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Parole bulgare tra Berlusconi e Biagi

«Siamo nel posto dell'ostracismo. Solo a Berlusconi risulta che non ci fu nessun editto». Parla ai giornalisti il ministro per lo Sviluppo Economico Pierluigi Bersani, che si trova a Sofia, capitale della Bulgaria, il giorno dopo la morte del giornalista Enzo Biagi (avvenuta il 6 novembre 2007) e le immediatamente successive dichiarazioni di alcuni esponenti del centro-sinistra che rispolverano l'editto bulgaro di Silvio Berlusconi. Proprio a Sofia, cinque anni prima, il 18 aprile del 2002, nel corso di una conferenza stampa svoltasi in occasione di una visita ufficiale, l'allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi aveva dichiarato: «L'uso che Biagi, Santoro ... come si chiama quell'altro ... Luttazzi hanno fatto della televisione pubblica, pagata con i soldi di tutti, è un uso criminoso. E io credo che sia un preciso dovere della nuova dirigenza [della Rai, ndr] di non permettere più che questo avvenga». Nella stessa occasione, Berlusconi, riferendosi alle nuove nomine alla Rai, aveva affermato che la tv pubblica «finalmente tornerà ad essere una tv di tutti, oggettiva, non partitica e non faziosa come invece è stata con l'occupazione militare della Rai da parte della sinistra». Le dichiarazioni berlusconiane vennero ribattezzate diktat bulgaro sull'«Unità» dal giornalista Simone Collini e ukase bulgaro da Daniele Luttazzi; poi prese piede l'espressione editto bulgaro.

Gli avamposti del nemico
Come si sa, le cose, dopo le dichiarazioni di Berlusconi, andarono come andarono, di là dal fatto che non fu materialmente il presidente del Consiglio a prendere a calci nel didietro i due giornalisti e il comico satirico; né che, cercando di interpretare i suoi desiderata, alcuno tradusse in legittimabile ribellione violenta, a fronte di una occupazione militare e di un comportamento criminoso, la liberazione delle reti pubbliche televisive dalla presenza di tre personaggi percepiti dal governo come faziosi avamposti dello schieramento avversario. Finì, a farla breve, in tempi di poco sfalsati, che i programmi di Biagi (Il fatto), Santoro (Sciuscià) e Luttazzi (Satyricon) furono sospesi. Santoro è tornato a fare tv alla Rai dal settembre del 2006 (con Anno zero); Biagi con Il fatto dall'aprile del 2007; Luttazzi dall'autunno del 2007 si è fermato su La 7 col suo Decameron.

Parole con l'elmetto
«Da sempre al primo posto nel repertorio dei politici, la metafora bellica ha perso un po' di smalto negli ultimi anni, sostituita da quella calcistica o genericamente sportiva», ha scritto Riccardo Gualdo in Il linguaggio politico, p. 209 (in Lingua e identità. Una storia sociale dell'italiano, a cura di Pietro Trifone, Roma, Carocci, 2006). È vero, l'agonistica discesa in campo nello stadio della politica annunciata nel 1993 da Silvio Berlusconi, proprietario della squadra di calcio del Milan e appassionato di calcio, ha certamente dato una spinta al metaforeggiare sportivo tra i politici: le squadre di governo si affrontano su un terreno bipolare, come quelle di calcio sul campo, Bossi entra a gamba tesa, Bertinotti prende in contropiede, Dini si smarca; anche se può sempre capitare (passando ad altro sport) che qualcuno dei tuoi remi contro. Ma a parte il fenomeno del bellicismo verbale a oltranza delle camicie verdi leghiste (combattenti come le peraltro detestate camicie rosse, seguaci di «quel cretino di Garibaldi» - Bossi dixit -), con tutto l'armamentario di kalashnilov, pallottole, lotta di liberazione (e via pugnando) costantemente sciorinato dal suo comandante supremo, va detto che, quando la polemica si fa asperrima, lo scontro si radicalizza su qualche questione di forte portata simbolica (quindi importante ai fini dell'immagine e della popolarità), oppure le elezioni si avvicinano o il governo sembra in difficoltà, allora il tradizionale ricorso alla metaforizzazione del lessico militare si prende la sua rivincita, perché la sublimazione dello scontro muro contro muro nelle specie della gara sportiva non basta più a rendere la drammaticità e l'importanza della posta in gioco.

Dall'antica Grecia alle Guerre mondiali
Ecco allora che il politico torna a imbracciare il lessico militare. O a recuperare, tra i termini polemici, quelli più bellicosi e vessatori, come fa il ministro Bersani quando parla dell'ostracismo secondo lui decretato da Berlusconi contro Biagi. L'ostracismo era l'esilio della durata di cinque o dieci anni inflitto nell'antica Atene ai cittadini sospetti al popolo. La voce deriva dal sostantivo ostrakismós, dal verbo ostrakízein, derivato a sua volta da óstrakon 'coccio': proprio su un coccio di terracotta, infatti, ciascun cittadino era chiamato a scrivere il nome del designato all'esilio.
Con un salto che ci porta alla latinità giuridica (e poi direttamente nella civiltà medievale italiana), eccoci all'editto 'ordine, comando scritto emanato da un'autorità pubblica' (da edictum, sostantivazione del participio passato di edicere 'dichiarare', composto di ex 'fuori' e dicere 'dire'), attestato per la prima volta nell'italiano scritto dantesco.
Il colto Luttazzi ha preferito parlare di ukase bulgaro, perché la connotazione metaforica di ukase circonda la figura dell'emanatore del provvedimento con un alone di stantìa ma insieme barbarica, crudele, arcaicità, anche se già dal 1850 in italiano ukase si usava nel generico senso figurato di 'decisione imposta d'autorità, indiscutibile e inappellabile'. Ma dietro c'era il forte significato originario, al quale sicuramente Luttazzi ha pensato nello sfoderare il vocabolo di origine russa. Ukase ha designato infatti, nell'antica Russia, fino a tutto il secolo XIX, l'editto o il decreto imperiale; si trattava della tipica espressione del dispotismo zarista. In russo, ukase (che è la trascrizione francese del vocabolo) deriva dal verbo ukazát 'indicare, disporre, ordinare'. La parola si affaccia alla lingua scritta degli storici italiani tra la fine del Settecento e gli inizi dell'Ottocento come tecnicismo giuridico.
Più  emotivamente pregnante, per noi figli del secolo breve, la semantica di diktat, che ci riporta ad atmosfere di guerra. Ecco la definizione datane dal Vocabolario Treccani: «Propriamente, dettato; nel linguaggio politico, trattato di pace imposto dai vincitori, senza possibilità di negoziare. Il termine è stato in particolare riferito dai Tedeschi al trattato di pace che concluse la prima guerra mondiale, ed esteso poi anche a indicare il trattato imposto all'Italia dopo la seconda guerra mondiale [...] e talora, con significato più generico, ogni imposizione unilaterale di volontà che esclude la possibilità di negoziati».

Cose da socialismo reale
A questa terna di vocaboli che contengono l'idea di una spiccata prescrittività, si associa poi l'aggettivo bulgaro, che, guarda un po', fa coincidere luogo geografico delle dichiarazioni berlusconiane del 2002 con una delle capitali politiche dei regimi di socialismo reale, simbolo di restrizione delle libertà e dei diritti civili  e dell'autoritarismo statale, se non perfino del totalitarismo politico. Diventa così più facile smascherare l'immagine del leader che si dichiara liberista, liberale e anticomunista, rivelandone i tratti reali che, secondo gli avversari politici, lo farebbero assomigliare più a uno "zar" staliniano che a un erede di Croce e di Einaudi. La lingua italiana viene in questo caso in soccorso dei critici di Berlusconi, perché, a partire dall'inizio degli anni Novanta del Novecento, nel linguaggio politico si comincia a usare bulgaro in senso figurato, «con riferimento - cito dal Devoto-Oli - alla politica chiusa e dogmatica, propria del paese ai tempi del blocco sovietico: percentuale bulgara, il risultato plebiscitario di una votazione; per analogia: maggioranza bulgara, elezioni bulgare».
La sfortuna dei bulgari e della Bulgaria nella lingua italiana non è in ogni caso recente se il latino tardo bugeru(m), variante di bulgarus, propriamente 'bulgaro', in seguito all'eresia patarina dei bulgari, determinò la degradazione semantica della parola, per cui nell'Europa cattolica bugeru(m) passò a significare 'sodomita'; da qui, attraversando prima i dialetti e poi giungendo all'italiano, bugeru(m) generò buggerare 'sodomizzare' e poi 'ingannare' (come nel caso di analoghe voci appartenenti alla sfera sessuale; vedi fregare, fottere, ecc.).

Silverio Novelli

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