi possono provare la gioia (e la soddisfazione) di partecipare.

                                                                       Margherita Sermonti

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