03 marzo 2020

Ridestare la bellezza delle parole nascoste

Nel 2011 Sabrina D’Alessandro ha pubblicato un libro dal titolo suggestivo, Il libro delle parole altrimenti smarrite, illustrato con collage – buglioni (link) della stessa autrice; un anno dopo è apparso il catalogo che illustra l’Ufficio Resurrezione (link) da lei creato con le immagini delle parole trasformate in quadri, oggetti, composizioni, assemblaggi. D’Alessandro non è una linguista, ma la storia c’insegna che a volte uno sguardo esterno, non accademico, può essere particolarmente acuto e penetrante. Basti pensare a Alfredo Panzini, professore di liceo, romanziere di grande successo (ora del tutto dimenticato), che con le otto edizioni del suo Dizionario moderno (l’ultima pubblicata postuma) ci ha lasciato la documentazione più ricca e completa delle nuove parole apparse nella lingua italiana tra il 1905 e il 1942. L’operazione compiuta da D’Alessandro è, in un certo senso, opposta a quella benemerita di Panzini. Panzini raccoglieva le parole nuove e nuovissime. D’Alessandro, come spiega nell’introduzione della raccolta, ha creato nel 2009 l’URPS, cioè l’Ufficio Resurrezione Parole Smarrite, che si occupa di «restituire alla memoria parole notevoli che altrimenti rimarrebbero dimenticate […] resuscitate in forma di disegni, installazioni, video, pubblicazioni».

Una componente utopistica, visionaria e ludica

 

L’operazione originale ideata da D’Alessandro è, dunque, un’operazione artistica, perché «le resurrezioni per mano dell’URPS non hanno necessariamente a che fare con il ritorno delle parole nel lessico d’uso comune». Infatti, se si fosse trattato solo della riesumazione di parole dimenticate e non più in uso, il tentativo equivarrebbe a quello del progetto Zanichelli #parole da salvare, che nel vocabolario Zingarelli segnala ogni anno col simbolo grafico del fiorellino migliaia di parole che rischiano di essere dimenticate, coinvolgendo i lettori nell’individuazione di quelle più meritevoli di essere sottratte all’oblio. Sabrina D’Alessandro ha organizzato un’operazione di salvataggio completamente diversa: come tutte le azioni artistiche – da quelle dei futuristi a quelle performative e concettuali dell’arte contemporanea – la resurrezione lessicale ideata da D’Alessandro ha una forte componente utopistica, visionaria e ludica: non a caso l’artista si ispira alla frase di Marcel Duchamp “Occorre creare quel che si cerca”. Nella premessa l’autrice avverte, infatti, che la raccolta «è animata da uno spirito più ludico che filologico […] per comporre una sorta di dizionario a schema libero in cui le parole sono ordinate secondo un alfabeto sentimentale e si snodano seguendo temi che confluiscono uno nell’altro, come in una sorta di matriosca costruita su diversi livelli di lettura».

 

Parole fantasma e archeologismi

 

L’operazione ideata ci costringe ad affrontare una questione in genere trascurata. Gli studiosi che si occupano di parole (lessicologi, lessicografi, linguisti) cercano di rintracciare la data di nascita delle parole, e dedicano le loro ricerche soprattutto all’individuazione della data più antica, attraverso la retrodatazione, cioè l’assegnazione di una data anteriore a quella comunemente accolta per la prima attestazione di una parola, o la postdatazione, cioè l’individuazione di una data di nascita molto più tarda rispetto a quella ufficialmente attestata. Più raro l’interesse nei confronti delle parole che nel corso del tempo hanno perso vitalità, fino a scomparire. Questo perché il più delle volte si tratta di “morte apparente”, in quanto è sempre molto difficile poter stabilire quando una parola è uscita davvero e per sempre dall’uso. E la stessa parola può sempre essere riesumata, tornare alla ribalta attraverso un recupero o un riuso, perché, come ha scritto Vittorio Coletti, «dobbiamo cercare nomi scomparsi di cose scomparse, con l’avvertenza che sono meno di quanto si potrebbe immaginare, perché la memoria delle parole è molto più tenace della vita delle cose». Non solo: molte delle parole che potremmo considerare scomparse sono state usate solo per via libresca, letteraria, e mai pronunciate: per alcune si potrebbe perfino ipotizzare, più che una scomparsa, una non-vita, vissuta solo nel chiuso delle pagine dei dizionari come parole fantasma o archeologismi.

Farlingotti e salapuzi

 

Segnalo almeno, tra le 311 parole raccolte da D’Alessandro, quelle particolarmente curiose, come il farlingotto ‘chi nel parlare mescola, confonde e storpia varie lingue’, la tribeba ‘sproloquio, invettiva’, il romìpeta ‘pellegrino diretto a Roma’, il salapuzio ‘uomo di piccola statura e alta considerazione di sé’, ricordando che tutte le voci raccolte sono corredate dalla citazione della fonte, letteraria o lessicografica. L’autrice ha tratto termini e citazioni scavando nella miniera rappresentata dai dizionari (oltre al Vocabolario degli Accademici della Crusca, i dizionari di Niccolò Tommaseo, Policarpo Petrocchi, Ottorino Pianigiani, Alfredo Panzini e altri), dagli autori antichi (Agnolo Firenzuola, Benedetto Varchi, Pietro Bembo, Francesco Redi, Emanuele Tesauro, Lorenzo Lippi, Francesco Frugoni ecc.) fino ai moderni (Carducci, D’Annunzio, ma anche Ugo Ojetti, Carlo Linati, Alberto Savinio, Carlo Emilio Gadda, Alberto Arbasino).

 

Una questione generazionale

 

Per qualcuna delle parole registrate la scomparsa è tale solo per i parlanti più giovani (e l’autrice è tra questi), mentre per quelli più attempati si tratta di termini ancora in uso, utilizzati soprattutto con sfumatura ironica e scherzosa. Penso a cuccuma, foia, mammalucco, mutria, uzzolo, o al termine calepino ‘vocabolario di gran mole’, ancora vitale nel linguaggio settoriale della finanza e dell’economia (nelle locuzioni calepino bancario e calepino dell’azionista). Anche cicisbeo è parola tuttora viva non solo nel parlato, ma nella stampa, in articoli anche recentissimi consultabili negli archivi dei quotidiani. Ma Sabrina D’Alessandro ha fatto un’operazione volutamente diversa: ha eliminato la polvere depositata su parole che hanno attirato la sua curiosità, perché insolite, espressive, divertenti, dando loro nuova vita in un libro pieno d’amore per la nostra lingua e il suo lessico, perché «le parole non solo sono interessanti, ma soprattutto sono piene di bellezza. Dimenticarle, sostituirle, semplificarle è un po’ come appiattire la nostra stessa percezione della realtà, rinunciando a sfumature e colori che raccontano e trasformano l’identità delle relazioni umane». E il fine ultimo dell’artista, coerentemente con il suo esperimento creativo e coraggioso di repêchage linguistico, è stato quello di «contrastare il grigiore, l’obusione, l’affralimento e la burbanza».

 

Bibliografia essenziale

 

Sabrina D’Alessandro, Il libro delle parole altrimenti smarrite, Rizzoli, Milano, 2011.

 

Id., Ufficio Resurrezione, Archivio 1, Grafica European Center of Fine Arts, Firenze, 2012.

 

Vittorio Coletti, L’italiano scomparso, il Mulino, Bologna, 2018.

 

Id., Parole antiche, Corriere della Sera, 2019.

 

Immagine di copertina: Sabrina D'Alessandro, Albero degli orrevoli orripilatori, 2010 (buglione su carta)


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