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Una canzone rap

Il genere rap è arrivato in Italia negli anni Ottanta del XX secolo e, promosso inizialmente dai centri sociali, si è imposto nell'ambito della musica giovanile nel decennio successivo. Il suo codice linguistico è diventato una componente non di secondo piano del LG, importandovi il forte dinamismo espressivo della propria gergalità. Una gergalità che è ripresa dal modello originario, importato dagli Stati Uniti, il quale si caratterizza per l'uso marcato dello slang afroamericano parlato nei ghetti neri delle metropoli. La gergalità del rap ha motivazioni e fini di conferma identitaria e si fa segnale di separatezza orgogliosa dal resto della società, anche se, ambiguamente, oscilla tra la rivendicazione delle proprie radici proletarie o sottoproletarie e il desiderio di autoaffermazione, misurato in base ai tradizionalissimi indicatori del successo: il potere e il denaro in primo luogo. Il rap italiano mostra la sua dipendenza dal modello forestiero anche linguisticamente, con l'assunzione di molti termini angloamericani (non adattati e adattati; torna a La parola ai giovani, paragrafo Dalle lingue straniere), anche se si è sforzato, negli anni, di caratterizzare il messaggio in modo autonomo, sia con riferimenti alla realtà delle periferie metropolitane italiane, sia, spesso, con la riappropriazione del dialetto, sentito come alternativa non standard alla lingua nazionale. I territori semantici battuti dal rap italiano sono quelli della critica sociale, del riferimento autoreferenziale e metalinguistico a linguaggi, usi e stili della cultura hip hop dalla quale nasce il rap e del rap stesso come genere musicale e testuale, l'amore, il sesso, le droghe leggere, il divertimento.
Presentiamo qui ampi brani stralciati dal testo di una canzone rap del gruppo musicale italiano degli Articolo 31, Il funkytarro (da Great Test Hit, Best Sound, 2001). Segue un breve commento.

[...] io sono un funkytarro DOC, tipa stop, con me non devi fare la snob, dài, salta su, hop, sulla jeep, sentirai il profumo dei miei sei Arbre magique, come Bersani sono un freak, tarro e t'atterro con lo sguardo, sono fresh come la Marini e Adriano Pappalardo, io sono quello che impennava con il Ciao, con la maglietta degli Squallor Arrapao, quello che rimpiange la sella con le frange, la targa Arizona e la marmitta Proma, e l'adesivo dei Kiss e di Bob Marley, il motorino che fa casino come un'Harley. Io sono un porco, sono un balordo, faccio rime giù in città, senza pudori né riguardo sono un funkytarro! Io sono un porco, a volte storto, faccio rime giù in città, ma di parole mai a corto, apri il tuo cuore baby perché sono qua. Mi metto a petto nudo nella music-hall, non sono beatiful, ma c'ho il fisic du rol, e faccio gara alle giostre con il punching-ball, come faceva Terence Hill, ho l'orologio di Topolino comprato all'autogrill, lo porto sul polsino, non è Beverly Hills il posto dove vivo, bella mia, sono un tipico tamarro di periferia che tiene al massimo l'autoradio, per me il Garelli è un classico come gli interni in radica su una Ritmo Cabrio, mi piace la catenina con la croce d'oro sulla maglietta stile Tony Manero [...] Ho donne sparse per l'Italia, io colpisco e scappo via, ma con ognuna ho fatto un pianto [...] e ho visto l'era punk, quella metallara, quella dark, quella paninara, quella dei finti ricchi, quella dei finti poveri, e ancora io sono qui invariato, niente m'ha cambiato e sento finalmente che il mio momento sia arrivato, tipa, con gli altri non c'ho sfida, sai, il tamarro è sempre in voga perché non è di moda mai!

Commento - Ad onta di un certo maledettismo da pronipote di eroe villoniano ("sono un freak", "io sono un porco, sono un balordo"), il personaggio narrante messo in scena, il funkytarro, è presentato, con buona dose di ironia, come un affatto speciale laudator temporis acti. Il funkytarro è un ex giovane, abitante della periferia metropolitana italiana (un tarro, appunto, o tamarro ; si noti l'univerbazione giocosa di funky, genere musicale, e tarro), che mette in campo con orgoglio valori e icone identitari tipici, nella loro sguaiata grevità, del suo modo di essere e di mostrarsi. Il testo, nella sua estesa (ma qui tagliata) parte centrale, si presenta come un elenco gozzaniano di cose di pessimo gusto ("il motorino che fa casino come un'Harley" suscita in effetti un sorriso di compatimento), vecchie perché invecchiate in base all'accelerato orologio che brucia i tempi degli stili e delle mode contemporanee, ciarpame di oggetti e simboli rinvenuti nel grande supermarket (forse un triscount?) della civiltà dei consumi materiali e immateriali di massa; cose, però, che più che fare del funkytarro che le esibisce un generico residuato di umanità postmoderna, lo fissano viceversa come espressione tipica e non tanto effimera di certa gioventù delle periferie, urbane e di provincia, la quale attraversa immutabile ("io sono qui invariato") gli ultimi trent'anni di storia, sciorinando, un po' patetica, il proprio rozzo campionario di oggetti e di vezzi: i deodoranti per auto Arbre magique, il motorino Ciao e poi il Garelli, la maglietta del gruppo degli Squallor, gli interni dell'auto in radica, gli adesivi dei Kiss (gruppo di pop music) e di Bob Marley, la catenina con la croce d'oro, l'orologio di Topolino ("comprato all'autogrill, lo porto sul polsino"). L'elenco degli oggetti si intreccia con quello delle icone della cultura e della subcultura di massa: Valeria Marini, Adriano Pappalardo, Terence Hill, il Tony Manero (il tarro d'oltreoceano: un modello) della Febbre del sabato sera, il serial Beatiful (qui evocato - anche se per contrasto - attraverso il recupero della funzione aggettivale propria del termine).
Nel lessico sono frequenti i forestierismi. A parte quelli ormai da tempo acclimati nella lingua standard (snob, jeep), i noti nomi di marche o luoghi che rimandano a mitologie contrastanti (Arbre magique, vale a dire la famiglia piccolo borghese; Harley (Davinson), nome della moto simbolo del film Easy Rider e della beat generation e, in tempi più recenti, dei gruppi di bikers metropolitani che si atteggiano a "duri"; Beverly Hills, cioè i quartieri ricchi di Los Angeles), e il tradizionale allocutivo baby (da film noir statunitense d'epoca; ma poi presente in modo massiccio in tutta la tradizione musicale pop e rock), noteremo l'inserimento coloristico di punching-ball e music hall e quello ironico della locuzione francese fisic du rol (semiadattato nella grafia nel testo trascritto all'interno del libretto che accompagna il cd). Il tarro funky si definisce freak, propriamente 'mostro', come facevano i giovani angloamericani degli anni Sessanta e Settanta che volevano denunciare il loro distacco critico dalla società. Essi riprendevano il termine dal titolo di un film cult di Tod Browning del 1932, Freaks, che raccontava le storie drammatiche e grottesche di un gruppo di mostri umani, esibiti come fenomeni da baraccone in un circo. Il nostro freak di borgata o di periferia, però, si limita a fare "gara nelle giostre con il punching-ball". Infine, interessante l'uso idiotipico di fresh 'nuovo, vergine, non usato' (ma anche 'presuntuoso', riferito a persona), detto dal funkytarro di sé stesso; una scelta terminologica che rimanda anche, ammiccando, alle etichette del deodorante Arbre magique, poco prima citato nel testo.
Della lingua colloquiale l'uso della sigla DOC 'valido, buono, di qualità' (propriamente Denominazione di Origine Controllata, marchio di origine e, in teoria, di qualità dei vini) in funzione di aggettivo posposto, da tempo piegato nel LG al significato di 'in gamba, tosto', riferito a persona ("funkytarro DOC"). Tipa, qui come sostantivo e come allocutivo, vale nel LG, oltre che 'fidanzata', 'ragazza, specialmente se carina, interessante'. Si notino il tono particolarmente colloquiale della frase "tipa stop, con me non devi fare la snob, dài, salta su, hop", l'uso della forma idiomatica "c'ho" - tipica del parlato informale -, l'uso in sintagma di stile (seguito da sostantivo), con funzione modale, 'alla maniera di' (diffuso nel parlato informale al pari del modulo tipo + sostantivo), in un testo tutto improntato alla ricerca di spontaneità espressiva, anche se regolato dal vincolo tecnico di rime e assonanze incalzanti, proprie del rap (e non privo di altre malizie stilistiche: vedi l'allitterazione in "tarro e t'atterro"). Un testo scritto/parlato/cantato in una lingua che deve molto all'italiano colloquiale e, allo stesso tempo, ne intensifica le caratteristiche in forza di un processo di concentrazione quantitativa di fenomeni tipici.

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Michele Colombo, docente di Storia della lingua italiana all'Università Cattolica di Milano, si è già occupato in più d'una occasione di Chiesa e lingua italiana. Proprio il tema della predicazione religiosa – cattolica – assume un rilievo fondamentale nel breve, nitido, godibile volumetto di 90 pagine che qui si presenta.

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