Da leggere emoji

Francesca Chiusaroli, Johanna Monti, Federico Sangati

Pinocchio in Emojitaliano

Sesto Fiorentino (FI), Apice libri, 2017

Maneggiando per la prima volta Pinocchio in Emojitaliano si è colti da stupore. Che cosa sono tutte quelle faccine adagiate sulle pagine a numerazione pari del libro? Che cosa c’entra il burattino nazionale? Saremo mai in grado di comprenderne il significato?

Sì, niente panico: non si tratta di un test di intelligenza né di una giocosa trasposizione del testo collodiano: siamo di fronte ad un importante esperimento linguistico, condotto da Francesca Chiusaroli, docente di Linguistica generale e applicata e di Linguistica dei media all’Università di Macerata, Johanna Monti, docente di Traduttologia e Traduzione specialistica all’Università di Napoli “L’Orientale” e dal ricercatore indipendente Federico Sangati.

Forse la sorpresa è data dal fatto che siamo abituati a vedere le (o gli) emoji – «termine giapponese (lett. "pittogramma") con cui si designa una serie di simboli raffiguranti oggetti, animali e faccine in grado di rappresentare concetti ed emozioni, introdotti dall’operatore nipponico NTT DoCoMo nel 1999» (emoji, Enciclopedie online) – “a servizio” o “a integrazione” delle parole e non assemblate in una lunga sequenza interrotta solo da alcuni segni, come se le stesse emoji fossero state promosse alla categoria di parole.

Suscita un certo spaesamento anche vedere stampate su carta pagine e pagine di qualcosa che siamo abituati a vedere sullo schermo dei nostri dispositivi digitali (la dimensione digitale è tuttora disponibile sul blog Scritture brevi o su Telegram).

Il nuovo provoca sempre sorpresa, che poi essa si traduca in gradimento o rifiuto dipende da altri fattori che non ci interessa analizzare in questa sede.

L’«Emojitaliano è, concretamente, la “grammatica” più il “glossario” di Pinocchio in Emojitaliano, ovvero il set di regole predefinite e il repertorio di corrispondenze italiano-emoji concordate nel corso della traduzione» (p. 9). Una traduzione collettiva e creativa, iniziata nei primi mesi del 2016 su Twitter: «Ogni giorno per otto mesi ho scritto [Francesca Chiusaroli, ndr] un tweet con una frase di Pinocchio, e durante il giorno arrivavano proposte di traduzione. A fine giornata le valutavamo e creavamo una traduzione ufficiale che veniva riversata nel bot. Negli ultimi due mesi di lavoro i tweet erano praticamente tutti uguali, perché si era venuto a creare un codice di riferimento al quale tutti aderivano». (Eugenio Giannetta, Emoji. La nuova frontiera linguistica «Avvenire», (Agorà) 30 novembre 2017).

Il primo esperimento di questo tipo in Italia, «un esperimento di riscrittura creativa che consiste nell’allestimento di un repertorio a base semantica, con corrispondenze istituite tra i segni della tastiera emoji (quelli accolti dal Consorzio Unicode) e la lingua» (p. 10).

Le novità del progetto è che non solo esso ha riguardato un’opera letteraria italiana, rispetto, per esempio, ad altri precedenti esperimenti in area anglofona, ma che ha configurato un vero e proprio codice standardizzato, l’Emojitaliano appunto.

«Rispetto a iniziative analoghe già svolte (Emojidick, Wonderland, Neverland, Pleasureland o il più recente Biblemoji), vi è, con Pinocchio in Emojitaliano, innanzi tutto la novità di proporre, in versione integrale, una fonte letteraria italiana, un testo che, per altro, gode di fama mondiale e conosce numerosissime traduzioni in lingue straniere, agevolando così la prospettiva interlinguistica. Obiettivo ulteriore rispetto al livello lessicale è, infatti, di costruire un codice condiviso fondato su una struttura morfo-sintattica imposta, artificiale, capace di consentire l’individuazione delle unità minime distintive e delle funzioni degli elementi nella frase e conseguentemente la lettura, non soltanto in italiano» (Francesca Chiusaroli, Tradurre Pinocchio in emoji, Treccani. it, La lingua italiana, speciale La parola si mette in gioco, a cura di Silverio Novelli).

È importante sottolineare che «l’operazione proposta non intende corroborare il “mito” dell’universalità vagheggiato nelle argomentazioni sul ruolo dei pittogrammi nella comunicazione internazionale, ma neanche fermarsi alle rigide, quanto indiscusse, conclusioni relativiste. Al contrario, l’esperimento ha inteso superare la prospettiva particolarista riaffermando l’importanza del piano della convenzione per il funzionamento di ogni linguaggio, o sistema di segni, anche (o soprattutto) nel caso di un codice a base pittografica» (p. 15).

C’è però da interrogarsi quanto ci sia, in qualsiasi essere umano, il sogno di Lejzer Ludwig Zamenhof, padre dell’esperanto, con la sua vita spesa a costruire «una lingua universale che accomunasse il mondo intero» (Paolo Di Stefano, Quell’oculista col pallino delle lingue che creò l’Esperanto, «Corriere della sera», 14 aprile 2017).

Certamente il desiderio di superare i muri dell’incomunicabilità, reali o immaginari che siano, è sempre forte e presente in ognuno di noi. Nonostante la storia dell’umanità a volte ci dia torto.

«La filosofa Simone Weil descrive il modo in cui due prigionieri rinchiusi in celle attigue imparino, in un lungo arco di tempo, a comunicare tra loro battendo contro il muro. “Il muro è ciò che li separa ma anche quello che permette loro di comunicare”, scrive» Stephen Grosz, Una storia che non possiamo raccontare, Mondadori, 2013.

Ben vengano, dunque, esperimenti di questo tipo, che, al di là della specificità di ognuno di essi (lingue artificiali, traduzioni, codici condivisi), favoriscono lo scambio comunicativo e contribuiscono ad abbattere, o quanto meno scalfire, ogni tipo di muro.

 

                                   Margherita Sermonti

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