02 marzo 2020

Parole come muse. Conversazione con Sabrina D’Alessandro

Sabrina D’Alessandro, milanese, nata nella seconda metà del XX secolo, artista delle parole e artigiana della lingua, fondatrice dell’URPS, (Ufficio Resurrezione Parole Smarrite), è definita «archeologa del linguaggio». Quanto pesa l’archeologia e in che misura influisce la linguistica nel suo lavoro artistico?

 

Sebbene non sia linguista, ma solo studiosa con uno sguardo da artista, lessicografia ed etimologia sono le basi della mia ricerca. Ho studiato greco e latino e sono appassionata di dizionari, storici e contemporanei, nonché grande ammiratrice di linguisti come Niccolò Tommaseo, Ottorino Pianigiani, Alfredo Panzini. Per me le parole sono esseri viventi, quindi posso propriamente dire di essere anche appassionata di tassonomia e in particolare di specie rare; mi piace cercarle con metodo o scovarle per caso, classificarle secondo categorie e, se serve, ridefinirle. Il lato artistico mi porta poi a trattarle come oggetti d’arte e a trasformarle in immagini, installazioni, video, pubblicazioni, riti psicovocali (link), espressioni mutoparlanti (link), ma la linguistica rimane per me il fondamento. L’archeologia è una bella metafora di Jean Blanchaert che, nel suo saggio La sinossi di Blanchaert (in Ufficio Resurrezione, Archivio 1, Firenze 2012), paragonava le parole riscoperte dall’Urps a punte di selce, disseppellite da secoli di stratificazioni lessicali… «L’archeologia di per sé può anche essere noiosa, centinaia di punte di selce messe l’una dietro l’altra in bacheche di musei polverosi. Però sia queste punte di selce che altri reperti, se rivitalizzati, se rianimati con la loro stessa anima, possono raccontarci molte cose». Ed è questo che cerco di fare ogni giorno con l’Ufficio Resurrezione.

 

«La parola è la chiave fatata che apre ogni porta» diceva don Lorenzo Milani, priore di Barbiana, in una lettera del marzo del 1956. Quali porte aprono le sue chiavi o, in altre parole, come nasce la sua ispirazione?

 

È vero, le parole sono chiavi che aprono infinite porte. La prima è quella cognitiva; mi affascinano in particolare le parole che attirano la mia attenzione su dettagli che altrimenti non vedrei, portandomi a osservare meglio la realtà e, di conseguenza, fornendomi migliori strumenti per indagarla, rappresentarla e infine, quando possibile, reinventarla. Le parole hanno questo potere non solo nel significato, ma anche nel significante: mi piace giocare tra queste dimensioni, confonderle e metterle in cortocircuito lavorando sia sul piano concettuale, sia sul piano sonoro e visivo. Non potrei chiedere di più a una musa.

 

Nel suo sito si legge che l’URPS è un «ente preposto al recupero di parole smarrite benché utilissime alla vita sulla terra». Chi o che cosa decreta la morte di una parola?

 

Per parole smarrite intendo parole rare o cadute in disuso. Smarrite nell’uso dunque, sebbene in molti casi ancora registrate nei dizionari. Generalmente il vocabolario decreta che una parola è desueta utilizzando il simbolo della croce, ma per fortuna come in religione anche nel linguaggio la morte non è definitiva, una parola può sempre tornare a vivere se adottata da un certo numero di parlanti o se (come da poetica dell’Urps) riportata all’attenzione e rappresentata. Alcuni termini su cui lavoro sono comunque talmente rari o arcaici da non essere più registrati nei dizionari contemporanei. Riporto il caso di sbaglione (chi commette molti errori), che ad esempio in questo momento (febbraio 2020) non compare sul vocabolario della Treccani online: non è praticamente usata, altrimenti sarebbe stata presente, ma è una bella parola. E io sono grande sostenitrice dell’utilità della bellezza. Tornando al tema delle ispirazioni e delle piccole rivoluzioni cognitive che alcuni vocaboli instaurano, lo sbaglione ha operato una trasformazione nella mia cognizione dell’errare, portandomi ad esempio a “riconoscere”, e dunque a titolare, come sbaglioni opere e azioni il cui guizzo vitale consiste proprio nel loro margine di errore. Lo sbaglione contiene l’allegria dell’errare: una qualità che può portare a essere più indulgenti con i propri errori e quelli degli altri.

Parole come buscalfana, fannonnolo o princisbecco sembrano un’invenzione eppure non è così. Lei rianima parole moribonde, le rimette in circolazione, le risveglia e le mette in mostra. Parole che parlano e dicono: «eccoci, ci siamo anche noi, pronunciateci, usateci, vi serviremo!». Come le seleziona?

 

La scelta delle parole su cui lavoro è sentimentale, influenzata innanzitutto dal loro suono e dalla loro capacità di far risuonare la realtà. Altro aspetto importante è quello del campo semantico: la maggior parte delle parole prescelte raccontano l’animo umano e lo fanno spesso in modo implacabile, ribaltando la nostra tendenza a prenderci troppo sul serio. Le migliori sono per me quelle insostituibili. Una parola pressoché sconosciuta e su cui non a caso l’Urps ha lavorato in molte forme, è il verbo redamare, ovvero amare ed essere amati: un lemma antico e bellissimo, rimasto invariato dal latino. Scomparso forse perché è scomparso il sentimento che esprime? Un’altra tipica parola smarrita benché utilissima alla vita sulla terra.

 

Se le è possibile schematizzare, qual è il verso della sua esperienza creativa? Dalla parola all’opera d’arte o viceversa?

 

In generale il percorso non è netto, ma in alcuni casi come le video-parole del Reparto Nomenclatore (2010-2016) sono partita dall’immagine. Si tratta di frammenti regalati dal caso, situazioni impreviste, atmosfere che mi hanno colpita, che ho ripreso con la telecamera e a cui poi, anche a distanza di anni, ho dato un nome. Applico lo stesso principio al Dipartimento Titolazioni, attraverso cui, in accordo con altri artisti, scegliamo un titolo per loro opere senza titolo. In altri casi invece parto dalla parola, come ad esempio per il fannonnolo (che non fa e non vuole fare nulla). Volevo “oggettificare” questa parola, fermarla in una forma fisica e alla fine è diventata una scultura su cui ci si può sedere: la panchina Fannònnola. Un oggetto intrinsecamente fannonnolo su cui si diventa inesorabilmente fannonnoli.

Non senza esagerato allarmismo, sempre più si grida all’impoverimento del vocabolario di base delle nuove generazioni. I suoi lavori sono rivolti anche ai più giovani?

 

Nel 2012 ho sentito l’esigenza di portare questo mondo di parole visionarie anche fra i bambini, sono così nati i primi laboratori per le scuole primarie. Ho poi consolidato l’esperienza con la fondazione del Dipartimento Parole Imparavolate sulla Domenica del «Sole24Ore» (2016-2017). Il Dipartimento e tutt’ora attivo attraverso collaborazioni con scuole e musei (dal 2019 con Il Museo d’arte per bambini del Santa Maria della Scala di Siena). Sono d’accordo sull’esagerato allarmismo; per i bambini a maggior ragione non parlerei di impoverimento del vocabolario di base (che è ancora in costruzione), ma di piccoli futuri adulti a cui poter trasmettere la passione per la bellezza delle parole e la loro capacità di significare il mondo.

 

C’era una volta la Fenice, uccello mitologico sacro agli egizi che ogni 500 anni bruciava per risorgere giovane dalle proprie ceneri. I neologismi e gli arcaismi sono come i volti di Giano che guardano in direzioni opposte, uno al passato, l’altro al futuro, uno all’inizio, l’altro alla fine. Ha mai pensato di affiancare queste categorie di parole? Spesso nonni e nipoti si aiutano a vicenda nel comprendere il mondo.

 

Sì certamente. Molti dei miei lavori si fondano sull’associazione di due o più parole, in particolare sulla costruzione di binomi (Redamazione Rimpedulata, Origliere Impolluto, Mascellone Stracciagonnelle) e ho esteso questa prassi anche a parole vecchie e nuove, come ad esempio in alcuni Versipiuvoli (piccoli divertissement in forma di aforismi). In generale mi interesso a parole inconsuete più che desuete, oltre che con gli arcaismi ho dunque lavorato anche con i dialetti, le lingue straniere, i tecnicismi, e continuo a esplorare… Tutto quello che serve a creare una visione alternativa, nell’Urps vale.

 

Immagine di copertina: Sabrina D'Alessandro, Parole al balcone, 2018 (Suzzara, MN)


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