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Da leggere_enigmistica

Eugenio Salvatore

Emigrazione e lingua italiana. Studi linguistici

Pisa, Pacini Editore, 2018

«Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti».

(Cesare Pavese, La luna e i falò)

 

«Qualcosa di tuo che anche quando non ci sei resta ad aspettarti» o aspetta tue notizie come le aspettano, per esempio, i tuoi cari: da aggiornare sulle tue condizioni; da ascoltare per non perdere la tua vera identità e il contatto con la tua terra.  Se Pavese scriveva che un paese ci vuole, è anche e soprattutto vero che, in tante delle vite passate dei nostri connazionali emigrati, una lettera ci è voluta: ogni volta, tutte le volte, per tenere vivo il legame («il legame è scrivere»: Antonio Belli, nel 1903, al figlio Vittore, p. 71), per non perdere la memoria («caro Padre non avere timore che io abbia dimenticare la nostra Famiglia», Luigi Pedruzzi, nel 1884, p. 333).

 

Mancanze che colmano assenze

 

Uno studio di Eugenio Salvatore, Emigrazione e lingua italiana. Studi linguistici (Pacini Editore, 2018, pp. 350) prende in esame 240 lettere di emigrati italiani, accomunate proprio da questa esigenza.

I testi coprono più di un secolo (dal 1880 al 1990); gli scriventi hanno diverse provenienze geografiche (Lombardia e Veneto; Toscana; Abruzzo; Calabria), per poter condurre un esame analitico delle particolarità delle singole aree, ma anche per cercare di delineare una sintesi finale.

Queste lettere sono l’unico modo per colmare l’assenza dei propri cari e la distanza dal proprio paese, nonostante le consistenti mancanze, in termini di conoscenza della lingua italiana, da parte degli scriventi, vinte, però, di fronte alla necessità imposta dall’intimo bisogno di scriversi (e comprendersi). La lingua che incarna questo sentimento di nostalgia e questa necessità di difesa, infatti, è una lingua che nasce dalla volontà tenace di compiere qualcosa di buono e di utile lontano da casa e di poterlo raccontare, anche se «a proposito del contesto linguistico di partenza degli emigrati del nostro corpus si può ipotizzare, in generale, che il loro livello di alfabetizzazione scolastica fosse molto basso» (p. 92). La loro è una competenza disomogenea; per i più si poteva parlare di un possesso passivo e limitato solamente ad alcune macroabilità, ma per fare fortuna nelle terre lontane in cui arrivavano «saper lettera» è stato fondamentale.

 

Una lingua per comprendersi

 

Con fatica, eppure, hanno scritto, e anche molto, in una lingua che «ha una facies superficiale abbastanza ben definibile. La patina dialettale è accentuata in ambito fonomorfologico, e meno evidente in altri settori della lingua; la sintassi è segmentata e spesso mancano espliciti legami transfrastici, che tuttavia sono ricostruibili per inferenza dal destinatario; l’interferenza con le L2 è attiva in particolare a livello lessicale» (p. 331).

È una lingua scritta per comprendersi, una lingua nata per farsi capire dal proprio interlocutore, «sfruttando il principio dell’elasticità dello sforzo cooperativo tra corrispondenti» (p. 324), cercando di aggrapparsi a quel poco di italiano che gli scriventi conoscevano. La fatica del passaggio dalla propria competenza orale alla pagina scritta è ravvisabile nell’errata segmentazione delle parole, nell’ortografia incerta, nella punteggiatura che manca e nella sintassi che ricalca tanti moduli e costrutti tipici della lingua parlata; ovviamente, non mancano le incursioni dialettali e le interferenze con le lingue d’arrivo.

La lingua di questi testi è la lingua di chi ha contribuito, con le proprie mancanze, col proprio repertorio triglottico e col tasso di spontaneità del genere testuale che ha scelto per veicolare il proprio messaggio, a portare un importante contributo all’unificazione linguistica nazionale. L’emigrato si trovava, infatti, in una condizione che lo obbligava a ristrutturare la propria identità linguistica e a difendere quella nazionale: gli emigrati avevano un’anima stratificata e composita (conoscevano il loro dialetto, la loro varietà di italiano regionale, avevano un’immagine di italiano, entravano in contatto con i dialetti delle persone che avevano conosciuto nei paesi in cui erano arrivati). Quell’anima composita è stata modellata secondo un preciso intento – cercando di smussare la propria componente dialettale e attingendo al proprio bagaglio di conoscenze alte – nelle conversazioni a distanza coi propri cari.

 

Riti

 

È un repertorio frammentato quello analizzato nel corpus e l’invito più volte ricordato dallo studioso è di esaminare questi documenti evitando di collocarli entro paratie storico-linguistiche preconfezionate: non cedere mai a facili banalizzazioni; analizzare questi testi singolarmente, individualmente e da quelle analisi trarre poi la sintesi che porterà alle più ragionevoli conclusioni. Niente stereotipi, insomma, ma non si può non parlare di formule stereotipate se si parla di lettere.

Se prendiamo l’esempio di una delle lettere di Gelsomina Boschetti, scelto anche da Salvatore, vediamo, infatti, che più della metà del documento è dedicata a formule rituali e che le lettere degli emigrati analizzate nel corpus «rispettano in massima parte la struttura articolatoria che pancronicamente connota questo genere testuale» (p. 126).

Più grammatica epistolare che grammatica vera e propria, per una lingua che, con fatica, cercava di limare alcune proprie peculiarità per arrivare a un fine ben preciso: «bisognava scrivere meglio di come si parlava, ma soprattutto bisognava comunicare efficacemente con i propri cari rimasti in patria» (p. 332).

 

Tamara Baris

(Università degli studi di Cassino e del Lazio Meridionale)

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