Bisogna ammettere che le telecronache calcistiche a due voci, ormai di prammatica da alcuni anni nelle reti televisive pubbliche, propagginate dalle reti commerciali private che le avevano già adottate in precedenza, fanno un po’ rimpiangere l’atmosfera emotiva e linguistica che caratterizzava non dico l’avventuroso ed enfatico eloquio radiofonico di Nicolò Carosio, ma, almeno, venendo a tempi più vicini a noi, la tranquilla sequela di cognomi di calciatori che, si può dire, sottotitolava vocalmente la visione dell’incontro teletrasmesso nelle sobrie e lineari cronache di Nando Martellini, così asciutte, quasi ritrose, nel fornire commenti tecnici e giudizi di valore, oppure la più mossa e ariosa e prosodicamente variata narrazione di Bruno Pizzul. Perché? Perché la telecronaca a due voci è prima di tutto un martellamento sonoro continuo, che ti avvolge senza requie. Così è accaduto nei giorni dei campionati europei di calcio recentemente conclusisi.
Il perno di centrocampo e il 5-5-5
E poi perché, come scrive efficacemente Claudio Giovanardi, a un intero sistema di riferimento lessicale non privo di fantasia (si pensi ai ruoli dei calciatori: stopper e libero, terzino, ala, regista) si è sostituito un riduzionismo tecnicistico perfino burocratizzante (centrali difensivi, laterale o esterno arretrato o basso, laterale o esterno avanzato o alto, centrale o perno di centrocampo; il buon vecchio guardalinee ora porta le stellette dell’assistente di linea; l’arbitro è l’assistente di gara) e spersonalizzante (si pensi alla numerazione delle maglie, che non rispecchia più i ruoli in campo), in due parole: «precisionismo disinfettato» (p. 262). Il linguaggio si fa piatto e stereotipato, il campo di gioco diventa una lavagna piena di tracciati geometrici e il commentatore di spalla, l’esperto di tecnica e strategia calcistica (in genere un allenatore in pensione o disoccupato, o un calciatore che mastica di teorie) non fa che assillarsi e assillare chi lo ascolta interpretando la partita nel suo evolvere tattico dal «classico» modulo 4-4-2 al 4-2-3-1, per poi passare al 4-4-3 e terminare col 3-5-3 (che prevede la «difesa a 3»). Una numerologia quasi magica, che l’Oronzo Canà interpretato da Lino Banfi prese in giro nel film L’allenatore nel pallone del 1984, con tanto di «bi-zona» basata su un surreale 5-5-5 (http://www.youtube.com/).
Il regno della geometria
Ecco dunque che il tappeto erboso è tagliato da verticalizzazioni, gli spazi sono chiusi o, viceversa, aggrediti, la profondità è attaccata (cioè vi è un giocatore che si butta in avanti in attesa di ricevere un passaggio); intanto, il baricentro della squadra viene alzato o abbassato (i difensori si allontanano dalla propria area di rigore o viceversa vi si avvicinano) e la squadra stessa può essere lunga o allungata (con spazi troppo ampi tra i diversi reparti) oppure corta o accorciata. Tutta questa geometria è già di per sé un po’ soffocante e sembra che gli stessi commentatori la evochino costantemente nella speranza di poter commentare, prima o poi, il gesto virtuosistico di qualche giocatore di classe, come si diceva una volta, che rompa gli schemi astrusi e ferrei con un colpo di tacco, un dribbling, una veronica (recente neologismo, datato 1998, ricavato dal gergo della corrida, che indica una finta particolare con la quale il giocatore riesce a superare l’avversario). È successo a Fulvio Collovati, il commentatore-esperto, nel corso della telecronaca della semifinale tra Spagna e Portogallo. Al cospetto della grande giocata (‘azione di gioco’) del singolo giocatore, Collovati ha deposto le armi della saccenza, è tornato, anche se soltanto per un attimo, uno di noi comuni mortali e il calcio ha smesso di essere una scienza esatta: «Ah, quando fa così Cristiano Ronaldo è imprevedibile per tutti ed è bellissimo vedere quello che riesce a combinare».
Paolo Valenti, maestro di cerimonia
A fare i laudatores temporis acti non ci si guadagna nulla – il passato è passato, inutile rimpiangerlo; e spesso ci sembra bello perché allora eravamo più giovani, tutto lì. Vero, però, che inestimabile e domestica fu la simpatia e rassicurante anche l’accoglienza oratoria e linguistica offerta dai giornalisti televisivi che diedero vita alla rubrica sportiva 90° minuto nella sua prima gloriosa stagione (dal 1970 al 1990), commentando alle ore 18 e 15 di ogni domenica le partite del campionato di calcio di serie A da poco concluse, col supporto di qualche azione di gioco videoregistrata. In studio, il conduttore della trasmissione, il sempre sorridente Paolo Valenti; in successione, i giornalisti in collegamento dalle sedi Rai delle città in cui si erano giocate le partite. Un maestro di cerimonie “nazionale”, dei ministranti locali. Il successo della trasmissione fu enorme, anche perché 90° minuto rappresentava il primo contatto visivo e interpretativo con le partite offerto ai tifosi, in attesa della serale e più distesa Domenica Sportiva. Aldo Grasso ha scritto su quel manipolo di giornalisti, simbolo di una televisione insieme casareccia e altamente professionale, una delle pagine più ispirate del suo Televisione (una “garzantina”), dedicando medaglioni azzeccati a Tonino Carino (da Ascoli), Marcello Giannini (da Firenze), Cesare Castellotti (da Torino), Luigi Necco (da Napoli), Giorgio Bubba (da Genova), senza dimenticarsi di citare i nomi di Maurizio Calligaris, Iacopo Volpi, Franco Strippoli, Roberto Scardova, Marco Lucchini, Ferruccio Gard (manca Gianni Vasino, quasi imperdonabile la lacuna).
Il teatrino di 90° minuto
«Era mai possibile – scrive Grasso – che il più celebre fosse il peggiore, Tonino Carino da Ascoli? No, bisognava solo avere il coraggio di ammettere che Carino era il più bravo. Quell’aria perennemente imbarazzata, gli occhi alla disperata ricerca di un punto cui fissarsi, l’auricolare sempre conficcato nell’orecchio sinistro, la sgrammaticatura in agguato erano il frutto di un duro dressage, ore e ore passate alla moviola per analizzare le sequenze più significative di Alvaro Vitali». Insomma, il grande critico intellettuale Aldo Grasso deve riconoscere che proprio nella dimensione pop, evidentemente studiata a tavolino dai suoi ideatori (Maurizio Barendson, lo stesso Paolo Valenti, Remo Pascucci), stava il successo di 90° minuto.
Ricordando su Corriere.it la figura di Tonino Carino, in occasione della sua morte, avvenuta nel 2010, Grasso tornava a dire che quei giornalisti «non erano dei competenti, non è che avessero una grande specificità a spiegare, a raccontare la partita, però nel teatrino di 90° minuto erano diventati dei personaggi, con il loro essere sempre in conflitto o con la giacca o con la cravatta o con la grammatica»: da questo piccolo circo Barnum, diretto con un pizzico di consapevole cinismo da Paolo Valenti, veniva un modo «sgangherato e selvaggio di raccontare il calcio» che ora (a parte la voce anziana di Aldo Biscardi) non c’è più (http://video.corriere.it/).
La squadra di Susanna
Oggi c’è il commento sovreccitato nei toni e sterilizzato nel linguaggio di coppie di tecno-giornalisti che, anche quando segnati da caratteri di regionalità spiccata (si pensi all’ex calciatore Vincenzo D’Amico, con la sua marcata cadenza romanizzata – lui è nato a Latina –), danno voce a una realtà psicologica e linguistica televisionizzata, indistinta sotto il profilo diatopico, anche se – e questo pure è interessante – poco permeabile agli anglicismi. Necco il napoletano, Carino l’ascolano, Castellotti il torinese, Giannini il fiorentino, Gard di Vestigè, Bubba lo spezzino, Vasino da Milano erano invece maschere di una rinnovata commedia dell’arte, ciascuno ipercaratterizzato nel proprio riconoscibilissimo accento dialettale che, anzi, costituiva una specie di marchio DOC, a garanzia di un’adesione alla realtà locale della squadra e della tifoseria – pur nel rispetto di una imparzialità di facciata –. Non soltanto voci di un modello di televisione tramontato, ma anche di una Italia che, forse, in parte era ma che comunque in gran parte voleva pensarsi come bonariamente campanilistica e socialmente armonica, realtà nazionale in cui la voce del luogo natìo era amata, rispettata anche se teneramente ironizzata e la figura professionale del giornalista televisivo non coincideva con quella dell’attuale telegenico professionista del verbo specialistico, ma aderiva alle fattezze tranquillizzanti del fratello maggiore o dello zio giovane catapultato sulla scena grazie a merito e fortuna: uno di noi, insomma, che sapeva cavarsela anche a prezzo di qualche sfondone. Come successe quella volta a Tonino Carino, in grande difficoltà con i nomi dei calciatori stranieri, quando ribattezzò “O Susanna” la squadra basca dell’Osasuna.
Testi citati
Claudio Giovanardi, Il linguaggio sportivo, in AA. VV. Lingua e identità. Una storia sociale dell’italiano, a cura di Pietro Trifone, Roma, Carocci 2007, pp. 241-268 e, in particolare, pp. 258-263.
Enciclopedia della televisione, a cura di Aldo Grasso, Garzanti libri-TV Sorrisi e canzoni, ediz. riveduta e aggiornata, Milano 2003.
Silverio Novelli