02 marzo 2020

L’anno in cui il Sole si fece un po’ bambino

C’è stato un momento, durato circa un anno, in cui la «Domenica del Sole 24 Ore», famosa per essere per antonomasia il settimanale paladino del rigore e dell’autorevolezza culturale, si è fatta un po’ bambina. È stato un anno bellissimo e ricchissimo, per genitori e bambini, durante il quale si sono prese sul serio le testuali parole di una bambina (Licia Collauto, oggi in quarta elementare) trasformate direttamente nella testata di un “supplemento nel supplemento” chiamato “C’è qualcuno che sa leggere?”. «Le cose sono andate così – si leggeva nella presentazione del primo numero, uscito il 16 ottobre 2016 –: un pomeriggio Licia ha preso in mano un libro. C’erano in copertina un’immagine e una scritta. Tutto intorno c’era un mondo di adulti intenti in attività diverse. Licia guarda il libro. A cinque anni è già abbastanza brava nel riconoscere le lettere dell’alfabeto ma si rende conto di non saper decifrare la scritta. Attira dunque l’attenzione di tutti chiedendo ad alta voce: «Qui c’è qualcuno che sa leggere?». È una domanda da prendere molto sul serio. C’è qualcuno che sa dare alle nostre bambine e ai nostri bambini le cose che loro servono? Che sa farli imparare nel modo più sano, più giusto, più lungimirante? C’è qualcuno che, facendo tutto questo, sa farli divertire? E, nel contempo, sa prendere per il verso giusto la grande serietà con cui i bambini attendono ai loro giochi?»

 

Da Mattotti alle parole imparavolate

 

Per rispondere a queste domande bisognava scegliere, come collaboratori, persone capaci di stimolare «le immense potenzialità cognitive e morali di cui bambine e bambini dispongono come dotazione naturale» anche per evitare che appassiscano, come troppo spesso succede. Le scelte erano già chiare fin dal primo numero, a partire dall’aspetto visivo: una favola a fumetti di Lorenzo Mattotti, l’illustrazione di Guido Scarabottolo a un articolo del maestro Franco Lorenzoni che invitava i piccoli lettori a giocare con le ombre per imparare il teorema di Talete, le “matticchiate” di Franco Matticchio, con i suoi ircocervi insieme verbali e visivi (gli “animali sbagliati” inaugurati da un sornione “pellicane”, cane e pellicano insieme) e infine, dulcis in fundo, – impaginate sopra le “poesie bambine” di Roberto Piumini – “topotopo”, la rubrica postuma di un grande artista del ’900 che da nonno si fece poeta e illustratore per deliziare le sue nipotine: Toti Scialoja. È proprio allo spirito di Scialoja che si ispirava più che a ogni altro «C’è qualcuno che sa leggere?» – insieme a quello di Calvino, Rodari, Munari, e dell’Eco scopritore di Ersilia Zamponi –, nei suoi articoli, poesie, recensioni e rubriche, in particolare in quella curata da una giovane artista del nostro tempo, Sabrina D’Alessandro, che già da qualche anno aveva messo a disposizione la propria arte, tutta bene organizzata negli archivi, reali e virtuali, dell’Urps, Ufficio Resurrezione Parole Smarrite (link), e che ha trovato espressione nella rubrica “Parole imparavolate”. Si trattava di mettere a frutto, coinvolgendo direttamente bambini e maestri, ciò che si legge nel piccolo manifesto del suo Laboratorio imparavolato (link): «Trasmettere ai bambini l’importanza e la bellezza delle parole attraverso il gioco, l’invenzione e la rappresentazione. Porre l’accento sull’allegria del linguaggio e dell’immaginario. Mantenere lo sguardo libero, alto e lieto».

Nel porto del significato

 

Sabrina D’Alessandro, artista e archeologa del linguaggio, dal 2009 ha incentrato il suo lavoro all’insegna del ricercare parole rare o dimenticate per restituirle alla memoria “resuscitate” attraverso l’espressione artistica. Come ha scritto Achille Bonito Oliva, all’Urps «si produce il salvataggio dell’arte, nel mare nostrum della lingua che sottrae ad ogni dimenticanza e scomparsa termini ormai obsoleti. Il recupero avviene in un’ottica duchampiana, che riconosce alle parole una particolare natura. Quella di un iniziale ready-made, il bello e fatto, per portarlo alla fine fuori da ogni naufragio e nel porto protetto dello scambio e del suo significato».

Le parole riscoperte da Sabrina D’Alessandro (molte delle quali sono raccolte a coppie nel volume Il libro delle parole altrimenti smarrite, Rizzoli) sono arcaiche, ma sorprendenti per il loro modo di risuonare e di far risuonare la realtà, ribaltando la nostra tendenza a prenderci troppo sul serio. «Quante sinforose conosciamo, quanti malvoni, salapuzi e ponzatori? Chiamare le cose con un altro nome ci può aiutare a vederle meglio. Una cosa che noi adulti evitiamo di fare, ma che i bambini sanno fare benissimo». Il Dipartimento Parole Imparavolate è il dipartimento dell’URPS dedicato ai bambini. Attraverso questo Dipartimento D’Alessandro ha tenuto negli anni vari cicli di laboratori presso le scuole primarie. Durante questi laboratori propone ai bambini alcune parole smarrite da indovinare, interpretare e rappresentare con il disegno. In alcuni casi, sul modello delle parole smarrite, sono stati creati dei neologismi.

 

I bambini e il gioco con le parole

 

Tutto è nato nel settembre 2012, anno in cui ha iniziato a sperimentare questi laboratori in un doposcuola steineriano di Milano. I bambini hanno reagito con curiosità e creatività al contatto con queste parole, sconosciute ma evocative e piene di spirito. Visitando la sede fisica dell’Urps non a caso ci si imbatte in una copia del libro I draghi locopei. Imparare l’italiano con i giochi di parole, di Ersilia Zamponi, della cui introduzione Sabrina D’Alessandro ha sottolineato le seguenti frasi: «Il gioco di parole è un’attività che distrae il linguaggio verbale dal suo ruolo utilitario e ne infrange gli automatismi; usa la lingua in modo inconsueto e la sottopone al vincolo d’una misura; sviluppa l’attenzione alla forma del linguaggio verbale e il gusto della parola. Valorizza insomma alcuni elementi propri della funzione estetica della lingua; in un certo senso è propedeutico e complementare alla poesia».

E viene sottolineata anche una frase che la Zamponi riprende dal commento che Franco Fortini fece del suo lavoro con i bambini, in cui si sottolinea l’aspetto «dell’attività intellettuale non strumentale, come quella dello scoprire e del formulare un teorema di geometria, oppure vincere le difficoltà di una traduzione, oppure il godimento intellettuale di una sequela puramente logica. È molto importante avere nell’età scolare la possibilità di provare questi estremi. Guai se perdi quella gratuità». È la stessa gratuità del gioco, che però paradossalmente si rivelerà assai utile sul lungo periodo, cui allude Umberto Eco quando esorta: «Coraggio ragazzi, malgrado i programmi ufficiali la scuola sopravvive», dopo aver sostenuto che quel tipo di giochi dovrebbero addirittura sostituire l’insegnamento tradizionale. Senza arrivare a tanto, D’Alessandro proponeva ogni settimana sul «Sole 24 Ore» «una parola altrimenti smarrita da resuscitare» e da illustrare con un disegno (link).

Parole come particelle di enigma

 

Nel primo numero si dava come esempio la Sinforosa (donna attempata che vuol far la giovinetta e veste ridicolmente) illustrata da una bambina di quinta elementare, e si proponeva un’altra parola antica da rilanciare con i disegni nuovi proposti dai bambini, di cui nel numero successivo si pubblicava quello più azzeccato o significativo. La seconda parola fu dunque Scopanùvoli, ovvero «individuo molto alto e smilzo con zazzera ispida e folta». La rubrica continuò, seguendo un filo narrativo a collegamento delle parole in cui il disegno della parola precedente ispirava la parola successiva, con Quadrilarga, Sbucciafatiche, Ciarpiere, Torotella, Terriculoso, Guizzipedo, Buscalfana, Sedulo, Coticone, Ciuffola, Sesquipedale, Squassapennacchi, Salamistro, Cilestrino, Ventipiovolo, Obumbracolo, Nubivago, Ramoruto, Biribara, Barbitonsore, Favilluto, Sagittabondo, Porporino, Nasevolissimo, Infarfallato, Altovolante, Ufonauta, Scilingua, Quarterone, Tiburone, Pappacchione.

Quello delle Parole imparavolate (ovvero che parlano molto) è un gioco di parole che ai diversi pregi di altri giochi di parole aggiunge quello della caccia al tesoro e accentua il carattere enigmatico che in genere da bambini attribuiamo alle parole. A questo proposito suonano anticipatamente pertinenti le riflessioni che svolgeva Scialoja a proposito dei propri limerick. «Il bambino trova però nel gioco – organizzato dagli adulti – il suo esclusivo e necessario principio di identità e la conseguente instaurazione societaria. Elemento primo del gioco è la parola. In questo senso si potrebbe riconoscere che la parola è persino il primo gioco – il gioco originario – anche in ordine di tempo. La parola è udita e ascoltata da lui incessantemente, gratuitamente, fin dalla nascita. (...) La parola è per il bambino enigma: ma frammento di enigma, particella di enigma. Di enigma reso domestico. Questa volta il mistero non è subito passivamente ma esorcizzato, e esercitato in proprio, nella propria bocca. Enigma tuttavia resta, la parola, in quanto seguita a riferirsi a sostanze del mondo adulto. A sostanze inconoscibili. (...) L’enigma stavolta è benigno. Perché il bambino sa che un giorno il mistero sarà

svelato».

 

Il tesoretto

 

Achille Bonito Oliva, sempre a proposito del lavoro di Sabrina D’Alessandro, ha osservato che con il suo lavoro «l’arte progetta il passato, cavalca il presente e promette un futuro», costruendo così un «tesoretto che resiste alle intemperie del tempo». Sono parole ancora più vere se questo tesoretto – che, nella sua dimensione artistica è anche «speranza di un’eterna durata» – è un patrimonio costruito dai nostri bambini.

 

Immagine di copertina: Sabrina D'Alessandro, Dipartimento Parole Imparavolate


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