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Da leggere_enigmistica

Sergio Lubello e Claudio Nobili

L’italiano e le sue varietà

Firenze, Franco Cesati Editore, 2018

 

Il volume L’italiano e le sue varietà di Sergio Lubello e Claudio Nobili indaga le varietà dell’italiano secondo i tradizionali assi di variazione: diatopia, diastratia, diafasia e diamesia. Il libro, concepito con l’intento di proporre in forma divulgativa temi normalmente affrontati nei corsi universitari di linguistica italiana, è agile, rigoroso e aggiornato.

Come notano i due autori, l’introduzione dei concetti di diatopia, diastratia e diafasia negli studi linguistici si deve alle ricerche di Eugenio Coseriu, mentre di diamesia ha parlato per primo Alberto Mioni nel 1983. Alla dimensione diacronica, in cui si registra il mutamento linguistico, distinto appunto dalla variazione che va colta in sincronia, sono dedicate le sintetiche note del paragrafo I.2 con la presentazione di alcune strutture dell’italiano antico diverse da quelle dell’italiano contemporaneo (pp. 15-17).

Seguendo l’incipit del capitolo II, Varietà diatopiche, possiamo immaginare che un parlante nativo italiano riconosca nella dizione dell’attore Massimo Troisi un italiano con accento napoletano. Quello che abbiamo definito “italiano con accento napoletano” è propriamente una varietà di italiano regionale, inteso come l’italiano differenziato su base geografica, che viene parlato correntemente e i cui tratti possono affiorare nello scritto. Naturalmente i confini degli italiani regionali non coincidono con quelli delle regioni politiche: dovremmo dire italiani locali, con confini variabili in relazione alla diffusione dei singoli fenomeni. Ad esempio, è un tratto pansettentrionale – in costante espansione anche altrove – la realizzazione sempre sonora della sibilante intervocalica, come in casa pronunciata ['ka:za], mentre è diffuso negli italiani regionali d’area centro-meridionale (al livello diastraticamente basso) l’accusativo preposizionale, cioè il complemento oggetto introdotto dalla preposizione a, come nella frase «chiama a tuo padre». Nel campo lessicale incontriamo i geosinonimi, sinonimi che hanno diffusione areale limitata; ad esempio, nella lingua della cucina la rosetta dell’Italia centrale e la michetta dell’Italia settentrionale designano la stessa pagnottella di forma rotonda; in Sicilia si mangia la frutta di Martorana, non di marzapane. Vi sono poi regionalismi gestuali, come la negazione espressa soltanto nell’Italia meridionale con «il sollevamento e spostamento all’indietro della testa, spesso accompagnati da un leggero schiocco della lingua contro il palato duro (clic apicodentale)» (pp. 28-29).

La variazione diatopica si manifesta anche nei dialetti, continuatori diretti del latino parlato in una determinata area; i due autori evidenziano l’uso del dialetto nella canzone, nel cinema, nella comunicazione digitale, riflettendo sulle diverse funzioni del dialetto, quali denuncia sociale, affermazione identitaria, espressionismo, intento ludico (II.2, pp. 29-42).

Nel capitolo III, Varietà diastratiche, si parla della variazione che interessa livello sociale, grado di istruzione, età e sesso dei fruitori della lingua. Gli autori si soffermano in particolare sull’italiano popolare, varietà «tipica di strati sociali bassi e caratterizzata da forti interferenze col dialetto» (p. 43; par. da III.1 a III.4), con cenni al gergo e al linguaggio giovanile (par. III.5, pp. 61-63).

All’origine degli studi sull’italiano popolare si pongono le ricerche di Leo Spitzer sulle lettere di prigionieri italiani della prima guerra mondiale. La denominazione concorrente di italiano dei semicolti pone l’attenzione sul fatto che i parlanti usano la lingua con violazioni della norma condivisa e, pertanto, vanno incontro alla stigmatizzazione sociale. Tale varietà è prodotta dal contatto tra dialetto (L1) e lingua (L2) con emersione appunto di tratti del dialetto (soprattutto nella fonetica e nel lessico) e con fenomeni di ristrutturazione riconducibili all’analogia e all’ipercorrettismo. Peculiarità dell’italiano popolare è una testualità di tipo oralizzante, che «corrisponde quasi a una messa per iscritto di un testo che, come nel parlato, procede per blocchi separati da vuoti comunicativi, ellitticamente, con rinvii spesso assenti, con coesione e coerenza vacillanti» (p. 46). Alla rigida opposizione fra italiano standard e italiano popolare si preferisce il discernimento di un continuum di gradazioni intermedie fra i due poli. D’altronde, l’italiano popolare appare oggi marginale, ma sicuramente non estinto, le cui tracce affiorano spesso nei documenti di tipo burocratico-amministrativo e nelle scritture del web (par. III.4); a differenza del passato, quando i semicolti erano perlopiù dialettofoni, anziani e privi di titolo di studio, i nuovi semicolti sono italofoni, giovani, con titolo di studio medio-alto.

Nel paragrafo III.3 sono presentati alcuni esempi di italiano popolare con sintetiche note di inquadramento e di commento linguistico, al fine di mettere in evidenza le diverse tipologie testuali: la confessione di Bellezze Ursini da Collevecchio nel processo per stregoneria del 1527-1528 circa (pp. 50-51); la lettera all’autorità; il testamento olografo; le lettere dal fronte e dai luoghi di emigrazione; le pagine dei diari; le lettere di ricatto dei briganti; gli appunti e i ricettari; le scritture esposte, come le tavolette ex voto; e i quaderni di scuola (pp. 51-57).

A differenza della variazione diatopica e di quella diastratica, la variazione diafasica (capitolo IV Varietà diafasiche) riguarda il singolo parlante e va inquadrata secondo tre fattori: campo (argomento e contesto della comunicazione), tenore (rapporto fra i partecipanti alla comunicazione) e modo (mezzo o canale della comunicazione). Trascriviamo un estratto dell’esempio presentato a p. 70; un impiegato dà la stessa informazione a un dirigente (a.) e a un collega (b.):

(a.) Preg.mo Direttore,

con la presente La informo che a causa malattia domani non potrò recarmi in ufficio e dovrò restare a casa per tre giorni, come prescrittomi dal medico.

(b.) Caro Mario, sono ammalato e ho un certificato medico per starmene a casa fino a dopodomani.

Nei due messaggi sono costanti opzione del modo (comunicazione tramite email) e opzione del campo (si parla dell’assenza dal lavoro), cambia l’opzione del tenore: lo scrivente si rivolge al dirigente col pronome allocutivo di cortesia («La») e con un registro formale, mentre si serve di un registro informale col collega Mario.

Sulla scia degli studi di Maurizio Dardano, vengono ricordati otto registri: aulico o ricercato, colto, formale o ufficiale, medio, colloquiale, informale, popolare, familiare. Caratteristiche dei registri bassi sono la scarsa varietà lessicale e l’uso di genericismi e di gergalismi; ai registri alti, «più tipici dello scritto», pertengono ampia varietà lessicale e uso di arcaismi, tecnicismi, ecc. (pp. 66-70).

Gli autori presentano poi i linguaggi settoriali (anche noti come lingue speciali o linguaggi specialistici), che hanno «una circolazione più o meno ristretta, rivolta prevalentemente alla cerchia degli specialisti» (p. 70) e sono caratterizzati da precise peculiarità nella morfosintassi e nell’organizzazione testuale: nominalizzazione, deagentificazione (ricorso a forme passive e a strutture impersonali), alta coesione testuale; nel lessico, numerosi tecnicismi specifici e collaterali. Naturalmente anche il linguaggio settoriale conosce una scala di tecnicismo; con efficace esemplificazione Lubello e Nobili mostrano le differenze nel linguaggio medico fra il polo alto, rappresentato dal foglietto illustrativo dei farmaci (il cosiddetto bugiardino) e dal referto medico – in entrambi si trovano, infatti, tecnicismi di non immediata comprensione –, e il polo basso, rappresentato dalla voce di un’enciclopedia medica per non specialisti e dagli articoli di rubriche giornalistiche dedicate alla medicina (pp. 79-82).

Il capitolo V è consacrato alla diamesia, asse di variazione relativo al canale di comunicazione, con puntuali richiami al dibattito teorico e alle debolezze insite nella proposta di includerla nella diafasia (pp. 87-89). Lubello e Nobili si concentrano sugli estremi del continuum della diamesia: il parlato fonico (o parlato-parlato) e lo scritto grafico (o scritto-scritto). In particolare, il parlato fonico è spontaneo e si distingue per una complessiva scarsa accuratezza: ne conseguono a livello testuale poca coesione, cambiamenti nella progettazione, ripetizioni, e a livello pragmatico abbondanza di deittici e di segnali discorsivi fatici utili a mantenere il contatto con l’interlocutore; senza dimenticare che nel parlato agisce una condivisione implicita di conoscenze fra gli interlocutori. Nella trattazione di questo paragrafo spicca l’attenzione alla gestualità, con la distinzione fra gesti che possono anche sostituire il parlato (come nel caso della già ricordata negazione espressa con il sollevamento e spostamento all’indietro della testa) e gesti che affiancano e illustrano il parlato (qui definiti gestemi; p. 94).

Altro canale di comunicazione presentato nel capitolo è il trasmesso (par. V.4), cioè «un terzo tipo di comunicazione verbale attraverso i mezzi di comunicazione di massa e a distanza, che è una specie di incrocio tra il canale del parlato diretto e il canale della scrittura» (p. 102); vi rientrano le varietà dell’italiano televisivo, radiofonico e cinematografico. Il volume si chiude con un rapido sguardo sulla varietà d’italiano dei nuovi mezzi di comunicazione digitale nota come e-taliano, di cui viene sottolineata la testualità spiccatamente frammentaria (pp. 105-108).

All’ampia e aggiornata bibliografia citata nel volume possiamo aggiungere la segnalazione di due recenti studi monografici su temi che potrebbero intercettare la curiosità del lettore, rispettivamente la scrittura degli emigrati e la lingua di una particolare produzione cinematografica: Eugenio Salvatore, Emigrazione e lingua italiana, Pisa, 2017; Laura Clemenzi, Il cinema d’impresa. La lingua dei documentari industriali italiani del secondo dopoguerra, Firenze, 2018.

Tenendo presente che, come mostrano bene i due autori, le varietà dell’italiano interagiscono fra loro, la conoscenza delle loro peculiarità permette di usare bene la lingua. Con le parole di Tullio De Mauro poste da Lubello e Nobili in esergo al libro, «conoscere bene una lingua significa sapersi destreggiare tra i vari stili collettivi che hanno cittadinanza tra chi la usa. Non lasciarsene dominare, ma tenerne conto nel costruire i discorsi che ci serve fare». Chi leggerà il libro di Lubello e Nobili avrà senza dubbio utili stimoli e suggerimenti per un uso corretto delle varietà della lingua italiana.

Giuseppe Zarra

(Opera del Vocabolario Italiano, CNR, Firenze)

 

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