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Da leggere_Bartezzaghi

Stefano Bartezzaghi

Parole in gioco. Per una semiotica del gioco linguistico

Milano, Bompiani, 2017

Se si gioca con una lingua, significa che la si conosce a fondo. Tuttavia per essere bravi giocatori, bisogna anche avere la capacità di “allontanarsi” da essa, di avere uno sguardo distante e distaccato, per coglierne sempre quegli aspetti che con l’assidua frequentazione si perdono: per giocare con la lingua, insomma, bisogna rimanere vicini alle parole e lontani da esse al tempo stesso. Se la parola diventa banale, quotidiana, consueta viene avvolta da una sorta di nebbia che la rende uguale alle altre, che fa di essa un granello di sabbia di una spiaggia chilometrica.

Non servono pedine, dadi o tabelloni: «Il gioco è una potenzialità sempre presente nel linguaggio umano: emarginare il primo dal secondo può essere sinora stata, da parte delle scienze umane, una mossa a carattere essenzialmente difensivo» (p. 9).

Quando i bambini iniziano ad avventurarsi nella conoscenza della lingua riescono a percepire nelle parole, talvolta con ingenuo stupore, aspetti sempre nuovi e inconsueti, suoni e costruzioni ormai invisibili agli adulti.

La prospettiva del saggio Parole in gioco. Per una semiotica del gioco linguistico è appassionante come lo sguardo sorpreso di un bambino, ci permette di cogliere quella ricchezza linguistica che avevamo sotto il naso e che forse era diventata invisibile o perlomeno non così visibile. «Non si parla solo per essere capiti o per trasmettere qualcosa sullo stato del mondo. Si parla per mentire, per convincere, per commuovere, per promettere, per segnalare la propria presenza, per dare aria alla bocca. Si parla anche per giocare, o per lasciar giocare le parole» (p. 26).

Chi si dedica allo studio sistematico del gioco linguistico lo sa bene, ed è il caso di Stefano Bartezzaghi, la cui eclettica attività non è affatto facile da comprendere nel recinto di una definizione: certamente è docente di Semiotica e Teorie della Creatività e direttore del master di giornalismo alla Iulm di Milano, è enigmista, scrittore, funambolo della parola, osservatore meravigliato dei giochi volontari e involontari della lingua, di sicuro non ludolinguista, come lui stesso tiene a precisare: «Ludolinguista […] deve essere un conio di qualche enigmista accademico: una parola che ritengo ripugnante. […] In caso di emergenza, cioè quando bisogna proprio essere identificati, uso “saggista ed enigmista”. In fondo come enigmista ho incominciato, e oggi continuo a seguire le riviste e a pensare che l’enigmistica sia un contenitore più vasto di quanto non ritengano i suoi adepti meno elastici» (in Anthony Mollica Insegnare/Imparare l'italiano? È un gioco di parole! ovvero Ludolinguistica e glottodidattica, www.accademiadellacrusca.it).

In questo libro, generosamente ricco di esempi, citazioni letterarie, storie di scrittori, italiani e stranieri, considerazioni stimolanti, e prospettive inusuali, Bartezzaghi ha costruito un percorso che nasce da una riflessione sulla parola parola, che si sofferma sui giocatori della parola, per poi far chiarezza su che cosa siano i giochi di parole, cercando di delinearne i confini, organizzando «l’eterogeneità attorno ad alcuni principi base». Nell’ultima parte, più teorica ma non per questo meno avvincente, ci si pone il problema di una possibile semiotica dei giochi linguistici, perché «alcune categorie che per la semiotica sono fondamentali (proprio nel senso che ne hanno costituito le fondamenta) […] sono alla base anche di una possibile semiotica del gioco e intervengono necessariamente in un’analisi formale dei giochi linguistici» (p. 127).

Si è sempre giocato con le parole, dagli antichi Egizi ad oggi, ed è sempre più importante comprendere quando una parola giochi o faccia sul serio, in un’epoca nella quale la potenza comunicativa invade prepotentemente la nostra vita quotidiana, e pertanto diventa fondamentale riuscire a riflettere sui contenuti.  La “democraticità” del gioco verbale sta nel fatto che riguarda «tutti i parlanti, dagli analfabeti ai premi Nobel» e talvolta «i giochi anche complessi, come quelli enigmistici, per molti parlanti costituiscono la principale, se non l’unica, occasione di riflettere sulla propria lingua» (p. 8).

«Giocare con le parole è quindi un modo fra gli altri di usare il linguaggio. Dicendo così non si è ancora detto molto, visto che bisogna capire che cosa sia quel “modo” e visto che la parola gioco è ancora più complicata della parola parola. Tutti però ci dicono che il gioco ha a che fare con la libertà (oltre che con i vincoli): ci possiamo legittimamente aspettare che “giocare con le parole” sia uno dei modi in cui si ha la maggiore libertà di impiegarle. Ma “libertà” nei confronti di cosa?» (p. 28).

 

                                                                       Margherita Sermonti