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Michele Napolitano

Il liceo classico: qualche idea per il futuro

Roma, Salerno Editrice, 2017

Per una coincidenza, sono usciti in questi ultimi mesi diversi volumi sulla scuola e sull’insegnamento delle materie umanistiche. Non è solo una questione di moda: il tema è sul tavolo e in molti ci si avvicinano e ne discutono da prospettive diverse.

Napolitano, come è del tutto normale, ha idee – a seconda dei casi – più o meno vicine a quelle di altri autori; ma, in genere, il suo volume si contraddistingue, rispetto ai tanti testi sull’argomento, per la forte vocazione didattica: lascia un largo spazio a una serie di proposte operative (rivolte direttamente ai docenti), che potrebbero aiutare a migliorare l’insegnamento delle materie classiche.

Nella prima parte del volume, Napolitano presenta, come si dice, i numeri (e le cause) della crisi; e sono numeri non proprio incoraggianti (per ricordare un solo dato: oggi scelgono l’indirizzo classico non più di sei o sette studenti su cento: quasi dimezzati rispetto a dieci anni fa).

Quanto alle cause, se ne individua anzitutto una remota, intrinseca alle dinamiche stesse della società moderna; la potremmo sintetizzare con una domanda: che posto si deve dare a un liceo imperniato sul pur nobile concetto di otium in una società che misura il valore delle cose sull’efficienza e sull’utilità?

Tuttavia, pur considerata questa storica difficoltà di collocazione, l’insegnamento delle materie umanistiche ha tradizionalmente conservato un posto di tutto riguardo, in Italia, anche per una precisa ragione legislativa: il liceo classico ha costituito, fino a tutti gli anni sessanta, la condizione per l’accesso agli studi universitari. Caduta questa clausola, ha cominciato a prevalere il criterio dei gusti personali. Nell’immediato, per un effetto inerziale, le conseguenze sono parse irrilevanti, si faceva valere il vecchio principio secondo cui il futuro studente universitario doveva fare il classico. Con gli anni, l’antica domanda latente si è fatta sempre più effettiva: a cosa servono il latino e il greco? Napolitano discute a lungo sulla questione dell’utilità del liceo classico anche tenendosi ironicamente distante dai non pochi luoghi comuni che circolano sull’argomento (si pensi solo all’idea del liceo classico che “ti prepara a tutto” o che “serve per la vita”; mi permetto di aggiungere, ai tanti esempi ricordati da Napolitano, la divertente scena del Film Mia madre, di Moretti, in cui è rappresentato un genitore che prova in qualche modo a motivare la figlia recalcitrante di fronte al latino: «Oh, il latino è importante, eh! Il latino serve a ragionare, a costruire un discorso, a scrivere… per esempio, la struttura logica viene dal latino, no? Cioè… non lo so adesso poi tutto quanto… non mi ricordo… so che serve a qualcosa, ma non mi ricordo più a cosa, va bene?»).

Particolarmente intenso e interessante il dialogo con Paola Mastrocola. La Mastrocola interpreta lo studio (soprattutto quello letterario) come una “ribellione silenziosa” e offre, dell’adolescente curioso dei classici, un’immagine idealizzata: è l’eroe romantico che si oppone con coraggio alla rozzezza e alla superficialità delle masse. Michele Napolitano ritiene condivisibilmente che le «strategie di contrapposizione frontale con il mondo» siano semplicemente dannose e che occorra «il coraggio e la forza di fare i conti col mondo nel quale ci tocca di muoverci così come esso si presenta ai nostri occhi» (p. 29). Si tratta di due punti di vista opposti sulla questione, che potranno avere conseguenze anche sul modo di impostare la didattica.

Nella seconda e ampia parte del suo volume, Napolitano affronta gli argomenti che ne giustificano il titolo; propone, cioè, idee per il futuro: una serie di suggerimenti pratici per aiutare i ragazzi a entrare in una relazione corretta con il mondo classico. Tra i tanti temi affrontati dall’autore, merita particolare attenzione la questione del tradurre. Per quanto ha – talvolta – di involontariamente comico, quando è lasciata nelle mani di un liceale, la traduzione è stata spesso additata come una delle cause della crisi dei licei: un pensum vagamente punitivo, del quale né gli studenti né gli adulti riescono a comprendere il fine. D’altra parte, l’idea di avvicinarsi a una antica civiltà prescindendo dalla sua lingua ha in sé qualcosa di paradossale. L’autore si sofferma a lungo su tale questione, mostrando con esempi concreti le molte opportunità che l’attività della traduzione può offrire a uno studente.

È un libro notevole, questo di Napolitano, che aggiunge un contributo prezioso a un dibattito, come si diceva, già molto vivace: chi insegna materie letterarie nella scuola o nell’università troverà ampia materia di riflessione e utilissimi suggerimenti.

 

Gianluca Lauta

(Università degli studi di Cassino)

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