12 dicembre 2013

Radio

di Giuseppe Sergio*

Dal Vocabolario Treccani.it, s. v. radio, s. f.: « 1. Forma abbreviata, e molto più com. nell’uso corrente, di radiofonia e radiotelegrafia (talvolta anche di radiotecnica). 2. L’organizzazione che provvede a diffondere mediante trasmissioni radiofoniche notizie, musica, spettacoli di varietà, opere drammatiche, conversazioni di vario argomento, ecc. 3. Nel linguaggio com., l’apparecchio radiofonico detto più tecnicamente radioricevitore».
 
Stando alle recenti teorie dell’incertezza, a ogni previsione è lecito e anzi consigliabile opporre un atteggiamento di sano scetticismo: i cigni neri – ovvero, fuor di metafora, gli avvenimenti rari e imponderabili – non solo esistono, ma sono meno rari di quanto si pensi (Taleb 2009). Se questo è vero in generale, lo è più in particolare nel magmatico mondo dei media. L’avvento della televisione nel 1954 e la diffusione di Internet a partire dagli anni Novanta potevano essere per la radio temibili cigni neri, in grado di annientarla o quantomeno di farla retrocedere a una posizione limitrofa nel sistema mediatico. Così non è stato, perché la radio ha saputo adattarsi e anzi sfruttare a proprio vantaggio i media concorrenti.
 
“Telegrafo senza fili”
 
L’adattabilità e la capacità di riposizionare il proprio ruolo sociale contraddistinguono la radio fin dai suoi esordi, quando, prima di diventare broadcasting, nasce come “telegrafo senza fili”. In sincronia con l’avvento del fascismo, la radio sbarca in Italia nel 1924 sotto il vessillo dell’URI (Unione Radiofonica Italiana; dal 1928 EIAR, Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche); inizialmente seguita da un pubblico di amatori, è solo lentamente, tra la fine degli anni Venti e l’inizio dei Trenta, che riesce a imporsi come mezzo di comunicazione di massa, sonorizzando per la prima volta l’italiano alle orecchie di una società ancora in larga parte dialettofona (sul fondamentale ruolo della radio nel processo di unificazione linguistica mi permetto di rimandare al mio contributo Parole negli interstizi: dall'EIAR alla multiradio ).
 
L'“asse Roma-Firenze”
 
Sulla radio si era da subito riversata la vibratile retorica di regime. Ligia all’orientamento puristico, xenofobo e antiregionalistico stabilito dal fascismo, l’EIAR veicolava una lingua complessivamente oleografica, lontana dagli usi linguistici comuni; la pronuncia, in particolare, doveva allinearsi al cosiddetto “asse Roma-Firenze”, prediligendo perciò le abitudini romane alle fiorentine (Bertoni/Ugolini 1939). Il monopolio della radio di stato incomincia a essere incrinato durante la seconda guerra mondiale, quando il segnale viene invaso da radio clandestine e antifasciste: la più famosa fu Radio Londra, che trasmette in italiano – un italiano antiretorico, informativo e argomentativo – a partire dal 1939.
 
Dall'EIAR alla RAI
 
Conclusa l’esperienza bellica, l’EIAR rinasce come RAI (Radio Audizioni Italia; dal 1954 Radiotelevisione Italiana) e si sdoppia in due canali sostanzialmente omogenei, la rossa per il Sud e l’azzurra per il Nord. Con il riassetto dell’emittenza pubblica (1950) si passa da due a tre reti nazionali, dotate di caratteristiche individuali e complementari sopravvissute fino ai nostri giorni: la vocazione generalista, rivolta a un target medio, della prima rete; quella ricreativa della seconda, che inizialmente è leader d’ascolti; quella culturale e di approfondimento della terza.
 
Tv, la “sorella cattiva”
 
Al definitivo consolidamento della radio, che negli anni Cinquanta accoglie programmi di grande successo (varietà, riviste, manifestazioni canore, quiz) e le parlate diatopicamente connotate della gente comune , seguirà di lì a poco la repentina affermazione della televisione (1954), la “sorella cattiva” che dagli anni Sessanta costringe la radio a trovare una nuova identità e a ripensare i propri palinsesti in relazione a quelli televisivi. È in particolare con la riforma della radiofonia del ’66 che la RAI punta con decisione sul target dei giovani, delle casalinghe e delle persone più colte; inoltre, grazie all’invenzione del transistor, la radio acquisisce una vocazione alla portabilità e all’individualità, conferma la televisione come medium domestico e famigliare.
 
Private e locali
 
Nonostante gli apprezzabili sforzi di ammodernamento, la RAI risultava geneticamente inidonea a fornire una risposta adeguata al movimentismo giovanile, partecipativo e libertario, degli anni Sessanta e Settanta. A rivolgersi a questo pubblico saranno piuttosto le nascenti radio private, che trasmettono una lingua molto vicina al parlato spontaneo e in cui la dipendenza dallo scritto, quando c’è, appare sapientemente dissimulata. A dare lo sturo definitivo all’emittenza privata, sancendo la fine del monopolio RAI, ci penserà una sentenza del 1976 che autorizza le trasmissioni locali via etere. La liberalizzazione porta a contare circa 2.600 radio locali verso la fine del decennio e se già negli anni Ottanta l’assalto all’etere rientra, oggi le radio italiane superano comunque, e abbondantemente, il migliaio, collocando l’Italia al secondo posto quanto a numero di emittenti, superata solo dagli Stati Uniti.
 
Una seconda giovinezza
 
Gli anni Ottanta vedono consolidarsi a livello nazionale, tramite il sistema delle affiliazioni, le radio private a decisa connotazione giovanile. Il loro successo, insieme alle potenzialità informative dimostrate durante la Guerra del Golfo, hanno portato a parlare negli anni Novanta di seconda giovinezza della radio. Con la proliferazione delle radio private trova finalmente legittimazione un parlato semplice e spesso sbrigliato, ancorché contraddistinto, diversamente da quanto accade nel comparto RAI, da un’accentuata omologazione al ribasso. Se questa radio sbracata, o smutandata proprio, ha il pregio di porsi su un piano paritetico con l’ascoltatore e di distanziarsi così dai toni officianti tipici di tanta radio del passato, il pericolo è che i più giovani, cui è rivolta e che in massima parte attrae, ne assorbano indiscriminatamente gli usi linguistici e su di essi vi si appiattiscano.
 
La colonizzazione della rete
 
La libertà espressiva e l’estrema eterogeneità di generi, varietà e registri paiono oggi, d’altronde, i connotati più specifici della radio, che ha saputo farsi duttile e riposizionarsi nel tempo, colonizzando la telefonia, la Rete e persino quella televisione la cui apparizione ne aveva fatto presagire la fine (nel 1979 i Buggles cantavano Video Killed the Radio Star, per dire). Senza che sia variato più che tanto il “prodotto radiofonico”, tendenzialmente centrato sull’intrattenimento musicale o al più sull’infotainment, sono infatti soprattutto cambiate le modalità fruitive della radio. Il podcast permette di riprodurre e di rifruire il messaggio radiofonico, ovviandone il caratteristico flusso, lineare ed evanescente; le web-radio paiono invece rideclinare gli spontaneismi targati anni Settanta segmentando ulteriormente il pubblico, esplicando funzioni identitarie e accentuando il côté interattivo (si noterà per inciso come al telefono, che aveva portato alla ribalta radiofonica le varietà del repertorio linguistico, vengano oggi sempre più preferite la messaggisitica, via SMS o chat, e l’interazione in tempo reale tramite social network come Twitter e Facebook).
 
La radiovisione in casa
 
Se ci sono luoghi – come i supermercati, le palestre o le spiagge, ma anche l’abitacolo dell’automobile – in cui il medium tradizionale rimane preferito perché consente una (nostra) funzionalità multitasking, la web-radio è particolarmente consona all’ascolto sul luogo di lavoro, mentre i telefonini hanno sostituito le vecchie radioline nell’ascolto itinerante. E in casa? Fra le mura domestiche si opta sempre più spesso per la radiovisione: la radio che si vede consente, volendolo, di buttare un occhio ai videoclip delle canzoni trasmesse e ai conduttori che trasmettono dagli studi radiofonici, così fra l’altro assecondando la recente, voyeuristica mania per il dietro le quinte.
 
I novant'anni della vecchina sprint
 
Nata nel 1924, la radio italiana si appresta a compiere novant’anni. È una vecchina sprint, ancora grintosissima, che è riuscita a rinnovarsi e a mantenere la sua freschezza integrandosi con media più giovani. Ciò non era affatto scontato, e si sbaglierebbe a leggerne la storia (come qualsiasi altra storia) alla luce di quello che la radio è oggi. Si incorrerebbe in una distorsione che crea una consequenzialità e una logica stringenti, ma solo perché osservate a posteriori. Non era affatto detto che la radio sarebbe sopravvissuta, e tantomeno che avrebbe continuato a rivestire una centralità nel sistema dei media. Previsioni per il futuro?
 
Bibliografia di riferimento
 
Bertoni/Ugolini 1939 = Giulio B., Francesco A. U., Prontuario di pronunzia e di ortografia, Roma, EIAR.
 
Biffi/Setti 2008 = Marco B., Raffaella S., Dieci anni di italiano parlato alla radio: corpora LIR 1995/LIR 2003 a confronto, in M. Pettorino et al. (a cura di), La comunicazione parlata, Napoli, Liguori, 3 voll., vol. I, pp. 361-98.
 
Cordoni et al. 2006 = Giovanni C. et alii, Le onde del futuro. Presente e tendenze della radio in Italia, Milano, Costa & Nolan.
 
Maraschio 2011 = Nicoletta M., Radio e lingua, in Enciclopedia dell’italiano, diretta da Raffaele Simone, Roma, Istituto dell’Enciclopedia italiana, 2 voll., vol. II, pp. 1217-21.
 
Ortoleva/Scaramucci 2003 = Peppino O., Barbara S. (a cura di), Enciclopedia della radio, Milano, Garzanti.
 
Sergio 2004 = Giuseppe S., Il linguaggio della pubblicità radiofonica, Roma, Aracne.
 
Simonelli 2012 = Giorgio S., Cari amici vicini e lontani. L’avventurosa storia della radio, Milano, Bruno Mondadori.
 
Taleb 2009 = Nassim Nicholas T., Il cigno nero. Come l’improbabile governa la nostra vita, Milano, Il Saggiatore.
 
 
*Giuseppe Sergio insegna Linguistica italiana e Lingua italiana per stranieri all’Università degli Studi di Milano. Si è occupato di linguaggi settoriali e dei mass media e di lingua letteraria del Novecento. I suoi ultimi libri sono Parole di moda (FrancoAngeli, 2010) e Liala, dal romanzo al fotoromanzo (Mimesis, 2012).
 
 

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