25 giugno 2018

Episkyros e harpastum: il gioco con la palla nel mondo antico

di Francesco G. Giannachi*

L’agonismo nel mondo greco ed il suo riflesso in quello romano sono spesso percepiti come due fenomeni strettamente legati all’individualismo dell’atleta, statuaria figura dalla pelle ricoperta d’olio e formidabile campione nella propria specialità olimpica. Anche nel mondo classico, però, fuori dalla sfera agonistica il gioco poteva rappresentare un momento di normale diletto tra amici o una occasione di confronto ludico, lontana dal contesto sacrale delle competizioni (le Olimpiadi, i giochi di Pito, di Corinto, di Nemea, ecc.).

 

La “telecronaca” di Antifane

 

Nell’ambito dei giochi con la palla (sphaira in greco, pila in latino) è facile che ritorni alla memoria la scena del sesto libro dell’Odissea in cui Nausicaa, figlia del re dei Feaci Alcinoo, giocando a palla con le ancelle, grazie ad un tiro troppo lungo ed al conseguente tentativo di recuperare l’attrezzo di gioco, riesce a trovare Odisseo naufrago sulla spiaggia. In un ambito diverso, invece, al di fuori della sfera strettamente privata, anche le culture classiche hanno conosciuto i giochi di squadra ed alcune forme di competizione sportiva che prevedevano l’uso della palla e la contrapposizione tra due schiere di giocatori in gara. Prima di passare alla descrizione delle due più note forme di gioco con la palla nel mondo greco-romano, può essere utile recuperare almeno in parte l’atmosfera vitale ed euforica che si produceva intorno a questi momenti ludici. Un frammento (II 114 K.) del commediografo Antifane (IV sec. a.C.), tramandato all’interno de I sofisti a banchetto di Ateneo di Naucrati (II-III sec.), ci offre l’opportunità di entrare nel vivo di questo particolare contesto sportivo antico. Leggiamo, infatti: «Presa la palla e passatala ne gioiva, mentre evitava un avversario e faceva cadere a terra un altro. Poi aiutava uno dei suoi a risollevarsi. Tutto intorno con alte grida si sentiva “Fuori!” “Palla lunga!” “Alta!” “Bassa!” “Palla corta!” “Tirala dietro nella mischia!”». Con lo stesso stile di una delle migliori telecronache dei nostri giorni, il poeta antico descriveva i movimenti dei campioni in gioco. Il primo periodo, segmentato in modo tale da far coincidere ogni azione ad una proposizione, rispecchia esattamente il ritmo espositivo dei moderni cronisti; la seconda parte del frammento, invece, ci descrive nel dettaglio i commenti e le incitazioni della tifoseria antica, in nulla dissimili da quelle dei più appassionati spettatori seduti sulla curva di uno stadio contemporaneo.

 

Episkyros, gara a squadre, ma senza punti in palio

 

Diverse erano, però, le regole del gioco. Antifane, infatti, descriveva una partita di episkyros, gara a squadre, giocata su un campo aperto ma senza punti da accumulare per poter vincere. La descrizione più accurata dell’episkyros ci è tramandata da Giulio Polluce (Onomastikon, 9,103,5 – 9,105,1), grammatico e lessicografo del II sec., che parla di un gioco in cui due squadre ci contrapponevano in uno spazio delimitato da tre linee tracciate a terra con il gesso. La prima di queste era posta al centro e divideva i due schieramenti; le altre due erano alle spalle di ciascuna squadra. La gara consisteva nel lanciare la palla da una parte verso l’altra del campo; il giocatore che vedeva avvicinarsi la palla doveva riuscire a bloccarla e rimandarla velocemente e con forza nel campo opposto. Ogni squadra si sforzava per fare in modo che la sfera oltrepassasse la linea tracciata sul retro dei propri avversari. Solo così una squadra avrebbe conquistato l’altro campo e, quindi, vinto la partita. I lanci avvenivano alternativamente da una parte all’altra. L’unico elemento di ambiguità su cui la testimonianza di Polluce non permette di essere precisi riguarda, a proposito del reale svolgimento del gioco, il primo lancio della partita ed il modo in cui si decideva quale delle due squadre dovesse effettuarlo. Probabilmente, secondo l’interpretazione di D. F. Elmer, vi era una lotta iniziale per il possesso della palla e, quindi, per la possibilità di realizzare il primo tiro. Si trattava, comunque, di una prova di forza, il cui scopo era di conquistare il campo avversario, tanto che si è voluto vedere (Elmer) in questa gara un retaggio delle antiche lotte tribali per il possesso del territorio (si veda anche il nome sphairomachia, che Polluce riconduce allo stesso episkyros). Secondo questa interpretazione anche le linee tracciate nel terreno con pietre di gesso si richiamerebbero agli antichi confini da difendere o da valicare per conquistare terre vicine.

 

Marziale racconta il polverone dell’harpastum

 

Il mondo latino ha conosciuto sicuramente diversi tipi di palla, dal follis, sfera di grandi dimensioni piena d’aria e abbastanza simile a quelle oggi in uso per diversi sport, alla pila trigonalis, utilizzata per un gioco a tre, allo harpastum, palla di piccole dimensioni e piena di piume o lana, tipica di un gioco di squadra originariamente greco. La radice della parola harpastum rimanda, infatti al verbo greco harpazein ed all’azione, dunque, di ghermire, sottrarre la palla all’avversario in un gioco caratterizzato anche dalla violenta gestualità. Il campo, delimitato, come per lo episkyros, da due linee di fondo e da una mediana, vedeva confrontarsi due squadre di circa dodici elementi ciascuna. Scopo della partita era di riuscire a portare la palla oltre la linea di fondo del campo avversario. A Marco Valerio Marziale (I-II sec.) dobbiamo diverse testimonianze su questo tipo di gioco. Bene descrive la scena dello harpastum l’aggettivo pulverulentum più volte usato dall’epigrammista (IV, 19, 6 e VII, 32, 10). I tanti giocatori, l’impeto e la foga del confronto sportivo e l’utilizzo di campi sterrati erano tutti elementi che potevano contribuire a sollevare un gran polverone, tale quasi da inibire la fruizione delle azioni dei giocatori. L’epigramma 67 del libro settimo si scaglia contro una prostituta, Filide, accusata di ogni tipo di lascivia tra cui anche quella di giocare alla palla in mutande (v. 4: harpasto quoque subligata ludit). Infine, l’epigramma 48 del quattordicesimo libro è dedicato proprio ai palloni usati per questo tipo di gare (Harpasta. Haec rapit Antaei velox in pulvere draucus,/ grandia qui vano colla labore facit. Trad.: I palloni. Veloce nella polvere li ghermisce l’amante di Anteo, che per l’inutile fatica ha il collo robusto) e in maniera icastica ci consegna non solo l’opinione che il poeta aveva di questo genere di sforzo fisico (“fatica vana”) ma anche, in parte, alcune dinamiche dello svolgimento della partita. Erano necessarie, infatti, azioni veloci ed i giocatori dovevano strapparsi la palla dalle mani e correre verso il fondo del campo avversario per depositarla oltre la linea.

 

Bibliografia

G. Lafaye, Pila, in C. V. Daremberg – E. Saglio, Dictionnaire des antiquités Grecques et Romaines 4.1, 476-478

A. Mau, Ἐπίσκυρος, Paulys Realencyclopädie der classischen Altertumswissenschaft 11, 1907, pp. 199-200

N. B. Crowter, The Ancient Greek Game of Episkyros, Stadion 23, 1997, pp. 1-15

S. G. Miller, Arete. Greek Sports from Ancient Sources, Berkley-Los Angeles 2004

J. McClelland, Body and Mind. Sport in Europe from the Roman Empire to the Renaissance, New York 2007

D. F. Elmer, Epikoinos. The Ball Game Episkuros and Iliad 12. 421-23, Classical Philology 103/4, 2008, pp. 414-423.

 

*Francesco G. Giannachi, docente di Civiltà bizantina presso l’Università del Salento. Si occupa della tradizione dei testi greci e bizantini; studia la metrica greca, la ricezione di quest’ultima nel medioevo bizantino ed i problemi connessi con la trasmissione delle sezioni corali della tragedia (in particolare Sofocle). Approfondisce temi connessi con la storia dell’agricoltura e della medicina e con la storia dell'istruzione bizantina nei suoi vari livelli, da quello elementare a quello superiore.

 

Immagine: Les joueurs de football, di Henri Rousseau


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