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Il pastore nel gregge: la lingua della Chiesa oggi

 

Come nota Rita Librandi nel suo recente “L’italiano della Chiesa” (Carocci), oggi all’orecchio di un italiano qualsiasi – a meno che non sia acculturato o credente e assiduo praticante – i numerosi riferimenti di cui è costellata la nostra lingua alle parole dei testi sacri risultano opachi. Nemmeno risuona l’eco dell’origine religiosa, incardinata nella tradizione cristiana, di tante parole o modi di dire. Eppure, per tutta la comunità italofona una certa aura di religiosità viene in ogni caso percepita come un soffio vitale continuo, anche in àmbito laico. Nella società secolarizzata, ridare smalto alla Parola vuol dire, per la Chiesa, recuperare e rilanciare, in modi nuovi, lo spirito del dialogo, dell’attenzione partecipe e dell’immersione nel “gregge” dei fedeli, propria della secolare tradizione della predicazione e dell’istruzione religiosa. Nelle intenzioni e aperture comunicative, nel sapiente uso dei media, si scorge una linea di continuità che caratterizza l’atteggiamento degli ultimi successori di Pietro. Certo è che papa Francesco, con il suo modo diretto di rivolgersi agli interlocutori, col suo uso dell’italiano come tendenziale lingua veicolare della Chiesa in Italia e nel mondo, con l’adozione mirata di frasi e parole tratte dalle lingue del gregge (fin dentro ai dialetti) è andato al cuore delle persone come nessuno prima di lui. E al cuore della lingua della e nella Chiesa. Interventi di Edoardo Buroni, Rita Librandi, Claudio Salvatore Sgroi.
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Caporetto, Waterloo e gli altri: carne da cannone per il lessico quotidiano

 

Cent’anni fa, tra il 24 ottobre e il 19 novembre del 1917, la battaglia di Caporetto segnò, per il Regno d’Italia, una fase cruciale della Grande guerra. Tanto che si è soliti parlare della dodicesima battaglia dell'Isonzo come della “disfatta di Caporetto”. Luoghi, tempi e nomi di battaglie, guerre, armistizi dalle terribili conseguenze umane, militari e politiche incidono tanto a fondo i territori della memoria collettiva che – pur rimanendo in primo luogo e per sempre legati allo specifico evento – hanno la forza di diventare altro nel mondo della lingua, che è anche un grande archivio, sempre in uso, di segni carichi di valenze metaforiche e simboliche. Ecco, allora, che Caporetto, Waterloo, 8 settembre (del 1943), 11 settembre (del 2001), passato qualche tempo dall’avvenimento cui si riferiscono e dall’unico uso inizialmente consentito, di segnaposto cronologico nelle cartine storiche e geopolitiche, diventano lessico comune, slittando verso altri significati, anche se sempre a partire dal sema di base ‘enorme disfatta’ o ‘disastro’, ma ciascuno con una personalità riconoscibile: per esempio, 8 settembre porta con sé il senso di un disfacimento caotico, prima ancora che di una disfatta. Dunque caporetto (ormai lessicalizzato e con la minuscola) e soci possono essere riferiti, specialmente nel linguaggio iper-espressivo dei media, al crack finanziario come alla crisi di un’azienda, alla sconfitta di una squadra di calcio come a una fallimentare stagione turistica... Articoli di Marcello Aprile, Debora de Fazio, Rocco Luigi Nichil, Mirko Volpi.
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Saba, la parola schietta e profonda dell’io

 

A sessant’anni dalla morte di Umberto Saba, vale la pena di ricordare quanto scriveva Nietzsche, uno dei punti di riferimento principali, insieme a Freud, per il grande poeta triestino (nato nel 1883, morì a Gorizia nel 1957): «Siamo profondi, ridiventiamo chiari». Per tutta la vita, Saba seguì il filo del complesso tracciato che il suo io gli dettò, traducendolo nel progetto del Canzoniere, raccolta organica di liriche riveduta e corretta più volte fino all'edizione del '48, ritenuta definitiva dal poeta. Romanzo autobiografico in versi (Mengaldo sottolinea la forte componente narrativa della poesia di Saba), il Canzoniere scioglie in grande musicalità il sermo cotidianus scelto eticamente dal poeta come strumento di conoscenza e autoconoscenza. In questo Speciale, Fabio Magro analizza la lingua e lo stile di Saba in un ritratto teso a cogliere, nell’oscillazione costante tra contrapposti poli o valori (ad esempio, facile/difficile, bene/male), la dialettica profonda che attraversa tutta la poesia sabiana, pur così unitaria; il poeta Rodolfo Di Biasio sottolinea la necessità di tornare al dettato di Saba, attingendo “schiettezza” dalla «polla profonda del suo far poesia»; Luigi Matt individua nelle prose di Scorciatoie e raccontini un lavorìo “calviniano” in direzione della brevità e della nettezza, alla ricerca di una sintesi chiarificatrice dei motivi, dei moti e dei modi del proprio dire.
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Rodolfo Di Biasio. Mute voci mute, nel dolore della storia

 

Arrivato agli ottant’anni, Rodolfo Di Biasio definisce il percorso di una vita come «una continua irrisolta interrogazione» sul «poeta e il proprio tempo». Dall’angolo del paese natìo, Ventosa, nodo dell’Appennino meridionale che terra, cielo, fiumi e ulivi fanno quadrato e fortezza di parole alle radici del tempo e specola sull’«eterno dolore del mondo» (Luigi Fontanella), il poeta e narratore, nel corso degli anni, camminando la mente, la coscienza e il cuore attraverso essenziali e distillate raccolte poetiche, giunge a posare nella via una pietra miliare: i versi del poemetto Mute voci mute (2017), che l’autore offre volontariamente in dono alla libera lettura all’interno di questo Speciale, convinto com’è che una meditazione poetica sui tre demoni dell’umanità – Guerra, Fame e Peste (oggi, scrive Di Biasio, «la nuova peste è l’avvelenamento del pianeta») – possa perfino aprire varchi di speranza. Il poemetto, nuovo ma intarsiato di numerosi inserti ritagliati dal poeta nelle sue precedenti opere, testimonia nel proprio corpo la coerenza tematico-formale di un intero corpus e la fermezza di una poetica/etica secondo cui la «la poesia scrive riscrive la sua storia». Lo Speciale molto si sofferma su temi, stile, lingua di Mute voci mute, ma negli interventi di Domenico Adriano, Francesco De Nicola, Luigi Fontanella, Paolo Leoncini (oltre al commento del poemetto Patmos da parte di Giuliano Manacorda, che sempre seguì con stima e acutezza l’opera di Di Biasio nel suo farsi pluridecennale), scorrono riflessioni sul cammino più che cinquantennale di un grande poeta contemporaneo.
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Tomasi di Lampedusa, uno scrittore di parola

 

Sessant’anni fa moriva Giuseppe Tomasi di Lampedusa, lo scrittore che, postumo, divenne famosissimo, dopo la pubblicazione del romanzo Il gattopardo (1958), vincitore del Premio Strega nel 1959 e fonte del sontuoso film di Luchino Visconti del 1963. Famosissimo, ovverosia caso editoriale e letterario, in grado ancor oggi di suscitare dibattito nell’ambiente della critica letteraria. L’aristocratico nobile siciliano, politicamente di destra, irruppe nella scena letteraria con la sua visione negativa dell’Italia risorgimentale e postrisorgimentale, che portava con sé la fine di un ceto, l’immiserimento della Storia presente e futura e, infine, si può dire, la conferma della tragicità sostanziale della condizione dell’essere umano, condannato al disfacimento e al non essere. Che ci veniva a fare un romanzo siffatto, di impianto apparentemente realistico e tradizionale, gravido di densità lessicale e di studiatissime catene metaforiche, in cui domina l’occhio intimo del protagonista (don Fabrizio Salina), in un momento in cui, sia in campo poetico che narrativo, nelle strutture come nella lingua e nello stile, la parola d’ordine era lo sperimentalismo? Il romanzo venne, e scompigliò le carte: i lettori sin dall’inizio consegnarono al Gattopardo la palma dell’apprezzamento entusiastico; molti critici oggi considerano l’opera un moderno classico e Tomasi di Lampedusa uno scrittore destinato a durare. In questo Speciale a lui dedicato, ne mettono in rilievo le caratteristiche di lingua, stile e cultura Beatrice Cristalli (Tomasi, l’arte e la Storia), Fabio Magro (un ritratto del Gattopardo), Salvatore Silvano Nigro (le lettere ai cugini Piccolo), Flavio Santi (un raffronto con Stendhal).
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Medicina, cura (nell)e parole

 

Se il medico parla con loro, che cosa capiscono i pazienti? Se il medico scrive cose che anche i pazienti leggeranno (fogli di dimissione dall’ospedale, referti clinici, prescrizioni), filerà tutto liscio nella comprensione? E, a parole o nei comportamenti, quale “linguaggio terapeutico” adotterà il medico per trattare le persone in veste di pazienti, magari cronici o gravissimi o terminali? Come ricorda Raffaella Scarpa nel suo intervento, medicina e lingua si affrontano in tre àmbiti differenti, operativamente separati anche se in parte sovrapposti: storia della lingua della medicina, linguistica medica e linguistica clinica. In questo Speciale, abbiamo posto l’attenzione soprattutto sulla linguistica medica, vale a dire la branca che si occupa dei modi e delle forme della comunicazione tra medico e malato: colloqui terapeutici e informativi, consenso informato, comunicazione della diagnosi e della prognosi, senza dimenticare le macroforme di comunicazione linguistica tra le realtà sanitarie (enti, istituzioni, commissioni, associazioni di malati, aziende farmaceutiche), le persone assistite e la popolazione. Il “medichese”, sostiene, Donatella Lippi, avrebbe bisogno di un’operazione di «pulizia linguistica», all’interno di una costante formazione, multidisciplinare, che dovrebbe sostenere i medici nella costruzione di una relazione matura con i pazienti, per favorire l’aderenza dei malati alla cura e la possibilità per loro, a fini terapeutici, di raccontare sé stessi, il trauma della malattia, il dolore. Interventi di Nicola Boccianti, Claudio Cartoni, Michele A. Cortelazzo, Rosarita Digregorio, Donatella Lippi, Maria Polita, Raffaella Scarpa.
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Turpiloquio, menzogna, manipolazione. La parola dei politici oggi

 

Il linguista Giuseppe Antonelli ha dedicato un saggio, dal titolo oggettivamente spietato (“Volgare eloquenza”), a “come le parole hanno paralizzato la politica” (Laterza). In questo speciale, con non minore durezza, il linguista Michele A. Cortelazzo riassume nel trinomio “turpiloquio, menzogna, manipolazione” le caratteristiche peculiari del discorso dei politici supermediatizzati, ingaggiati(si) in una rincorsa populistica al gradimento del “volgo” (etimologicamente, del popolo), tanto da inaugurare una terza fase della lingua politica contemporanea: dopo la rivoluzione bossiana e berlusconiana degli anni Novanta del Novecento, col passaggio, come ha scritto Antonelli, dal paradigma della superiorità (io, politico, parlo meglio di te, cittadino, perché tu mi hai scelto migliore di te) a quello del rispecchiamento (io, politico, parlo come parli tu, uomo della strada, al bar o allo stadio, perché tu mi ha scelto uguale a te), ecco la fase – dice Cortelazzo – dell’“iperrispecchiamento”: «il politico non segue più le scelte linguistiche dell'elettorato, ma le anticipa; dà via libera allo scatenamento degli istinti linguistici più irriflessi e alle strutturazioni discorsive più illogiche». Argomentazione e ragionamento? Zero, o quasi. In ogni caso, “dopo”: dopo la “narrazione”, cioè l’incanto del racconto sganciato dalla realtà. In questo speciale, interventi di Michele A. Cortelazzo, Cristiana De Santis, Maria Vittoria Dell’Anna, Rocco Luigi Nichil, Stefano Ondelli, Raffaella Petrilli, Emiliano Picchiorri. E i ritratti linguistici di Berlusconi, Grillo, Meloni, Renzi e Salvini.
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Scuola: lingua, letteratura, mondo

 

Una relazione produttiva, in termini di didattica e dunque di apprendimento, può e deve legare educazione linguistica ed educazione letteraria, formazione scolastica umanistica, autonomia critica e coscienza civile. Si tratta di temi e di nodi non nuovi: un grande dibattito si aprì negli anni Settanta del Novecento; un dibattito che portò ad acquisizioni teoriche importanti, in qualche modo rifluite anche nella cornice dei programmi scolastici. Ma il dibattito – segnala Cristina Lavinio in questo Speciale – si è arenato e i programmi sono pieni più di ombre che di luci, mentre il nodo delle “competenze” non può essere sciolto nella sola rivendicazione di una dimensione utilitarista. Intanto, intorno, il mondo è cambiato e continua a cambiare: l'intermedialità, la smaterializzazione delle scritture, la nascita di figure di giovani consumatori e insieme produttori di nuovi testi che nulla hanno a che vedere con quanto entra nelle aule scolastiche pongono problemi complessi, ma spalancano anche, come sottolinea Paolo Giovannetti, inedite possibilità per il didatta. Che però deve essere formato adeguatamente all'inizio come anche nel corso della sua attività. Contributi di Luca Cignetti, Paolo Giovannetti, Simone Giusti, Cristina Lavinio, Wolfgang Sahlfeld, Natascia Tonelli.
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Primo Levi e la coscienza della parola chiara

 

«Sempre più citato, sempre meno capito, come non di rado capita a figure divenute nel tempo imprescindibili riferimenti dell’immaginario culturale medio», scrive Luigi Matt in questo Speciale, riferendosi a Primo Levi, morto suicida nella sua Torino trent’anni fa. Un quadro generale di ciò che sappiamo di Levi, della sua parola e del suo pensiero, ci è dato da Vittorio Coletti e Daniele Scarampi. Abbiamo poi cercato di affrontare Levi scrittore e, inevitabilmente, uomo convocatosi come testimone sulla scena della più tragica Storia del Novecento, da prospettive meno frontali, ma sempre interpellando i testi, lo stile, la lingua. Dunque, lavorando sui margini, nell’analisi di Michele Ortore ecco Levi poeta, còlto in una parabola che lega la felicità formale in termini proporzionali e inversi all’angoscia iniziale e finale del percorso letterario e vitale; poi, due interventi su Levi tecnografo (ne scrive Stefano Rossetti) e fantascientista (nell’analisi di Mirko Tavosanis), in cui la medietà stilistica e la veste letteraria si fondono nel tentativo di introdurre a una fascia di lettori più ampia (oggi anche i giovani a scuola) i temi morali posti dallo sviluppo della scienza e della tecnologia. Infine, Luigi Matt problematizza la fortuna di Levi e spiega nel dettaglio come tanta narrativa contemporanea italiana si dichiari o si senta “nipotina” di Primo Levi, ma ben poco a ragione.
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Tullio De Mauro: un grande Italiano, l'italiano e gli Italiani

 

Non si può racchiudere la figura di un essere umano, di nessun essere umano, in poche righe. Quando poi l'essere umano corrisponde a una persona come Tullio De Mauro, scomparso il 5 gennaio 2017, nemmeno una pur nutrita schiera di contributi scritti può pretendere di renderne la sostanza e la qualità. Dalle nostre pagine on line, che hanno ospitato più volte, negli ultimi anni, interventi di De Mauro e su De Mauro e la sua opera di linguista, contiamo però di fare cosa utile fissando i punti principali di una prima mappatura dei territori da lui attraversati. Siamo consapevoli che da una sintesi dell'opera del filosofo della lingua, teorico di linguistica e linguista straordinariamente innovativo, dell'ispirato e tenace propugnatore della linguistica educativa democratica, dell'impegnato ministro della Pubblica Istruzione, del creatore di originali e fondamentali opere lessicografiche, del sapiente organizzatore culturale (Presidente della Fondazione Bellonci, legata al premio Strega) emergerà la figura di un grande Italiano tra gli Italiani, che ha interpretato la lingua come strumento di crescita sociale, civile e culturale dei singoli, della collettività, del Paese, battendosi perché fossero rimossi i gravi ostacoli alla realizzazione dell'articolo 3 della nostra Costituzione, frapposti dai diffusi fenomeni di deprivazione linguistica vecchi e nuovi. È stato possibile perseguire questo intento grazie alla disponibilità e agli interventi di Valeria Della Valle, Valter Deon, Stefano Gensini, Cristina Lavinio, Luca Lorenzetti, Maria Emanuela Piemontese, Alberto A. Sobrero, Massimo Vedovelli.