Le parole di Ceronetti, il profeta disarmante

 

Secondo i princìpi elaborati dai fratelli Schlegel, e poi da Novalis, Mallarmé e Valéry, Guido Ceronetti (1927 – 2018) – argomenta Francesco Zambon in questo speciale dedicato al grande eteroclito scrittore, teatrante, poeta, traduttore torinese – ha abitato il «regno del Male [da cui] nasce molta della più grande letteratura moderna». Il regno del Male, per l’eresia catara corradicale alle parole e al pensiero di Ceronetti, è questo mondo di miseria e dolore, in cui la Sophia, la Sapienza, è profuga, mentre entro i margini del vuoto deserto la voce del poeta cerca di affermare la dignità della propria in-essenza affinando lo stile come «potenza purgativa e al contempo radiante, tale per cui la sua azione finale può essere catartica ma anche contagiante; energia pulita che deve serbare nel proprio lucore una linfa oscura, quell’enigma che chiarisce pur senza dire» (Antonio Castronuovo). La stessa “potenza purgativa” Ceronetti la impiega nell’opera di disarmo delle strutture culturali e semantiche che hanno tramandato nei secoli l’interpretazione della parola nei testi sacri: le sue traduzioni, come mostra Magda Indiveri, «sono sempre sull’orlo di un ulteriore senso, di un capovolgimento». E quando Ceronetti si accosta ai classici precristiani, lo fa da una prospettiva remota, alla luce dell’induismo, per esempio (come spiega Alessandro Iovinelli), trasformando Orazio in «“jīva liberato”, l’essere che ama la vita, pur non rievocando le gioie passate, né inquietandosi per le incognite dell’avvenire, ma radicandosi nell’unica dimensione che c’è: il presente».
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