Da leggere_enigmistica

Luca Zuliani

L’italiano della canzone

Roma, Carocci editore, 2018

 

Wolfgang Amadeus Mozart e Pietro Metastasio condivisero parte del XVIII secolo (26 anni), morirono entrambi a Vienna (il poeta nel 1782, il musicista qualche anno dopo, nel 1791) e si dedicarono, da diverse prospettive (e con diversa fortuna), alla musica.

Solo che Mozart era un musicista e dava voce alle melodie che aveva nell’anima scrivendole attraverso le note musicali. Era lui l’attore protagonista della composizione, e non, per esempio, Lorenzo Da Ponte, come nel caso delle bellissime opere in italiano (Nozze di Figaro, 1786; Don Giovanni, 1787; Così fan tutte, 1790). Da Ponte era “semplicemente” un librettista.

Pietro Metastasio, invece, «era un poeta in senso proprio e ognuno dei suoi libretti d’opera (dei suoi “drammi per musica”, si diceva ai tempi) veniva musicato da molte decine di compositori, che erano ritenuti meno importanti dell’autore dei versi e spesso vennero subito dimenticati» (p. 121).

Sia come sia, associare l’italiano alla musica viene spontaneo in tutto il mondo. Vuoi perché molte opere importanti sono scritte in italiano (basti pensare a quelle di Vincenzo Bellini, Gioacchino Rossini, Gaetano Donizetti, Giuseppe Verdi e Giacomo Puccini), vuoi perché, in numerose lingue, le parole che hanno a che fare con la musica «sono di origine italiana. Alcune indicano strumenti musicali come il violino, il violoncello, il pianoforte (inventato da un italiano). Altre parole indicano generi di musica o di canto: per esempio aria, capriccio, fantasia, fuga, sinfonia. Sono italiane anche le parole che indicano i tempi musicali, come adagio, allegro, presto. Infine, sono italiane le parole che indicano i tipi di cantanti lirici, come per esempio il tenore o il soprano». Giuseppe Patota, L`italiano lingua della musica, Rai cultura.

Italiano e musica, un binomio che sembrerebbe indissolubile. Anche quando è cantato? Pare che l’italica favella non sia così musicale, così adattabile alla melodia. Senza troppi giri di parole: «usare l’italiano in musica “non è una sfida: è proprio una sfiga” (Ligabue)» o, in modo meno esplicito, «scrivere canzoni in italiano è difficile tecnicamente (Fabrizio De André)», p. 7.

Getta nuova luce su questo aspetto della nostra lingua Luca Zuliani nel suo accuratissimo L’italiano nella canzone, analizzando in maniera fluida e rigorosa i rapporti tra lingua e musica nel moderno italiano e i problemi che derivano dal fatto che «spesso per diventare musica l’italiano deve forzare la propria struttura e selezionare drasticamente le parole; ma il risultato finale funziona bene, specie se si bada al suono piuttosto che al significato» (p. 7).

L’autore ci aiuta anche a comprendere quanto sia mutato il ruolo della canzone nella società attuale e, al contempo, quanto invece la poesia contemporanea occupi ormai «una nicchia poco frequentata».

Al contrario «alcuni fra i testi delle moderne canzoni mostrano ormai da decenni di aspirare ai gradini più alti della gerarchia letteraria», anche se, come aggiunge Zuliani, «è arduo analizzare questo mutamento: il nuovo ruolo della canzone fa parte del tipo di fenomeni graduali che è difficile percepire per coloro che vi sono immersi» (p. 8), chissà che sarà di noi, lo scopriremo solo vivendo.

Al centro del libro rimane l’analisi degli aspetti tecnici della moderna canzone italiana, anche con uno sguardo alla tradizione: dal madrigale (medievale prima e rinascimentale poi) al melodramma, al ruolo del musicista rispetto al librettista, che si trasforma successivamente in paroliere, «un titolo spesso poco amato da chi svolge questo compito; ma va considerato che la connotazione diminutiva che si associa al termine (“non è un poeta: è solo un paroliere”) è la conseguenza linguistica di questo rovesciamento di priorità [«oggi, quasi sempre, prima nasce la melodia e poi arrivano le parole»] che […] ha finito per cambiare anche l’italiano per musica» (p. 122).

Rivestire di parole una melodia, come l’autore definisce con un buon grado di poeticità l’atto di scrivere un testo per una canzone, non è un’impresa facile, per i fatti di forma analizzati o per i limiti imposti dalla musica, anche perché «quelle delle canzoni […] sono parole speciali: parole che spesso portiamo dentro di noi; parole che restano così, nel cuore della gente», Giuseppe Antonelli, Ma cosa vuoi che sia una canzone, 2010.

Quindi, no, non Sono solo canzonette (1980, Edoardo Bennato), per niente.

 

 

                                                                       Margherita Sermonti

 

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