Da leggere_sonetto

Fabio Magro, Arnaldo Soldani

Il sonetto italiano. Dalle origini a oggi

Roma, Carocci editore, 2017

Per qualcuno è l'orgoglio di «quello spirto guerrier ch'entro mi rugge», per altri è l'amaro avvedimento «che quanto piace al mondo è breve sogno». Nella memoria potrà essersi impresso l'eroismo foscoliano oppure il languore petrarchesco, ma ci sono pochi dubbi sul fatto che chiunque abbia studiato un po' di letteratura italiana avrà in mente almeno un sonetto con cui identificarla.

Nel libro di Fabio Magro e Arnaldo Soldani il sonetto, la forma metrica che incarna la nostra tradizione lirica (ma non solo quella: basti pensare al comico-realistico), diventa un punto di vista da cui osservare la nostra intera storia letteraria, dalle origini al Novecento. La convinzione di base che muove i due studiosi è che le forme metriche non sono soltanto schemi, scheletri ritmici da riempire di parole, ma veri e propri organismi storici, «attraversati dalle linee di forza che definiscono lo spazio letterario come uno spazio [...] storico, dunque per sé mobile, dinamico» (p. 11). Ricostruire la storia del sonetto, allora, significa non soltanto descriverne la morfologia e le spinte evolutive o conservative cui è stato sottoposto nei secoli, ma soprattutto dare un quadro sintetico delle forze storiche, linguistiche ed estetiche, collettive ed individuali, che hanno lasciato le loro impronte fossili su questo modello metrico. Tutto ciò attraverso, ovviamente, il confronto serrato coi testi: nell'analisi dei quali il modello principale è stato senz'altro Pier Vincenzo Mengaldo, i cui lavori sono i più citati in bibliografia.

 

Il libro si articola in capitoli scanditi diacronicamente. Nei primi due si affrontano questioni metodologiche, come i concetti di forma e di genere; le ipotesi sui rapporti del sonetto con la musica; la disposizione dei versi, delle quartine e delle terzine nei manoscritti antichi; o la vexata quaestio delle origini del sonetto. Si sa, infatti, che il sonetto non conosce un'esistenza embrionale, ma nasce già adulto e ben formato: siamo sicuri di certi dati anagrafici, come il luogo di nascita (la Magna Curia) e il padre (Giacomo da Lentini), ma gli studiosi non hanno ancora risposte sicure sulle modalità effettive della genesi (le ipotesi in campo, che vengono riassunte efficacemente da Soldani, sono quella numerologica di Pötters, affascinante ma un po' artata, e quella combinatoria di Antonelli, più vicina alle concrete tecniche compositive della poesia dell'epoca). I capitoli successivi ripercorrono le tappe fondamentali della lirica italiana: Petrarca e il Trecento, l'età dei petrarchismi, il manierismo e il barocco, e poi il Settecento, l'Ottocento e il Novecento.

 

Dando un'occhiata alla lista dei sonetti citati, si nota subito come agli autori più celebri si affianchi un buon contingente di letterati minori, o comunque meno noti: nella filogenetica di una forma poetica, infatti, gli iati e le innovazioni possono partire da chiunque, anche da chi rimase lontano da vette estetiche o contenutistiche; può capitare, poi, che una di queste innovazioni venga ripresa e coonestata da un autore di maggior fama e qualità, acquisendo allora la forza d'imporsi come modello. La frequenza degli autori fuori dal canone si concentra soprattutto fra Trecento e Ottocento, mentre ci sono meno sorprese per quanto riguarda l'ultimo secolo: oltre ai vari Saba, Montale, Caproni, Fortini, Zanzotto o Sanguineti, infatti, l'unico nome poco noto è Italo Dalmatico (pseudonimo di Gerolamo Italo Boxich), che comunque tocca solo la prima metà del XX secolo, essendo morto nel 1940. Nei secoli precedenti, invece, troviamo molti più autori fuori dal canone (da quello scolastico ma, in parte, anche da quello universitario) come il Beccardi, Gidino da Sommacampagna, Quirini, Giusto de' Conti di Valmontone, Giambattista Felice Zappi, il Cassiani. Notevole è che ci sia soltanto una donna citata, cioè l'arcade Faustina Maratti Zappi: mancano le petrarchiste del Cinquecento, come Gaspara Stampa o Vittoria Colonna, cui non si fa cenno nemmeno nel paragrafo dedicato al periodo. È questa, forse, una delle poche lacune significative del libro di Magro e Soldani, perché in una ricostruzione complessiva delle vicende del sonetto, che ha l'obiettivo di mostrarne l'incredibile versatilità nel corso dei secoli, avrebbe potuto essere molto interessante verificarne anche l'interpretazione "di genere".

 

Le analisi dei testi coniugano sintesi e chiarezza, riuscendo a mettere in luce i legami tra gli stilemi dei singoli autori e il modo in cui essi si manifestano nei sonetti. Le questioni centrali sono, quasi sempre, le scelte rimiche ed il rapporto tra volute sintattiche e partizioni metriche. È evidente, però, che in entrambi questi aspetti restano implicate anche altre componenti, più o meno sottili, come lo stile argomentativo, la retorica, la disposizione degli accenti. Facciamo un paio d'esempi. Nei paragrafi fondamentali dedicati a Petrarca, gli autori analizzano lo sperimentalismo sintattico del poeta, che tende a disporre subordinate nelle quartine e a far "deflagrare" la principale soltanto alla fine della fronte o all'inizio della sirma: in questo modo si mette in luce non soltanto in che modo un autore possa creare tensione all'interno della prevedibilità di una forma metrica, ma anche i punti di distacco del sonetto di Petrarca da quello stilnovista, dove la ramificazione sintattica non creava eccessivi strappi dalla metrica – per una serie di ragioni ben indagate dagli autori. Un altro esempio, preso agli antipodi temporali, cioè dal capitolo sul Novecento. Nei Sonetti dell'anniversario di Giorgio Caproni (1942) quartine e terzine sono presentate come un "monoblocco" (p. 196), quasi per reagire con questa compattezza alla forza con cui «il discorso travolge la struttura non riuscendo mai a trovare una pausa in corrispondenza delle partizioni strofiche», mentre «il verso si presenta spesso frammentato da incisi, parentesi, rotture» (p. 196). I testi di Caproni, allora, valgono da exempla per mostrare come, nel secolo delle tragedie e del definitivo sdoganamento del caos in letteratura, il dispositivo formale del sonetto possa diventare una difesa rispetto alla spinta emotiva, ma anche l'unico paradossale modo per veicolare, attraverso delle regole, l'indicibile.

 

Molto utili sono anche i dati quantitativi che emergono dalla schedatura dei sonetti studiati dagli autori, che registrando i tipi di rima scelti per la fronte e per la sirma rivelano concretamente le fasi di evoluzione e quelle di conservazione. Un confronto tra le antologie di sonetti marinisti e di sonetti arcadici, per citare un solo caso, mostra come la fronte a rime alterne fosse scelta nel 14% dei casi dai marinisti, che com'è noto erano molto più sperimentali, mentre cresce al 31,4% negli arcadi, in cui inoltre lo schema – particolarmente eterodosso – ABAB BABA subisce una netta emarginazione.

 

Il sonetto italiano, per concludere, ha tutte le qualità per essere non soltanto un ottimo supporto manualistico per i corsi universitari, ma anche un'importante guida per gli insegnanti delle scuole superiori. Troppo spesso, infatti, i nostri studenti sono abituati a considerare le forme metriche una tassonomia utile solo a dare la risposta giusta durante un'interrogazione. E invece il sonetto, come c'insegnano Magro e Soldani, è molto di più: è uno specchio da cui scrutare il microcosmo di un testo, la complessità con cui questo si dà una forma e si organizza, portando con sé un universo d'informazioni sulle anime collettive e individuali di un'intera epoca.

 

Michele Ortore

(Università per stranieri di Siena)

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