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Claudio Giunta

Come non scrivere. Consigli ed esempi da seguire, trappole e scemenze da evitare quando si scrive in italiano

Torino, UTET, 2018

«Molti italiani, quando scrivono […] complicano inutilmente il discorso, si creano inutilmente delle difficoltà, vanno a caccia della forma elegante finendo per risultare incomprensibili e ridicoli» (p. 41).

Se vi considerate tra quegli italiani e pensate di avere tra le mani un manuale per imparare a scrivere, avete sbagliato libro. Nella Premessa è l’autore stesso a mettere in guardia il lettore: «Non s’impara a scrivere leggendo un libro sulla scrittura, così come non s’impara a sciare leggendo un libro sullo sci».

Ed è proprio vero. Però, prima di scoraggiarsi e di chiudere mestamente il volume (non senza aver chiamato prima il maestro di sci), consoliamoci con l’idea che comprendere i propri limiti è già molto, e mettersi in discussione (nella scrittura come nella vita) significa avere la possibilità di crescere da un punto di vista qualitativo. Questo è l’atteggiamento giusto per affrontare le 328 pagine che compongono il libro e gustarvele, uscendone vivi, con la consapevolezza che non siete (o siamo) soli. Un buon punto di partenza è quindi sapere che cosa non fare, tenendo presente che i «consigli […] riguardano la cosiddetta ‘scrittura argomentativa’ (relazioni, temi, tesi, articoli), non quella creativa» (p. 11).

Come non scrivere, quindi. Claudio Giunta, docente di Letteratura italiana all’Università di Trento, cerca di svelarci i segreti di una lingua pulita ed efficace, e molti dei tranelli in cui è possibile cadere  quando siamo di fronte a un foglio bianco, reale o virtuale che sia. E lo fa senza penna rossa né bacchetta ma con la grazia e l’acume di chi sa e vuole condividere un viaggio al centro della lingua, ricchissimo, pieno di esempi (buoni e cattivi), modelli da seguire, strade da non prendere, idee e suggerimenti dai quali partire anche per una riflessione importante sulle storture dell’uso dell’italiano, nostre e altrui.

Come invece scrivere dipenderà soprattutto da noi, dalla nostra frequentazione della lingua, dalla nostra capacità di assorbire da chi ne sa più di noi, e da quanto tempo dedichiamo alla lettura. Ripartiamo da Italo Calvino e da Primo Levi, dalla loro visione della lingua trasparente, comprensibile, diretta e, aggiungerei, anche democratica.

Siamo tutti potenziali abitanti della calviniana (di Italo) antilingua, «la lingua nemica della chiarezza e della concretezza» (p. 38), basta saperlo e ripartire da lì, anche se «Il problema dell’antilingua è molto più serio di quanto il tono scherzoso di questo articolo [Italo Calvino, L’Antilingua] lascerebbe immaginare perché, come osserva più avanti Calvino, questa lingua artificiale, fasulla, è il sintomo di un rapporto sbagliato non solo con il linguaggio ma con la vita e con se stessi» (p. 38).

Molti secoli prima, anche Galileo, nelle sue Considerazioni al Tasso, dava alla trasparenza semantica un valore fondamentale, ricordando che «parlare oscuramente lo sa fare ognuno, ma chiaro pochissimi».

Prima di addentrarsi nei capitoli dedicati alle buone maniere della scrittura, alla forma e al contenuto, alla punteggiatura, ai consigli sulla sintassi e su alcune questioni grammaticali, alle citazioni, ai cliché e alle scemenze da evitare, bisogna avere ben chiare le tre “leggi” che l’autore enuncia all’inizio del volume, ispirandosi a un notissimo tennista degli anni Settanta, a un personaggio di una serie televisiva e al famoso retore.

La prima, la Legge di Borg, riguarda la necessità di impegnarsi, di essere scrupolosi ed accurati (sempre e comunque, quindi anche nella scrittura): «“La impegna più un set con Lendl o un set con McEnroe?” […]. Rispose Borg: “Mi impegna tutto, anche un set con mio nonno”») (p. 14). La Legge di Silvio Dante (personaggio della nota serie statunitense I Soprano) si riferisce alla chiarezza e prende spunto dall’esasperazione di Silvio Dante, appunto, di fronte a un mafioso con cui è seduto in un ristorante, che dice e non dice, parlando in modo incomprensibile: perciò scrivete chiaro (p. 15), se non altro per non irritare Silvio Dante. La Legge di Catone si ispira ad una massima latina e al suo probabile autore: «per scrivere bene di una cosa, bisogna averla studiata seriamente». Sembra ovvio ma credo sia utile ribadire che «se conosciamo bene un argomento, troveremo anche le parole per spiegarlo» (p. 16).

È un buon inizio, anzi ottimo. Un solido salvagente al quale aggrapparsi per non aver paura di navigare nel mare insidioso della scrittura, pur avendo una barchetta poco attrezzata. La partenza è stimolante, chiara, incisiva: «Questo libro non insegna a scrivere» (p. 11), anche se poi non è proprio così, perché non insegnare è un modo per insegnare senza sedersi in cattedra. L’autore si “sporca” le mani, i lettori (o i discenti: il libro è la «messa in bella» di corsi di non scrittura tenuti all’Università di Trento») si inoltrano nei labirinti della «lingua disonesta» con una segnaletica stradale di prim’ordine, senza rischio di perdersi. Anzi, con la certezza che si uscirà dal labirinto sapendone molto di più.

E mi auguro di aver mantenuto l’equilibrio raccomandato nel box Le buone maniere. Non parlate troppo bene di una cosa. Ma neanche troppo male (p. 203).

 

Margherita Sermonti

 

 
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