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Ta-ta-tadàn… La famiglia Monti (a parole)

Alzi la mano chi, tra i meno giovani, non ricorda la serie televisiva della Famiglia Addams, che la tv di Stato mise in onda per la prima volta a partire dal 1966 (http://1.bp.blogspot.com/). Alzi la mano chi, tra i venticinquenni-trentenni di oggi, non ha visto al cinema, in dvd o scaricato sul computer La famiglia Addams (1991), regia di Barry Sonnenfeld (con un fior di cast: Raul Julia, Anjelica Huston, Christina Ricci, Christopher Lloyd http://www.projections-movies.com/), o La famiglia Addams 2 un paio d’anni dopo (più o meno con la stessa squadra). Beh, ricordate la celebre sigla che accompagnava all’insegna del black humour le avventure degli squinternati necrofili abitanti del rovinoso castello al numero civico 000 di Cemetery Lane? La geniale musichetta composta da Vic Mizzy (fatela risuonare a fior di labbra: ta-ta-tadàn, schioccando le dita, ta-ta-tadàn…) funzionerebbe benissimo anche oggi come colonna sonora di una passerella lessicale che veda sfilare i nuovi mostriciattoli confezionati dai giornalisti e dai tanti creatori e frequentatori di pagine e blog politicosi, in seguito alla nascita dell’austero e rugoroso (rigoroso e un po’ rugoso) governo Monti (16 novembre 2011).

Minimalismo con grancassa
 
La prosa frizzante dei commentatori politici in Italia abbisogna da qualche anno di trovatine divertenti, stimolanti, giocose per attirare il lettore distratto. I mezzi della lingua sono infiniti. I pezzi del lego lessicale per creare qualche cosa di nuovo sono, però, sempre gli stessi. Perdipiù, i giornalisti sanno tutti (chi essendone cosciente, chi semplicemente nuotando secondo che corrente sfili) che repetita juvant, cosicché ha luogo il fertile paradosso che l’uggioso teatro della politica nazionale e la scena drammatica della crisi sociale ed economica si trasformino spesso sulle pagine dei quotidiani, su per l’etere radiofonico, dietro gli schermi di televisioni e computer, in un concerto minimalista per grancasse: poche variazioni di note su temi rimbombanti. Come già accaduto con Berlusconi e con Prodi (cioè soprattutto con i leader più in vista e, per forza di cose, in quanto presidenti del Consiglio, più presenti nelle agende giornalistiche), anche con Mario Monti ha funzionato l’effetto-calamita, in forza del quale la pavloviana amigdala creativa del giornalista e del commentatore, ufficiale o social che sia, ha reagito facendo germinare una colonia di paroline nuove tutte ricavate dal nome Mario e, soprattutto, dal cognome Monti. Tutte nuove e quasi tutte vecchie, come si diceva, perché nuovo è il nome al centro dell’attenzione e nuovi sono dunque i risultati finali, ma sempre uguali sono gli stampini in cui prendono forma le creature: gli estimatori di Monti sono montiani, così come i seguaci di Berlusconi sono stati berlusconiani nel 1993 e i sostenitori di Prodi sono stati prodiani nel 1995. E via neologizzando. Anche per questo, le nuove parolette sembrano degne cugine della Mano o di Fester Addams: fanno ridere o sorridere nella loro rinnovata e simpatica mostruosità, uguale a sé stessa attraverso i decenni.
 
Setacciate e scartate
 
Premesso che queste parole saranno utili ai linguisti per i loro entomologici studi sui meccanismi produttivi di parole o significati nuovi nella lingua contemporanea, ma che molte di queste parole non entreranno nei dizionari della nostra lingua, e saranno setacciate e scartate anche dagli accoglienti neologismari in quanto smascherate come effimeri occasionalismi, riportiamo qui di seguito un piccolo glossarietto, non ordinato alfabeticamente, della famiglia (semantica) legata a Monti. Qualche mostriciattolo durerà più a lungo, qualcun altro verrà sepolto presto in Cemetery Lane. Pochi salmonicini ce la faranno – forse uno, forse nessuno; quell’uno, magari per due, tre cinque anni, poi, l’oblìo.
Intanto precisiamo che la natura stessa di gran parte di queste creature è di avere una forte carica connotativa. Chi le crea, “usa” il nome di un politico (anche economista e docente universitario, in questo caso) e, per il solo fatto di manipolarlo attraverso prefissi, suffissi, deformazioni, sinonimi, lo intrappola, come dire, in una valutazione (più spesso negativa che positiva: di solito scherzosa, ironica; spesso, polemica; talvolta, spregiativa).
 
Nome, cognome e Super-Mario
 
Intanto, lui è Mario Monti, ma per chi lo apprezza con quasi bonario affetto (singolare empito verso una persona volutamente sobria e in sospetto di autocontrollo glaciale), così come per chi intende sfotticchiarlo per antifrasi, è Super-Mario (o SuperMario, Super Mario). Già, proprio come il baffuto Mario, mascotte trentennale della Nintendo, l’idraulico di origini italianeche, col fratello Luigi, si trasforma in Super Mario Bros. in una serie di videogiochi che hanno spopolato in tutto il pianeta. Il bello, però, è che l’appellativo di Super-Mario a Monti l’hanno appioppato, prima che i nostri giornalisti, quelli inglesi, nei primi anni del 2000, avendo avuto modo di apprezzare il piglio autorevole esibito da Mario Monti in qualità di commissario europeo per la concorrenza (1999-2004). Infatti, sotto la guida di Monti la Commissione europea ha inaugurato il procedimento contro la Microsoft (http://www.corriere.it/economia/) e ha bloccato nel 2001 la proposta di fusione tra General Electric e Honeywell, ritenuta lesiva delle normative antitrust. Va ricordato che per i nostri media Super-Mario è, talvolta, anche Mario Draghi, presidente della BCE; e, quando gioca bene la sua partita a calcio, Mario Balotelli, attaccante del Manchester City e della Nazionale italiana.
Poi c’è l’appellativo, ironico assai, di Preside, con riferimento all’incarico (lasciato per prendere la guida del governo) di preside dell’università Bocconi di Milano. Governo del Preside, l’ha battezzato da subito Giuliano Ferrara (o dei professori: ce ne sono tanti, infatti, tra i “tecnici” della compagine governativa). Attestato è anche l’aggettivo montiano nell’accezione di ‘relativo a Monti’ («Nella visione montiana è poi assai opportuna una campagna di sensibilizzazione per fare acquistare debito (cioè Bot e Cct) agli italiani; Panorama, 23 novembre 2011).
 
Pro e contro
 
Se esistono sostenitori di Monti tra i politici che hanno dovuto fargli largo pur senza appartenere all’area del precedente governo Berlusconi, specialmente all’interno del Terzo Polo e in zone non esigue del Partito Democratico, è naturale che tali sostenitori verranno punzecchiati con le meccaniche armi delle prefissazioni elative (si badi bene, tutte le più produttive a disposizione dell’italiano contemporaneo: super-, iper-, ultra-). Sono i giornalisti del «Foglio», del «Giornale», di «Libero» a individuare in questo modo nuovi e talvolta insospettati alleati di Monti: ipermontiani, supermontiani, ultramontiani (frange del Pd contrarie a Bersani, Rutelli e Casini e Tabacci, schegge di Italia dei valori) – per ora non si segnalano arci- o -extra-montiani. Sono visti criticamente anche i montiani (o montiani semplici, come li definisce Salvatore Merlo sul «Foglio»), che – detto solo a beneficio dei fanatici dei corsi e ricorsi lessicali – una volta si chiamavano così, nell’Ottocento, ma erano tutt’altra cosa, poiché si professavano seguaci delle teorie letterarie e linguistiche del poeta Vincenzo Monti. Sul web, spigolando tra blog e forum e pagine di social network, abbiamo letto anche di montisti (per la verità citati pure sul «Giornale») e contromontisti. Curioso: montista è già esistito, nell’Ottocento e nei primi del Novecento; a ben vedere, era vocabolo connesso a temi di ordine economico, come lo è il montista oggi fan del professore bocconiano. Però allorasi trattava di economie paupere e tristi, che speriamo non gettino una luce sinistra sul presente. Il montista era il gestore o l’impiegato di un monte di pietà; o, anche, in un’accezione meno grama, il possessore di luoghi di un monte di pietà… Tra i contrari al Monti (e non al monte, di pietà) i giornali oggi segnalano sia anti-Monti, sia anti-montiani.
Ricordate il circolo statunitense della prestigiosa scuola economica anni Settanta dei Chicago boys? Il prestigioso modello neoliberista ha fecondato i simposi dei nostrani liberal-liberisti, fino a tracimare nella pagina di giornale, tanto che da una ventina d’anni a questa parte, X boys ha funzionato come stampino per nominare una sfilza di fedeli collaboratori o seguaci di questa o quella personalità di pubblico rilievo: Papa-boys, Berlusconi-boys, Prodi-boys, D’Alema-boys, Badaloni-boys, Ciampi boys, Draghi boy e via “boyando” fino al precipizio sarcastico dei Bisignani-boys. Non potevano mancare dunque i Monti-boys.
 
Una questione di stile
 
Infine, l’ideologia di chi è stato catturato dal carisma di Monti, «cool, calm and collected» (secondo Laura Smith-Spark, sul sito della CNN http://articles.cnn.com/), viene ricondotta entro il recinto rissoso degli -ismi contemporanei (per dirla con Luigi Capuana). Scrive Cristiano Gatti sul «Giornale» del 13 novembre 2011: «Ancora non abbiamo letto che cammina sulle acque e moltiplica prodotti ittici con un semplice schiocco delle dita, ma tutto il resto ricorda molto una biografia già nota. Prima ancora che Monti entri in scena, dilaga per il Paese la febbre alta per il nuovo idolo. Monta il montismo. Nel giro di poche ore, il grande corso dell’adulazione e del servilismo è già esondato, devastando beni preziosi come la prudenza, il distacco, l’equilibrio. Trionfa solo una certezza: il Paese è salvo».
Prima di sbilanciarsi, sarà forse meglio arrestarsi con prudenza sulla soglia, limitandosi a una forse superficiale ma comunque incontrovertibile constatazione di natura estetica: «Auto vecchia e ufficio spartano. Tra sobrietà e un po’ d’ironia il Monti-style archivia l’era Silvio» («La Repubblica» 15 novembre 2011). Ta-ta-tadàn…
 
Silverio Novelli
 

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