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Da leggere_enigmistica

Nicola Edwards e Luisa Uribe

Che bella parola!

Traduzione di Giuditta Campello

San Dorligo della Valle (Trieste), Emme Edizioni, 2018

 

Un piccolo grande libro, pubblicato sotto il marchio di Emme Edizioni, arricchisce il prezioso catalogo delle Edizioni EL, storica casa editoriale per ragazzi: Che bella parola! Parole intraducibili da tutto il mondo, scritto da Nicola Edwards, illustrato da Luisa Uribe. Il complemento del titolo, che compare sulla copertina rigida, ma non nel frontespizio, vuole subito svelare cosa siano le misteriose parole che, proprio nella delicata illustrazione di copertina, fanno da raggi a un sole chiaro in cui campeggia, scritta in un grande stampatello maiuscolo, PAROLA, la protagonista assoluta di questa avvincente  pubblicazione per bambini.

Il titolo originale del libro, pubblicato per la prima volta sempre nel 2018 a Londra per i tipi della Little Tiger Group e subito dopo con le illustrazioni della Uribe da Caterpillar Books, What a Wonderful Word: A Collection of Untranslatables from Around the World, richiama, in un esplicito gioco di parole, la canzone di Louis Armstrong: riferimento che ovviamente si perde nella traduzione italiana – lost in traslation! – a riprova di quanto sia in effetti vera l’idea di fondo della pubblicazione e sulla quale fiumi di inchiostro professionale si sono spesi: che non tutto può essere tradotto senza che il cambio di lingua comporti una perdita, piccola o grande, della versione originale.

 

Il libro edito dalla Emme non è peraltro un’idea originale, visto che già nel 2006, per la Penguin Books, era uscito The Meaning of Tingo and Other Extraordinary Words from around the World, seguito, visto l’enorme successo del primo volume, da Toujours Tingo. More extraordinary words to change the way we see the world, un gustoso giro del mondo attraverso parole straniere non “anglicizzabili”, a cura di Adam Jacot de Boinod, autore per ragazzi che in altre due pubblicazioni si è cimentato con le meraviglie del linguaggio, The Wonder of Whiffling and other extraordinary words in the English Language e I Never Knew There Was a Word For It, editi sempre da Penguin, rispettivamente nel 2009 e nel 2010. Il grande interesse suscitato da Tingo ha fatto sì che fossero realizzati un’apposita app, un booktrailer e un progetto grafico, Found in traslation, a cura della designer neozelandese Anjana Iyer. Il filo rosso di questi progetti è che il supporto visivo aiuti a restituire alle parole lo specifico che rischia di perdersi con la traduzione, che di fatto si configura sempre come una perifrasi, mancando appunto un corrispettivo unico e puntuale nella lingua d’arrivo.

 

Un albo illustrato, quello di Edwards e Uribe, indicato dalla stessa EL come adatto ai bambini dagli 8 anni, dal formato quadrato, 20x20, in cui si dispiega un catalogo di 29 parole provenienti da nord a sud del mondo – forse con una leggera prevalenza dal Nord Europa –, dall’oriente all’occidente di un pianeta in cui la comunicazione verbale rimane tratto saliente e distintivo, dalla Svezia al Giappone, dall’Indonesia alla Spagna, dal Cile alla Bielorussia. Nella breve introduzione, Edwards dichiara di aver operato un vero e proprio lavoro di scouting: scovare in vari idiomi del mondo parole che non hanno – a suo dire – corrispettivi in altre lingue. Il perché di questa intraducibilità, che rende tali parole uniche e speciali, è spiegato essenzialmente da due ragioni: una di natura strettamente culturale, che entra in gioco quando il referente, ciò che viene designato, è del tutto assente nella cultura ricevente. “Ad esempio, se in finlandese esiste una parola che indica la distanza che una renna può percorrere prima di doversi fermare a fare pipì, potete immaginare facilmente perché una parola del genere non esista in portoghese! Chi ha mai visto una renna in Portogallo?” (p. 5). Esiste poi una causa più squisitamente intrinseca ai sistemi linguistici: “Chi non si è mai sentito in imbarazzo per aver dimenticato il nome di qualcuno dopo che questo si è presentato? Chissà perché in italiano una parola che esprima questa sensazione non c’è! Nella lingua scozzese, invece, questa parola esiste”. (p. 5). E, sulla scia di questa duplice connotazione, anche gli scopi più o meno dichiarati del libro sono due, inscindibili e irrelati: il primo, centrato su aspetti linguistici, far appassionare bambini e ragazzi all’apprendimento delle lingue, stimolare in loro il piacere dell’arricchimento lessicale, dimostrare la ricchezza e varietà degli idiomi, svelare quanto il patrimonio verbale abbia una bellezza intrinseca, strettamente legata a quella della vita. Il secondo fine, più ampiamente culturale, è quello di far luce su culture diverse, rendere più affascinante la scoperta dell’alterità umanità, promuovere il dialogo e la comunicazione interetnica: “È grazie alle lingue che possiamo farci capire dagli altri, possiamo dare un nome alle cose, alle nostre emozioni, alle nostre sensazioni. E se non lo abbiamo fatto noi, magari lo ha fatto qualcun altro, dall’altra parte del mondo. Non è meraviglioso?” (p. 5)

 

Nelle pagine successive, senza un ordine preciso, visto che la sequenza delle parole non risponde né a un criterio alfabetico, né geografico, sfilano parole davvero incredibili, sia per significato, sia per incanto del suono. Lo schema della trattazione è uguale per tutti i termini: nella pagina campeggia la parola in maiuscola, seguita dalla lingua di provenienza e dalla sintetica definizione. Segue sotto una breve spiegazione della definizione stessa e del contesto in cui essa nasce, accompagnata da brevi note naturalistiche, sociali, storiche sul paese in cui vige l’uso. Nella pagina corrispondente si trova invece l’illustrazione, che rende visivamente l’idea di quanto la parola voglia in effetti dire. Così si va dallo svedese gökotta, “svegliarsi presto alla mattina e uscire ad ascoltare il canto degli uccelli”, all’arabo ishq, “amore perfetto, privo di gelosie e incomprensioni, che unisce due persone”, dal giapponese kawaakari, “l’ultimo bagliore di luce sulla superficie del fiume al crepuscolo”, all’indonesiano mencolek, “l’atto di toccare qualcuno sull’altra spalla per fargli uno scherzo”, dal finlandese poronkusema, “la distanza che una renna  può percorrere prima di doversi fermare a fare pipì”, all’islandese gluggavedur, “tempo che pare bello stando in casa, ma è troppo freddo quando si esce”. Non mancano lingue sconosciute ai più, come l’hopi, uno degli idiomi dei nativi americani, con il suo kojaanisqatsi, “natura fuori dal suo equilibrio, oppure stile di vita troppo sregolato per durare a lungo” (che divenne il titolo di un film-documentario di culto del regista Godfrey Reggio, 1982), al wagiman, parlato dagli indigeni australiani, con il suo murr-ma, “camminare nell’acqua e cercare qualcosa usando i piedi”, dal buli, parlato in Ghana, con pelinti, “passare il cibo che scotta da una parte all’altra della bocca, aspettando che si raffreddi”.

 

Un accento particolare è posto sulla cultura gastronomica e culinaria, anzi diverse parole sono il pretesto per raccontare le curiosità delle diete di alcuni popoli, confermando l’ampia produttività del binomio lingua-cucina, spesso presente anche nella letteratura professionale linguistica e storicolinguistica. Per l’italiano, per esempio, viene scelto abbiocco, definito come “sonnolenza che viene dopo una grande mangiata”, ed è il pretesto per raccontare brevemente l’importanza nella dieta italiana della pasta, in particolare degli spaghetti, addirittura difesi in piazza nel 1986, in occasione dell’apertura del primo McDonald’s a Roma, e della pizza, con versioni anche costosissime. In Bielorussia, invece, dove si usa talaka, “aiutare qualcuno nel lavoro quotidiano senza aspettarsi alcun pagamento se non un buon pasto in compagnia alla fine della giornata”, si mangiano tantissime patate - 180 kg l’anno! - in ricette speciali come il piatto tradizionale, il draniki, e si beve la linfa di betulla, di cui il paese ospita intere foreste.

 

Al libro si potrebbe imputare l’errore di una certa arbitrarietà nell’attribuzione di intraducibilità di alcune parole per le quali invece, a ben vedere, una traduzione in altre lingue è ben attestata. Il norvegese pålegg, “tutto ciò che si può mettere su una fetta di pane”, è certo assai vicino al nostro companatico; il gallese hiraeth, “profonda nostalgia per la propria terra o per il tempo passato” trova sicuramente il suo similare nel portoghese saudade e lo spagnolo friolero, “chi ha freddo sempre e dappertutto” ha un buon riscontro nell’italiano freddoloso. Una veritiera e non contestabile attestazione di intraducibilità presupporrebbe che si padroneggiassero approfonditamente tutte le infinite lingue del mondo, comprese le varietà regionali e non standard, visto che molte parole, afferenti a un lessico intimo e familiare, proprio nel dialetto o nei gerghi potrebbero trovare il loro equivalente. Si pensi a shlimazl dell’yiddish, “persona perseguitata da un’implacabile sfortuna”: nell’italiano ha varie possibilità di traduzione in iellato, nel giovanile sfigato, nel popolare scalognato. Proprio perché il libro è, in ultima analisi, un delizioso tributo alla bellezza e funzionalità delle lingue, si sarebbe potuta inserire in premessa una nota di precauzione sull’inattingibilità di una ricognizione davvero totale. E tuttavia il peccato, vista la complessità delle questioni linguistiche implicate per un pubblico infantile, è perdonabile a fronte proprio delle meraviglie che le pagine disvelano, come un piccolo thesaurus di prelibatezze lessicali e sonore, agli occhi dei piccoli: kalpa, “il tempo che l’universo impiega per completare un ciclo di creazione e distruzione” non poteva che venire dal sanscrito, lingua che “nonostante sia incredibilmente vecchia secondo il tempo umano, è praticamente un neonato se paragonato alle nostre stelle, che vivono milioni o anche miliardi di anni”. E ancora, l’inglese gobbledygook, “un testo pieno di termini difficili e complicati”, parola inventata da un texano durante la Seconda Guerra Mondiale per chiedere ai suoi concittadini di parlare in modo semplice e chiaro, non come il tacchino che “tutto il santo giorno gloglotta e gloglotta (in inglese gobbledygobbling) con quella sua aria ridicola e superba”.

 

Il libro si chiude con una piccola guida alla pronuncia. Senza adottare, vista la giovane età dei destinatari, i segni complessi dei sistemi convenzionali di trascrizione fonematica, vi si precisa che “spiegare per iscritto come si pronuncia una parola è molto difficoltoso, soprattutto per le lingue tonali (per esempio la lingua buli), in cui il tono della voce può determinare il significato di una parola” e di ogni parola viene trascritta la pronuncia in linguaggio naturale.

In coda, infine, i ringraziamenti, che abbracciano diverse istituzioni e organizzazioni internazionali, come la School of Oriental and African Studies, l’Università del Ghana, la Sustainable Bolivia, la Intercultural Bilingual Education, il Ministero dell’Educazione del Perù, attestando che il lavoro interculturale è una preziosa risorsa per suscitare, specie nei lettori molto piccoli, oltre che il desiderio di confrontarsi con la pluralità di usi e costumi, la curiosità e lo stimolo all’approfondimento anche del discorso linguistico e a una sempre maggiore esplorazione delle potenzialità della comunicazione verbale.

 

Rosarita Digregorio

(Responsabile Biblioteca comunale Valle Aurelia – Roma)

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