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Nuove letture dantesche - 2

 

Prosegue l’iniziativa bimestrale dello speciale Nuove letture dantesche, suddiviso, per ogni puntata, in tre contributi legati tra di loro. Luigi Spagnolo ci accompagna in questo viaggio fino alla fine del 2021. Leggendo l’Introduzione, i nostri lettori avranno modo di constatare la cura ecdotica, filologica, storico-linguistica che ha presieduto al lavoro che vi stiamo proponendo. Spagnolo spiega anche i criteri della scelta dei 12 canti della Comedìa (Divina Commedia), raggruppati in quattro terzetti tematici. Citiamo dall’Introduzione: 1) If (Inferno) 1, Pg (Purgatorio) 1, Pd (Paradiso) 1 – la tecnica dell’incipit, il motivo del viaggio; 2) If 5, Pg 24, Pd 9 – l’amore non sublimato, la lirica d’amore del dolce stil novo, le anime del cielo di Venere; 3) If 10, Pg 10, Pd 10 – gli eretici puniti (Farinata e Cavalcante), i superbi pentiti, l’eretico beato (Sigieri di Brabante) elogiato dal Doctor Angelicus (Tommaso d’Aquino); 4) If 34, Pg 33, Pd 33 – le chiuse delle tre cantiche. Il testo dell’Introduzione verrà riproposto in ogni puntata delle Nuove letture dantesche. Il secondo elemento della terna di contributi contiene il testo del canto, seguito dalle note ecdotiche, dalla parafrasi del testo, dall’apparato di note di commento e da una sintesi critica finale. Il terzo contributo è dedicato alla metrica e alle figure retoriche; in aggiunta, alcune utili notazioni storico-linguistiche e di grammatica storica su fenomeni fonomorfologici e sintattici della lingua di Dante e della lingua al tempo di Dante.
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Quando la scuola fa teatro

 

Nel momento drammatico della pandemia e dell’isolamento fisico, con la restrizione dei transiti e la chiusura dei negozî commerciali e umani, ci è sembrato utile pubblicare, in occasione della edizione 2020 della Giornata Mondiale del Teatro (World Theatre Day), che dal 1962 ricorre ogni 27 marzo per iniziativa dell’ITI (International Theatre Institute) dell’UNESCO, uno Speciale, curato da Simone Giusti, dedicato non soltanto allo specifico teatrale ma in particolare al teatro che gli studenti italiani di ogni ordine e grado possono incontrare come pratica attiva, arte/artigianato della condivisione, relazione tra corpi e parole che vanno a mettersi in scena, dopo un entusiasmante percorso di elaborazione del testo in una residenza artistica, accompagnati da esperti come l’attrice e pedagoga Sara Donzelli. Dal 2016, ogni anno, molte scolaresche partecipano al concorso nazionale “Scrivere il teatro” promosso dal Ministero dell’Istruzione - Direzione generale per lo studente e dal Centro italiano dell’ITI. Scrive Giorgio Zorcù, regista teatrale responsabile nazionale del progetto: «L’idea, di Fabio Tolledi, è nata dal bisogno di celebrare in modo creativo la Giornata Mondiale del Teatro con gli studenti, con lo scopo di usare questo mezzo per far raccontare i loro desideri e disagi». E, sempre in questo Speciale, proprio Tolledi, direttore artistico e regista, in veste di presidente dell’ITI Italia, spiega il senso sociale dinamico, aperto, relazionale del teatro commentando brani dei messaggi pubblici rivolti all’intera umanità, ogni 27 marzo, da tanti grandi protagonisti mondiali del teatro. Ogni anno il concorso “Scrivere il teatro” ha dei vincitori, giovani e giovanissimi, che sono chiamati, alla fine di un lungo percorso didattico e creativo a calcare un palcoscenico di livello nazionale, rappresentando la propria pièce, per poi riportarla sulle scene nel loro territorio. All’emozione della scoperta del teatro recitato è dedicato l’intervento di Francesca Nesti, che, per conto del Teatro Stabile di Torino, segue il pubblico delle scuole. Chiude lo Speciale una sintetica illustrazione dell’uso della lingua dialogata nei testi vincitori del concorso fino al 2019.
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Parole con l’anima: la ricerca artistica di Sabrina D’Alessandro

 

La radice indoeuropea del verbo latino “consuescere” (abituarsi) significa ‘essere solito, essere caratteristico’. L’aggettivo “consueto” è un frutto di quella radice. Se una persona, come l’artista Sabrina D’Alessandro, con il suo decennale Urps (Ufficio resurrezione parole smarrite), pone nel mondo il proprio atto creativo, dovrà sradicarsi dal consueto, disabituarsi agli automatismi del detto e ripetuto e fare leva su quell’in-consueto che, negando il solito, apre la mente a una nuova insolita visione. Le parole inconsuete possono essere arcaiche o dialettali, disusate o venerande di gloria letteraria: quel che importa è il fatto che la loro attuale marginalità non pregiudica, anzi, favorisce la missione semantica che l’artista compie non soltanto per recuperare, a partire dalla sonorità materica del corpo fonico, il senso originario della parola ma anche per trarne fuori, per via maieutica (per esempio rivolgendosi ai bambini) o ostensiva (agli spettatori partecipi delle opere/operazioni dell’artista) tutti gli inediti sensi possibili. Una sfida originale, baciata da un sottile e serissimo humour, al sonno dell’immaginazione collettiva, addormentatasi nel frastuono monotono della mediasfera. Tra Duchamp e Scialoja, futurismo e avanspettacolo, Rodari ed Eco (l’Eco che scoprì il lavoro della maestra Ersilia Zamponi), D’Alessandro trova la sua originale strada: quadrilarga, sbucciafatiche, ciarpiere, torotella, terriculoso, guizzipedo, buscalfana, sedulo, coticone, ciuffola e molte altre creature, smarrite tra le pieghe dei dizionari, delle rime e delle novelle, resuscitano in un mo(n)do nuovo, ri-dette come mai sono state dette prima. E magari anche accoppiate, disegnate, cantate, recitate, stropicciate, scolpite, riprese, collezionate, battute all’asta, disseminate a beneficio di chi ha avuto l’occasione di farne frammento della propria mente grazie alla mediazione dell’artista. Interventi di Valeria Della Valle, Giacinto Di Pietrantonio, Arnaldo Massarenti. Con un’intervista di Margherita Sermonti a Sabrina D’Alessandro. Immagine di copertina: Sabrina D'Alessandro, "Il Cimitero delle Parole Altrimenti Defunte", 2009 (Box Up SelfStorage, Sesto San Giovanni).
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Nuove letture dantesche - 1

 

Ogni due mesi pubblicheremo uno speciale intitolato Nuove letture dantesche, suddiviso in tre contributi legati tra di loro. Luigi Spagnolo ci accompagnerà in questo viaggio fino alla fine del 2021. Leggendo l’Introduzione, i nostri lettori avranno modo di constatare la cura ecdotica, filologica, storico-linguistica che ha presieduto al lavoro che vi proponiamo. Spagnolo spiega anche i criteri della scelta dei 12 canti della Comedìa (Divina Commedia), raggruppati in quattro terzetti tematici. Citiamo dall’Introduzione: 1) If (Inferno) 1, Pg (Purgatorio) 1, Pd (Paradiso) 1 – la tecnica dell’incipit, il motivo del viaggio; 2) If 5, Pg 24, Pd 9 – l’amore non sublimato, la lirica d’amore del dolce stil novo, le anime del cielo di Venere; 3) If 10, Pg 10, Pd 10 – gli eretici puniti (Farinata e Cavalcante), i superbi pentiti, l’eretico beato (Sigieri di Brabante) elogiato dal Doctor Angelicus (Tommaso d’Aquino); 4) If 34, Pg 33, Pd 33 – le chiuse delle tre cantiche. Il testo dell’Introduzione verrà riproposto in ogni puntata delle Nuove letture dantesche. Il secondo elemento della terna di contributi contiene il testo del canto, seguito dalle note ecdotiche, dalla parafrasi del testo, dall’apparato di note di commento e da una sintesi critica finale. Il terzo contributo è dedicato alla metrica e alle figure retoriche; in aggiunta, alcune utili notazioni storico-linguistiche e di grammatica storica su fenomeni fonomorfologici e sintattici della lingua di Dante e della lingua al tempo di Dante.
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Sandokan, che gran giungla di parole!

 

Centoventi anni fa, nell’anno 1900, veniva pubblicato a Genova, da Donath, “Le tigri di Mompracem”, capostipite del ciclo indo-malese di Emilio Salgari (pronunciato Salgàri: il cognome riflette il veronese “salgàro”, cioè salice), il creatore dei romanzi d’avventura italiano più famoso, anche se per lungo tempo snobbato dai critici. Lontano dalle geografie esotiche ricostruite sulla carta a partire da compulsive letture di mappe, atlanti, romanzi di Verne, Alexandre Dumas e Sue, riviste di viaggi da cui trarre storia, usi, costumi dei popoli e descrizioni del territorio da riverberare nei suoi scintillanti e violenti mondi di pirati, corsari, pellirosse, predoni del Sahara, il veronese Salgari, che molto poco aveva viaggiato nel corso della sua esistenza, si suicidò tra le placide colline di Torino, città in cui si era trasferito. In questo speciale si rende onore a Salgari in vari modi. Maria Serena Masciullo ricostruisce la storia editoriale che portò alla pubblicazione da parte di Donath delle “Tigri” in una versione rielaborata, manipolata e tagliata, adatta ai ragazzi, del testo originario, La Tigre della Malesia: spie lessicali e tematiche dell’adattamento sono messe in evidenza soprattutto in relazione alla figura dell’eroe Sandokan (che passa da «sanguinario a sanguigno»). Debora de Fazio si mette sulle tracce del portoghese Yanez, l’inseparabile “fratello” di Sandokan, probabilmente il personaggio di cui Salgari volle fare uno specchio idealizzato di sé e che viene seguìto nelle sue trasformazioni di romanzo in romanzo. Sempre Masciullo analizza la costruzione dell’esotico in Salgari, affidata anche alla folta caratterizzazione lessicale (parangs del Borneo, kriss malesi, velenoso upas…), mentre Rocco Luigi Nichil esamina gli attacchi e le chiusure dei romanzi della saga indo-malese, che mostrano un versatile strumentario di soluzioni, riprese o adattate dal giornalismo, dal teatro, dallo studio delle necessità e opportunità offerte dalla scrittura seriale. Un altro modo per rendere omaggio a Salgari è quello scelto da Marcello Aprile, che rivaluta, a fronte di un atteggiamento snobistico diffuso ancor oggi verso le risorse del mezzo televisivo, lo sceneggiato in sei puntate Sandokan (1976), diretto da Sergio Sollima, che tenne incollati allo schermo più di venti milioni di telespettatori. Ispirato prevalentemente ai romanzi Le tigri di Mompracem e I pirati della Malesia, con «stile visivo caldo» e inquadrature di taglio innovativo, lo sceneggiato mostrò che anche le televisione poteva produrre un capolavoro a partire dai capolavori di uno scrittore d’avventura. Un’opera nell’opera, scrive infine Matteo Palma, è costituita dalla colonna sonora e dalla sigla dello sceneggiato, realizzate dai fratelli Guido e Maurizio De Angelis (nome d’arte: Oliver Onions): musiche e testi che hanno reso gli eroi salgariani vivissimi e familiari per un’intera generazione.
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Una per tante, tante per una: il RIF, repertorio di famiglie di parole

 

Che cosa hanno a che fare tra di loro “ministeriale” e “menestrello”, “minuto” e “minuetto”, a parte la “m” iniziale? Tutte queste parole discendono in modo più o meno diretto da un capostipite comune, l’aggettivo latino MINOREM. In questo Speciale dedicato al “RIF – Repertorio Italiano di Famiglie di parole”, curato da Michele Colombo e Paolo D’Achille ed edito da Zanichelli, le relazioni tra le parole raccolte (sono 25.000) divengono chiare in virtù di una organizzazione per famiglie (366 di numero), ossia grappoli di lemmi legati tra di loro sotto il profilo etimologico. Il Repertorio nasce come uno strumento per individuare i vincoli di parentela che uniscono le parole ed è sostenuto, come afferma qui Francesco Sabatini, da «una visione unificante e molto più estesa di ammassi di parole che altrimenti sembrerebbero estremamente distanti tra loro». Dalla scoperta di impensabili vicinanze possono scoccare illuminazioni sul senso profondo della lingua che adoperiamo ogni giorno. Si spiega in questo modo il fatto che il RIF, prodotto del lavoro scientifico di una quarantina di collaboratori, discenda da un progetto coagulatosi all’interno della Sezione Scuola dell’ASLI (Associazione per la Storia della Lingua Italiana) e riversatosi in una ricca attività di formazione di docenti delle scuole di ogni ordine e grado, al fine, sostiene D’Achille, di «affrontare il problema del lessico, delle limitate competenze lessicale degli studenti, specie per quanto riguarda i termini del vocabolario intellettuale». E, come scrive Luca Serianni, «una possibilità didattica da esplorare, facilmente percorribile da chi abbia una pur rudimentale conoscenza di latino, ma applicabile all'intero universo studentesco, perché sollecita la naturale curiosità di bambini e adolescenti per l'etimologia, è quella di riunire le parole per famiglie». L’albero imponente e ramoso che occupa la bella copertina del RIF è la metafora visiva del “capostipite” della famiglia di parole (di solito un lemma latino, ma anche greco, germanico, ecc.), immaginato a sua volta dal co-curatore Michele Colombo «come il tronco da cui, in una intricata foresta vergine, alcuni rami della volta frondosa si dipartono e altri no», creando una varia discendenza. Infine, Isabella Araldi, Alice Mazzetti e Andrea Zaninello della casa editrice Zanichelli spiegano come sia stata creata una doppia serie di esercizi interattivi online, mirata all'«analisi dei meccanismi di formazione delle parole e di riconoscimento dei vincoli di parentela che le caratterizzano» e a «un'analisi più approfondita del lessico italiano» da parte degli studenti.
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Macchina, mente e lingua: i volti dell'intelligenza artificiale

 

Nelle case risuona la voce dell'assistente virtuale: fa effetto ma si tratta pur sempre dell'esecuzione di programmazione e dettatura umane. La trascrizione e la sintesi del parlato e la traduzione in più lingue tramite servizi offerti da Google o DeepL sono sempre più soddisfacenti: ma restiamo nell'àmbito della soluzione di problemi pratici. Soluzione via via più raffinata, ovviamente, a dimostrazione che sta facendo grandi progressi l'"intelligenza artificiale", «inserendo sotto questa etichetta una serie di tecniche di vario genere: apprendimento automatico o machine learning, uso di reti neurali per l’elaborazione di dati», come scrive Mirko Tavosanis introducendo questo Speciale. Attenzione, però: siamo ben lontani dall'"intelligenza" umana. Nessuna possibilità, oggi, che nasca una Her (Lei), come nel film omonimo del 2013, in cui la voce femminile dell'assistente virtuale progredisce fino a diventare espressione prima di una coscienza individualizzata postumana e poi uno dei terminali dell'enorme entità vivente superumana che integra tutte le intelligenze artificiali connessesi tra di loro. Restando coi piedi per terra, possiamo però guardare con grande interesse all'affascinante arricchimento funzionale che le sofisticate forme di statistica dell'ia producono in vari campi, nei quali al centro sono, quasi per definizione, il linguaggio e le lingue, come spiegano nei loro interventi Davide Bacciu (reti neurali e linguaggio), Roberto Pieraccini (parlare "con" e non solo più "attraverso" i computer), Mirko Tavosanis (valutare la traduzione automatica). Senza smettere di riflettere passo dopo passo sui rischi non meno che sulle opportunità: sono sempre gli esseri umani (con i loro giudizi e pregiudizi) a istruire le macchine e sono poche multinazionali a spartirsi il cloud. Immagine: Visualizzazione social network Crediti immagine: Martin Grandjean [CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)]
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Montalbano sotto inchiesta: le parole scritte, le parole in tv

 

L'epopea del Montalbano letterario ormai è compiuta, a causa della morte del suo autore poco più di tre mesi or sono; è destinata invece a restare aperta l'enorme biblioteca multimediale che quella epopea contiene e ordina in romanzi, racconti e film televisivi. Perdipiù di là dalle pareti di carta, pixel e bit, si dilata un vasto peritesto fattuale: per fare un esempio, germogliando dal solo terreno della passione culinaria di Montalbano «fioriscono etichette enologiche ad hoc, osterie e ristoranti ad hoc anche oltralpe, menu ad hoc», come scrive Debora de Fazio in questo Speciale, da considerare come un omaggio a Montalbano. E, dunque, – per forza di cose e di parole – si tratta di un omaggio alla lingua con la quale Camilleri ha allestito sapientemente la ricchissima e varia scena su cui si stagliano i parlari ibridi dei suoi personaggi, rivisitazioni immaginose ed espressive di dialetto e italiano colloquiale, locale e popolare. Nella versione televisiva delle pagine scritte, i personaggi e l'ambiente sono caratterizzati tramite pochi, ben scelti, fenomeni fonetici e sintattici, come spiega Marcello Aprile celebrando nella “collection” di Montalbano «la migliore opera narrativa prodotta dalla televisione pubblica dai tempi dei grandi sceneggiati». Il Montalbano comico si dispiega nei siparietti con l'agente Catarella, alfiere di una lingua tutta "pirsonale", intreccio virtuosistico di popolarismi e malapropismi (Debora de Fazio), mentre il tessuto colloquiale dei dialoghi si accende per le coloriture polemiche, quando Montalbano sbotta, "s'arraggia" e i "cabasisi" inevitabilmente di "scassano" (Rocco Luigi Nichil). Completa questa inchiesta su Montalbano, insieme seria e affettuosa, una completa "bibliografia montalbaniana" preparata da Rocco Luigi NIchil.
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Parole e idee per una scuola viva

 

Probabilmente gira ancora per le aule lo "scolastichese" di cui scriveva Tullio De Mauro nella sua "Storia linguistica dell'Italia repubblicana" (Laterza): si insegna(va) agli studenti a usare "recarsi" (e non "andare"), "eseguire" (e non "fare") i compiti o "adirarsi" (e non "arrabbiarsi"). Ma forse è ancora più insidioso certo linguaggio tecno-manageriale che detta alla scuola e agli insegnanti quelle «liste di obiettivi, spesso alquanto nutrite e nel più puro “scolastichese”, [che] popolano le programmazioni ma troppo spesso restano solo sulla carta perché si scontrano con difficoltà oggettive» enormi, come scrive Bianca Barattelli in questo Speciale. Abbiamo cercato di capire quali parole e linguaggi possono essere utili per lavorare meglio tutti, oggi, "per" e nella scuola e cioè in primo luogo per e con gli studenti e gli insegnanti. Mentre Simone Giusti dedica una voce a "Maturità", dagli esami di Giovanni Gentile a quelli di oggi (quasi come appendice on line al piccolo pungente dizionario "La scuola è politica", da lui curato per Effequ), Rosarita Digregorio spiega come i quattro autori del libro appena citato abbiano tentato «di condensare in 21 parole chiave gli snodi fondamentali dei ragionamenti sulla scuola italiana». Bianca Barattelli radiografa i problemi legati all'insegnamento dell'italiano in classe, stende un elenco di strategie per l'insegnamento e l'apprendimento, fissa obiettivi graduali invitando a non temere i tempi lunghi. Matteo Viale spiega perché è necessario integrare nel lavoro in classe le nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione (di cui fanno uso costante i giovanissimi), per scardinare «la rigidità di alcune prassi didattiche nell’insegnamento della scrittura e della testualità a scuola». Alberto A. Sobrero prende di petto il "negazionismo" serpeggiante che, negando le esperienze, le politiche, le teorie del grande filone pedagogico e sociale dell'educazione linguistica democratica fiorito negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, intende far passare surrettiziamente una gestione manageriale e burocratizzata dell'istituto scuola, deprimendo le forze vive che lo abitano.
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Landolfi: la maschera, la maniera, il miraggio

 

Morto quarant'anni fa, dove sta, oggi, Tommaso Landolfi da Pico, narratore, poeta, diarista, drammaturgo e traduttore della grande letteratura europea (dal russo, dal francese, dal tedesco)? Qual è la sua collocazione nella letteratura italiana e, all'interno di quest'ultima, qual è l'impronta lasciata dalla sua lingua e dal suo stile? Nonostante il giudizio limitativo di Gianfranco Contini («ottocentista eccentrico in ritardo») – controbilanciato, peraltro, dall'apprezzamento, anche se non lineare, di Eugenio Montale o da quello selettivo di Italo Calvino –, Landolfi, secondo Paolo Zublena in questo Speciale, «resta fuori dalle storie della letteratura o della lingua letteraria – o almeno vi è parcamente e marginalmente rappresentato». Zublena sostiene che ciò dipenda dal suo essere eccentrico rispetto ai filoni stilistici prevalenti del plurilinguismo espressionistico da una parte e dello "stile semplice" dall'altro. Grande scrittore è, sostiene Zublena, ma, come scrive Maria Antonietta Grignani, nella sua alta anomalia Landolfi è preso (e in parte logorato) nel «gioco faticoso, che alla percezione tutta novecentesca dell’usurarsi del mezzo linguistico di libro in libro, di secolo in secolo, accosta un divieto a abbandonare gli allettamenti e il repertorio retorico della tradizione nelle sue forme bloccate»: il sogno di una chiusura/clausura stilistica non può che restare un miraggio. La maschera della parola ipermanieristica in contesa con sé stessa e con una realtà per nulla compiacente, indicibile ma, per statuto, da rappresentare, esprime «una vocazione fortissima alla scrittura e una sfiducia totale nei confronti della lingua che è il suo stesso e unico mezzo», scrive Francesca Serafini, che esamina in questo contesto la funzionalità stilistica e concettuale del periodare parentetico e incidentale caratteristico dell'autore. A proposito di punteggiatura, Paola Baratter mette in rilievo l'orchestrazione accorta che ne fa Landolfi: «i segni interpuntivi sono usati in tutta la loro gamma», un uso «morigerato» al servizio di una sintassi e una testualità complesse.

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