Con la proverbiale modestia, il giornalista e scrittore Filippo Ceccarelli ha fornito con quattro pennellate un’efficace rappresentazione del grillese, la lingua (e le linguacce) di Beppe Grillo, attore, politico e grande performer: «a orecchio, ci senti dentro: la commedia dell’arte, il più incessante borbottio ligure, la cultura pubblicitaria e televisiva, parecchio Fantozzi, un po' di Pannella (che non a caso l’ha accusato di copiarlo), un pizzico di Dagospia, echi di chat e anche risonanze futuriste e dannunziane» (http://ricerca.repubblica.it/). La lingua, dicevamo, e le linguacce: perché, senz’ombra di dubbio, nonostante la socializzatissima piattaforma politica del Movimento 5 stelle si muova come una placca tettonica nell’oceano della rete, ben ancorata al blog ufficiale di Grillo e ai post dei suoi sostenitori (http://www.beppegrillo.it/), la presenza di Grillo in carne e ossa in giro per l’Italia dà sostanza vitale ai temi e ai contenuti attraverso le armoniche della fisicità sprigionate dal corpo dell’attore in scena, con tutte le dinamiche mimiche ed espressive in pieno sfarfallio energetico, scandite da tempi teatral-televisivi perfetti, che dettano le pause e le riprese, dosano la linea prosodica dell’enunciato, preparano i picchi dell’invettiva o, viceversa, fanno accomodare con marpiona condiscendenza la sferzante ironia nelle tonalità scure della voce fattasi improvvisamente più roca e sommessa.
Da Rigor Montis al nano Bagonghi
Grillo, animale di spettacolo, in un universo politico in cui la politica si è fatta spettacolo ci sta a pennello. La vis comica – sarà paradossale, ma è così – unisce lui e l’antipode Berlusconi. È un fatto di attitudine e di energia. Poi, però, le differenze ci sono tutte. La vis di Berlusconi si incarna nella barzelletta maschilista volgarotta o nelle gigionerie narcisistiche e autocentrate; quella di Grillo evoca lazzi e fescennini, commedia dell’arte e contraffazione espressionistica ed è costantemente rivolta contro gli avversari di turno. Grillo non perdona, quando manipola il capitolo dell’onomastica: Rigor Montis è un piccolo gioiello, gioco fonico e semantico che intreccia e rannoda diversi piani, associando la rigidità della designazione medica (rigor mortis) alla rigidità espressiva della facies montiana, mentre rimanda, più in profondità, al rigore della politica economica da Monti stesso promossa, bollata dunque da Grillo come mortifera, letale. Facile e di alta comprensibilità, come del resto tutte le “azioni” linguistiche di Grillo, destinate, nelle intenzioni, a rompere gli schemi della politica di professione, con le sue astrattezze, fumisterie, ipocrisie. Ecco un rapido assaggio di nomignoli affibbiati da Grillo: Frignero (in luogo di Fornero, la ministra che si commosse per i tagli alle pensioni che lei stessa si disponeva a infliggere); cattivissimo è Psiconano (Berlusconi), perché quel confisso psico- più che per psicologia sembra stare per psicotico; irridenti ai difetti fisici (secondo millenaria tradizione farsesca) sono Castoro delle libertà (Alfano) e dentiera presidenziale (Napolitano); molto pop nano Bagonghi con gli occhialini rossi (Maroni) e Topo Gigio (Veltroni); beffardo Azzurro Caltagirone (Casini), nel quale, a suo tempo, si riuniva l’alleanza con gli azzurri berlusconiani al nome di battesimo, Azzurra, della figlia di Gaetano Caltagirone, ricca e potente figlia di ricco e potente padre, nonché moglie di Casini (come a dire: senza l’egida di due importanti schiatte, espresse in quell’Azzurro, Casini, in sé e come personaggio pubblico e dotato di voce in capitolo, non esisterebbe).
Monitare o fanculare?
Forte è l’impatto ironico del neologistico monitare ‘esprimersi in forma di monito, di serio e serioso ammonimento’, riferito soprattutto alle prese di posizione del Quirinale su fatti e avvenimenti gravi (non può non venire alla mente il tormentone d’agenzia «… si è levato alto il monito del presidente della Repubblica…»). Conforme alla volontà di porsi al livello dell’orizzonte mentale, psicologico e linguistico dei cittadini cui si rivolge, esasperati dalla politica tradizionale, di destra e di sinistra, considerata opportunistica, autoreferenziale, immobile, immorale nella difesa a oltranza dei privilegi di “casta”, è l’apertura ad libitum alla matericità, alla scatologia, al turpiloquio (un esempio, la tripletta sinonimica fanculare, sfanculare, sfanculizzare). Come ha notato Ceccarelli, corporeità e matericità sono campi concettuali che rimandano a deiezione, degrado e, infine, morte. La politica italiana è come un cimitero o un antro di vampiri, i politici sono creature cadaveriche da film di Romero, morti che camminano. Scrive Grillo, nella prefazione al libro di Antonio Di Pietro Ad ogni costo (Ponte alle Grazie, 2010):
«[Di Pietro] induce nei seguaci del Partito dell’Amore attacchi di idrofobia, li trasfigura in facce ghignanti. Li trasforma in zombie preda di attacchi epilettici. È come l’aglio per i vampiri, l’acqua santa per i demoni, le aule di tribunale per Berlusconi, un test di intelligenza per Gasparri» (p. 5).
E venne il day del vaffa
Contro certa gente, verrebbe da pensare, non poteva che essere Grillo a lanciare la campagna politica concretizzatasi nel V-day o Vaffa-day, che, una prima storica volta, sabato 8 settembre del 2007, riempì di gente piazza Maggiore a Bologna e creò una vasta mobilitazione in altre città, portando alla raccolta di circa trecentomila firme utili alla presentazione di una proposta di legge popolare per intervenire in modo drastico su alcune questioni che se, lasciate irrisolte, avrebbero compromesso, secondo Grillo e i suoi sostenitori, ogni possibile risanamento morale della politica e ogni recupero di fiducia nella politica da parte dei cittadini. L'ircocervo sarcastico sposa al day di tante altre iniziative di protesta o di sostegno (dal tax day al family day)la più tipica italiota e popolare espressione di arrabbiatura, maneggiabile in contesti e situazioni segnati vuoi dall’ira più immediata, come anche da un informale e scherzoso intento canzonatorio. Insomma, col Vaffa-day Grillo è approdato al capovolgimento valoriale di una formula linguistica, parallelo al capovolgimento della politica politicata che l’onomaturgo auspica platealmente.
Shaman-showman
Quando sta in scena, Grillo, d’accordo, è gesto, sberleffo, canzonamento e perfino ingiuria: ma è anche macchina narrativa ben oliata. Metafore e similitudini entrano in un flusso argomentativo che si scioglie in narrazione, condita di sapienti ammiccamenti per mantenere sempre viva l’attenzione di chi ascolta. La narrazione è uno strumento politico, perché «esemplifica un concetto più generale», e, nel caso che qui proponiamo, «la critica a un sistema produttivo e commerciale» (le citazioni sono tratte da G. Giansante, Le parole sono importanti. I politici italiani alla prova della comunicazione, Carocci, Roma 2011, p. 109; l’autore analizza proprio la performance di Grillo, tenuta all’aperto, in Sicilia, di cui fornisco la trascrizione http://www.youtube.com/):
«Le patatine Pai le hai mai mangiate? Ti spiego come si fanno le patatine Pai perché è straordinario. Ma è vero. La patata nasce in Vestfalia, in Germania. Questa patata è una patata strana, la mettono su un camion e attraverso… dalla Germania… alla Sicilia. In camion! Traghetto e camion, vengono in Sicilia, la lavano con un’acqua speciale, non so che cazzo di acqua avete, un’acqua speciale, viene lavata la patata, le patate lavate tornano in Vestfalia, le affettano in Germania, vengono spedite a Zurigo, in Svizzera, le friggono e da Zurigo arrivano a Genova dove le imbustiamo! Una patatina Pai. Cazzo, la cosa più innocua del mondo ha fatto seimila chilometri in un camion e ha smerdato mezzo mondo […] Vaffanculo! Ognuno si prenda le sue cazzo di patate! Vaffanculo! Devono girare le idee, non le merci».
Dove si noterà il doppio fanculare a conclusione della tirata, che incastona la conclusione logica a commento del racconto («Ognuno si prenda le sue cazzo di patate»); in clausola, sbollita la foga, ma ancora carico di emotività surriscaldata, viene posto lo slogan finale, il pay off da imprimere nella memoria, come se avessimo assistito a uno spot per risvegliare, pungolare e “armare” le menti: «Devono girare le idee, non le merci».
Così il comico approfitta del palco della politica-spettacolo, senza contaminarsi con i suoi luoghi abusati (i talk show televisivi), rimbalzando dalle piazze reali a quelle virtuali, nelle quali piega la comicità a strumento di una strategia politica che si alimenta di indignazione empatizzata. Un’ira recitata con cui lo shaman-showman assorbe rabbie e frustrazioni, rielaborandole in forma di attacco al cuore della politica altrui, quella – secondo Grillo – degli «zombie preda di attacchi epilettici».
Silverio Novelli