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Tomasi di Lampedusa, uno scrittore di parola

Sessant’anni fa moriva Giuseppe Tomasi di Lampedusa, lo scrittore che, postumo, divenne famosissimo, dopo la pubblicazione del romanzo Il gattopardo (1958), vincitore del Premio Strega nel 1959 e fonte del sontuoso film di Luchino Visconti del 1963. Famosissimo, ovverosia caso editoriale e letterario, in grado ancor oggi di suscitare dibattito nell’ambiente della critica letteraria. L’aristocratico nobile siciliano, politicamente di destra, irruppe nella scena letteraria con la sua visione negativa dell’Italia risorgimentale e postrisorgimentale, che portava con sé la fine di un ceto, l’immiserimento della Storia presente e futura e, infine, si può dire, la conferma della tragicità sostanziale della condizione dell’essere umano, condannato al disfacimento e al non essere. Che ci veniva a fare un romanzo siffatto, di impianto apparentemente realistico e tradizionale, gravido di densità lessicale e di studiatissime catene metaforiche, in cui domina l’occhio intimo del protagonista (don Fabrizio Salina), in un momento in cui, sia in campo poetico che narrativo, nelle strutture come nella lingua e nello stile, la parola d’ordine era lo sperimentalismo? Il romanzo venne, e scompigliò le carte: i lettori sin dall’inizio consegnarono al Gattopardo la palma dell’apprezzamento entusiastico; molti critici oggi considerano l’opera un moderno classico e Tomasi di Lampedusa uno scrittore destinato a durare. In questo Speciale a lui dedicato, ne mettono in rilievo le caratteristiche di lingua, stile e cultura Beatrice Cristalli (Tomasi, l’arte e la Storia), Fabio Magro (un ritratto del Gattopardo), Salvatore Silvano Nigro (le lettere ai cugini Piccolo), Flavio Santi (un raffronto con Stendhal).

Medicina, cura (nell)e parole

Se il medico parla con loro, che cosa capiscono i pazienti? Se il medico scrive cose che anche i pazienti leggeranno (fogli di dimissione dall’ospedale, referti clinici, prescrizioni), filerà tutto liscio nella comprensione? E, a parole o nei comportamenti, quale “linguaggio terapeutico” adotterà il medico per trattare le persone in veste di pazienti, magari cronici o gravissimi o terminali? Come ricorda Raffaella Scarpa nel suo intervento, medicina e lingua si affrontano in tre àmbiti differenti, operativamente separati anche se in parte sovrapposti: storia della lingua della medicina, linguistica medica e linguistica clinica. In questo Speciale, abbiamo posto l’attenzione soprattutto sulla linguistica medica, vale a dire la branca che si occupa dei modi e delle forme della comunicazione tra medico e malato: colloqui terapeutici e informativi, consenso informato, comunicazione della diagnosi e della prognosi, senza dimenticare le macroforme di comunicazione linguistica tra le realtà sanitarie (enti, istituzioni, commissioni, associazioni di malati, aziende farmaceutiche), le persone assistite e la popolazione. Il “medichese”, sostiene, Donatella Lippi, avrebbe bisogno di un’operazione di «pulizia linguistica», all’interno di una costante formazione, multidisciplinare, che dovrebbe sostenere i medici nella costruzione di una relazione matura con i pazienti, per favorire l’aderenza dei malati alla cura e la possibilità per loro, a fini terapeutici, di raccontare sé stessi, il trauma della malattia, il dolore. Interventi di Nicola Boccianti, Claudio Cartoni, Michele A. Cortelazzo, Rosarita Digregorio, Donatella Lippi, Maria Polita, Raffaella Scarpa.

Turpiloquio, menzogna, manipolazione. La parola dei politici oggi

Il linguista Giuseppe Antonelli ha dedicato un saggio, dal titolo oggettivamente spietato (“Volgare eloquenza”), a “come le parole hanno paralizzato la politica” (Laterza). In questo speciale, con non minore durezza, il linguista Michele A. Cortelazzo riassume nel trinomio “turpiloquio, menzogna, manipolazione” le caratteristiche peculiari del discorso dei politici supermediatizzati, ingaggiati(si) in una rincorsa populistica al gradimento del “volgo” (etimologicamente, del popolo), tanto da inaugurare una terza fase della lingua politica contemporanea: dopo la rivoluzione bossiana e berlusconiana degli anni Novanta del Novecento, col passaggio, come ha scritto Antonelli, dal paradigma della superiorità (io, politico, parlo meglio di te, cittadino, perché tu mi hai scelto migliore di te) a quello del rispecchiamento (io, politico, parlo come parli tu, uomo della strada, al bar o allo stadio, perché tu mi ha scelto uguale a te), ecco la fase – dice Cortelazzo – dell’“iperrispecchiamento”: «il politico non segue più le scelte linguistiche dell'elettorato, ma le anticipa; dà via libera allo scatenamento degli istinti linguistici più irriflessi e alle strutturazioni discorsive più illogiche». Argomentazione e ragionamento? Zero, o quasi. In ogni caso, “dopo”: dopo la “narrazione”, cioè l’incanto del racconto sganciato dalla realtà. In questo speciale, interventi di Michele A. Cortelazzo, Cristiana De Santis, Maria Vittoria Dell’Anna, Rocco Luigi Nichil, Stefano Ondelli, Raffaella Petrilli, Emiliano Picchiorri. E i ritratti linguistici di Berlusconi, Grillo, Meloni, Renzi e Salvini.

Scuola: lingua, letteratura, mondo

Una relazione produttiva, in termini di didattica e dunque di apprendimento, può e deve legare educazione linguistica ed educazione letteraria, formazione scolastica umanistica, autonomia critica e coscienza civile. Si tratta di temi e di nodi non nuovi: un grande dibattito si aprì negli anni Settanta del Novecento; un dibattito che portò ad acquisizioni teoriche importanti, in qualche modo rifluite anche nella cornice dei programmi scolastici. Ma il dibattito – segnala Cristina Lavinio in questo Speciale – si è arenato e i programmi sono pieni più di ombre che di luci, mentre il nodo delle “competenze” non può essere sciolto nella sola rivendicazione di una dimensione utilitarista. Intanto, intorno, il mondo è cambiato e continua a cambiare: l'intermedialità, la smaterializzazione delle scritture, la nascita di figure di giovani consumatori e insieme produttori di nuovi testi che nulla hanno a che vedere con quanto entra nelle aule scolastiche pongono problemi complessi, ma spalancano anche, come sottolinea Paolo Giovannetti, inedite possibilità per il didatta. Che però deve essere formato adeguatamente all'inizio come anche nel corso della sua attività. Contributi di Luca Cignetti, Paolo Giovannetti, Simone Giusti, Cristina Lavinio, Wolfgang Sahlfeld, Natascia Tonelli.

Primo Levi e la coscienza della parola chiara

«Sempre più citato, sempre meno capito, come non di rado capita a figure divenute nel tempo imprescindibili riferimenti dell’immaginario culturale medio», scrive Luigi Matt in questo Speciale, riferendosi a Primo Levi, morto suicida nella sua Torino trent’anni fa. Un quadro generale di ciò che sappiamo di Levi, della sua parola e del suo pensiero, ci è dato da Vittorio Coletti e Daniele Scarampi. Abbiamo poi cercato di affrontare Levi scrittore e, inevitabilmente, uomo convocatosi come testimone sulla scena della più tragica Storia del Novecento, da prospettive meno frontali, ma sempre interpellando i testi, lo stile, la lingua. Dunque, lavorando sui margini, nell’analisi di Michele Ortore ecco Levi poeta, còlto in una parabola che lega la felicità formale in termini proporzionali e inversi all’angoscia iniziale e finale del percorso letterario e vitale; poi, due interventi su Levi tecnografo (ne scrive Stefano Rossetti) e fantascientista (nell’analisi di Mirko Tavosanis), in cui la medietà stilistica e la veste letteraria si fondono nel tentativo di introdurre a una fascia di lettori più ampia (oggi anche i giovani a scuola) i temi morali posti dallo sviluppo della scienza e della tecnologia. Infine, Luigi Matt problematizza la fortuna di Levi e spiega nel dettaglio come tanta narrativa contemporanea italiana si dichiari o si senta “nipotina” di Primo Levi, ma ben poco a ragione.

Tullio De Mauro: un grande Italiano, l'italiano e gli Italiani

Non si può racchiudere la figura di un essere umano, di nessun essere umano, in poche righe. Quando poi l'essere umano corrisponde a una persona come Tullio De Mauro, scomparso il 5 gennaio 2017, nemmeno una pur nutrita schiera di contributi scritti può pretendere di renderne la sostanza e la qualità. Dalle nostre pagine on line, che hanno ospitato più volte, negli ultimi anni, interventi di De Mauro e su De Mauro e la sua opera di linguista, contiamo però di fare cosa utile fissando i punti principali di una prima mappatura dei territori da lui attraversati. Siamo consapevoli che da una sintesi dell'opera del filosofo della lingua, teorico di linguistica e linguista straordinariamente innovativo, dell'ispirato e tenace propugnatore della linguistica educativa democratica, dell'impegnato ministro della Pubblica Istruzione, del creatore di originali e fondamentali opere lessicografiche, del sapiente organizzatore culturale (Presidente della Fondazione Bellonci, legata al premio Strega) emergerà la figura di un grande Italiano tra gli Italiani, che ha interpretato la lingua come strumento di crescita sociale, civile e culturale dei singoli, della collettività, del Paese, battendosi perché fossero rimossi i gravi ostacoli alla realizzazione dell'articolo 3 della nostra Costituzione, frapposti dai diffusi fenomeni di deprivazione linguistica vecchi e nuovi. È stato possibile perseguire questo intento grazie alla disponibilità e agli interventi di Valeria Della Valle, Valter Deon, Stefano Gensini, Cristina Lavinio, Luca Lorenzetti, Maria Emanuela Piemontese, Alberto A. Sobrero, Massimo Vedovelli.

Dalla memoria al mondo: il discanto di Alessandro Iovinelli

Quanto parte lontano, dentro di sé, chi scrive, per arrivare al mondo? Merleau-Ponty, filosofo dell'essere, sintetizzava così: «Il mondo nella mia mente, il mio corpo nel mondo». Non serve a nulla un canto monodico, a voce spiegata, che tratti il testo come il riflesso di una realtà salda, esteriore o interiore. Per dare luce a percorsi intrecciati, ma profondamente diversi e perfino tra di loro scissi, lo scrittore nato del tardo Novecento ha bisogno di un discanto che sperimenti una voce aggiunta (dolente ma ironica) e tenti di governare la polifonia delle altre voci in concerto, protese in direzioni contrastanti. In un Bildungsroman che accoppia in concordia discorde vita vissuta e vita scritta (romanzi e racconti, poesia, teatro, critica letteraria e cinematografica), Alessandro Iovinelli parte dalle profondità delle radici familiari (l'estro del bisnonno Peppe, creatore del teatro Ambra Jovinelli in Roma, all'inizio del XX secolo) e dalle fondative esperienze giovanili (la politica, il comunismo, le amicizie e i primi amori, in città come nei campeggi estivi di Settarme, in Valle d'Aosta) per approdare all'amore maturo, alla famiglia e alla paternità (stabilità?), ma anche al trasferimento all'estero per lavoro (avventura?), a Zagabria e a Parigi (dove incontra e frequenta Antonio Tabucchi), in una «ricerca ostinata, erratica, nomade, in una parola: étrange» – come ha scritto Predrag Matvejević in questo Speciale – di ponti da gettare tra l'esperienza della mente e l'apertura verso il mondo. Ora divaricate, ora in dialogo, ora sovrapposte, le voci del discanto, ascoltate ed escusse con passione, energia (anche drammatica) e lucidità sempre più matura, sono filtrate dalla poliedrica e ricca cultura di Iovinelli, che si fa scrittura di lingua tersa, nitida e colta e, dunque, per lui, per noi - lettrici e lettori -, nuova forma di vita. Interventi di Domenico Adriano, Tamara Baris, Paolo Di Paolo, Srećko Jurišić, Tonko Maroević, Predrag Matvejević, Julien Pouplard.

Dalla via Emilia al Bembo: Ariosto e il “Furioso”

Lettori d'eccezione come Italo Calvino, Jorge luis Borges, Luca Ronconi han dimostrato che è sempre l'ora giusta per leggere o rileggere l'Orlando furioso di Ludovico Ariosto, compendio e insieme superamento di un'epoca, dilatazione e ri-creazione, dall'interno, del mondo della grande tradizione letteraria - dal lirico Petrarca al prosatore Boccaccio -. Questo, poi, è un anno speciale: la prima edizione del Furioso fu impressa nel 1516, cinquecento anni fa. Il mondo del poema cavalleresco dell'Ariosto è un attraversamento, un percorso, un itinerario di ricerca di una misura originale, nella visione del mondo come nello stile; nella relazione con i predecessori (i cantari popolari, i cicli bretone e carolingio, il Boiardo) come nella dialettica istituita con un metro tradizionale, l'ottava, che viene dispiegata assecondando le volute di una sintassi ricca e complessa; nella selezione progressiva di un pubblico nuovo e più ampio, reso disponibile anche dalla rivoluzione della stampa, come nell'avvicinamento e adeguamento alla lingua dei modelli letterari toscani, codificati in quella prima metà del secolo XVI dal Bembo. La via Emilia, estense e cortigiana, che l'Ariosto poeta comincia a battere dagli inizi del secolo, attraverso la scrittura e le versioni successive del poema, fino all'edizione ultima del 1532, arriverà lontano. Interventi di Sara Giovine, Tina Matarrese, Arnaldo Soldani, Lucinda Spera.

Storia di un e-taliano. Dal PC a WhatsApp

«Come cambia la lingua, e in particolare la lingua italiana, nel suo incontro con il digitale e con la rete?», si chiede Gino Roncaglia nel suo intervento, che fa da cornice storico-culturale ai contributi dei linguisti Mirko Tavosanis, Massimo Prada e Stefania Spina, dedicati all'identità della lingua italiana nell'era e-(lettronica), o “e-taliano”, secondo la definizione che Giuseppe Antonelli ha rilanciato nel suo recente saggio di taglio divulgativo “Un italiano vero”. Tavosanis si occupa delle origini, così vicine ma già percepite come remote dagli esseri umani tecnologicamente modificati: videoscrittura e passaggio al digitale (decennio 1985-1995); Prada focalizza l'attenzione sulla posta elettronica e gli SMS (1995-2005); Spina traccia il profilo dell'era dei social network (2005-2015). Brevità, velocità, simultaneità, dialogicità, ma anche frammentarietà e granularità: quanto della logica interna dei mezzi e dei canali incide sulle caratteristiche dell'e-taliano da trent'anni in qua? Quali potenzialità sviluppa chi si immerge in questa inedita, massiccia, stimolante ondata di ritorno alla scrittura? Esaminati gli aspetti positivi, più che preoccuparsi del presunto abuso di anglicismi o delle sciatterie ortografiche nei cosiddetti social, bisognerebbe interrogarsi sui rischi di indebolimento della complessità testuale e della capacità argomentativa. Senza sottovalutare che, per la prima volta – passando da Facebook a Snapchat –, il testo viene relegato in un ruolo subalterno rispetto ai codici visivi.

L'estate 2016 in quattro parole

L’estate del 2016 è stata calda e non soltanto per le temperature. Basta prendere in considerazione quattro parole – alcune nuove, altre no – che sono state molto presenti nel dibattito pubblico e nelle conversazioni quotidiane, in relazione con eventi o situazioni, uno dei quali tragico, prodottisi tra giugno e settembre in Italia e fuori d’Italia. La storia e l'analisi degli usi delle parole possono aiutarci ad andare oltre la cronaca per addestrare il pensiero alla pluralità e al senso delle sfumature, necessari all'esercizio della ragione e alla volontà di conoscenza. Abbiamo dunque chiesto a Licia Corbolante di parlarci di “Brexit”, a Rosarita Digregorio di “burkini”, a Silvia Demartini di “sisma/terremoto”, a Daniele Scarampi di “concorsone”.

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UN LIBRO

Un delitto del ’43 e altri racconti

Mario Quattrucci

La pubblicazione di questa raccolta può costituire un’ottima occasione per accostarsi alla narrativa di Mario Quattrucci. Infatti, i vari testi mostrano bene la varietà di stili e modalità rappresentative con cui l’autore declina il prediletto genere poliziesco, perseguendo sempre il divertimento nella sua accezione più nobile.