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De Mauro e la fondazione teorica della ricerca linguistica

di Stefano Gensini*

 

Il rapporto di Tullio De Mauro con la filosofia del linguaggio è stato anzitutto istituzionale. Cominciò a insegnare questa disciplina (allora un unicum in Italia) nel 1961 all’Università di Roma: si trattava di un semplice incarico, tenuto dal 1956 dal glottologo Antonino Pagliaro e da questi ceduto all’allievo più caro. Tornato a Roma da ordinario, nel 1974-75, De Mauro fu il primo professore di ruolo sulla materia (da lui impartita fino al 1996), e come tale (assieme a Umberto Eco, intanto divenuto il primo titolare italiano di Semiotica) diede impulso al settore anche sul piano strettamente accademico, fra l’altro promuovendo nel 1994, con altri colleghi, la fondazione della Società italiana di Filosofia del linguaggio, giunta ora (2017) al proprio XXIII congresso nazionale.

I dati esterni non esprimono tuttavia per intero l’atteggiamento di De Mauro verso lo studio linguistico e il posto in esso tenuto dal momento ‘filosofico’: ritenendo che l’analisi del linguaggio, sia in termini generali e teorici, sia in termini di descrizione empirica, dovesse avere un carattere profondamente unitario, egli preferì sempre definirsi come un “linguista”, della specie, beninteso, inaugurata da Ferdinand de Saussure, il glottologo ginevrino cui (a partire dalla celebre edizione commentata del Corso di linguistica generale, 1967) De Mauro ha dedicato ricerche fondamentali. Un linguista, appunto, “teorico”, in cui gli obiettivi di ricostruzione di stati di lingua possono essere perseguiti solo nella cornice di un preciso posizionamento, da una parte, dei fatti linguistici nella gamma stratificata delle variabili geo-storiche, sociali, antropologiche che su di essi influiscono; dall’altra, della indagine linguistica entro il quadro “semiologico” dei fatti di comunicazione, dei rapporti fra oralità e scrittura, fra mondo verbale e linguaggi segnati e non verbali; e infine, del linguaggio umano nell’insieme dei fenomeni che chiamiamo simbolici.

 

Da Aristotele al “secondo” Wittgenstein

 

Oggi una tale prospettiva può (anche se non lo è) apparire scontata; non lo era affatto a metà degli anni Sessanta quando – in Italia – la linguistica storica guardava con diffidenza, se non disprezzo, agli studi teorici in corso a livello internazionale (sono questi gli anni di Martinet, Chomsky, Coseriu, Prieto), e per suo conto la filosofia non sembrava annettere al linguaggio un vero interesse concettuale, ignorando o marginalizzando anche il ruolo da questo svolto nella speculazione dei classici. Il contributo filosofico-linguistico di De Mauro va letto in relazione a tale condizione di partenza. Molti suoi lavori del tempo (vedili in Senso e significato, del 1972) sono rivolti a dare una fondazione teorica alla ricerca linguistica. Da una parte De Mauro riposiziona il lavoro descrittivo attraverso una rielaborazione di categorie saussuriane, quali langue/parole, identità e valore, che vengono sottratte alle interpretazioni platonizzanti di certo strutturalismo e finalizzate alla ricostruzione dell’objet lingua come fatto integralmente storico, nel quale le vicende dei ‘parlanti’, i fattori temporali, i dislivelli socio-linguistici e l’articolazione interna del repertorio comunicativo hanno un ruolo essenziale. D’altra parte, proprio perché linguaggio e lingua, così intesi, appaiono costitutivi della vita delle comunità umane, De Mauro si dà ad approfondire le implicazioni filosofiche del problema, interrogandosi sulle condizioni di possibilità della comunicazione e sul ruolo che la parola svolge nell’attività intellettuale. Interlocutori di questa ricerca sono via via l’aristotelismo linguistico, Vico, Leibniz, Humboldt, il singolare “silenzio di Kant” sul linguaggio, fino alle difficoltà interne del pensiero di Saussure e Croce, e al passaggio dal ‘primo’ al ‘secondo’ Wittgenstein, il grande filosofo austriaco che De Mauro è tra i primi, in Italia, a fare oggetto di attenzione teorica. Il libro che riassume questa stagione di ricerche (un po’ tradito, purtroppo, dal titolo) è Introduzione alla semantica (1965): esso ha ispirato due generazioni di studiosi di questi temi, che De Mauro non ha mai più dismesso, incoraggiando, tenendo a battesimo, discutendo attivamente lavori altrui intesi ora a sviluppare, ora a approfondire, ora anche a correggere interpretazioni proprie.

 

Lo studio del “significato”

 

Il terreno di più evidente congiunzione fra i due piani di lavoro, teorico-descrittivo e filosofico, va cercato nel permanente interesse di De Mauro per lo studio del ‘significato’: una problematica ereditata dai celebri Saggi di semantica di Pagliaro, che De Mauro ha tradotto in una compiuta teoria del linguaggio, fondata per un verso sull’analisi dei meccanismi della semantica verbale (quelli che, come si ricorderà, Chomsky voleva e vuole escludere dal nocciolo della ‘facoltà del linguaggio’ in senso proprio); per un altro su una considerazione tipologica del modo in cui i diversi codici semiologici organizzano il piano del contenuto. I libri-chiave sono qui Minisemantica dei linguaggi non verbali e delle lingue (1982) e Lezioni di linguistica teorica (2008). In entrambi circola l’idea-forza della ‘indeterminatezza’ del significato linguistico-verbale: un’idea (ancorata a Saussure e alle Ricerche filosofiche di Wittgenstein) che batte in breccia le concezioni convenzionaliste e strumentaliste sia della vecchia lessicologia, sia della moderna filosofia analitica, sostenendo che la pratica del ‘significare’, correlata a ineliminabili coordinate spazio-temporali e a dinamiche pragmatiche, funzionali e di registro, ha carattere continuo: nel senso che dalla vaghezza e approssimazione del parlare quotidiano alla sofisticata formalità degli enunciati scientifici vigono gli stessi parametri di costruzione del senso, scalati in relazione alle condizioni (o prove) di comunicazione via via esperite. Non c’è dunque alcuna ‘imperfezione’ del linguaggio comune; crolla la tradizionale cesura fra significato letterale e traslato; riflessività metalinguistica e metaforicità (nel senso di estendibilità dei limiti di senso in funzione di esigenze comunicative concrete) si impongono come leve sia della comunicazione spontanea sia di quella più controllata e formale. Il senso è indeterminato in quanto formano classi aperte, teoricamente e pragmaticamente, le strategie e le tattiche con cui esso arriva a determinarsi entro la rete dei rapporti sociali, nei vincoli posti dalla cornice semiotica, percettiva e corporea, degli scambi comunicativi, dalla scommessa, ogni volta ripetuta della reciproca comprensione.

 

Il tema della “comprensione”

 

Quello della comprensione è l’ultimo grande tema (anche) filosofico-linguistico di De Mauro: è un tema ch’egli ha scandagliato nelle sue molteplici implicazioni (altri qui ne parlano), ma che aveva per l’autore un’evidente portata teorica. Nascosta (aveva spiegato Vygotskij) come l’«altra faccia della luna» dello scambio linguistico, la comprensione va, secondo De Mauro, restituita al ruolo fondante ch’essa svolge nelle relazioni comunicative, perché sta nella comprensione del linguaggio – e nel suo complemento, la scarsa o mancata comprensione – il punto d’arrivo di tutti i nodi della storia personale, delle conoscenze, dell’adattamento sociale e psicologico; e insieme, e correlativamente, la condizione di possibilità delle relazioni umane, affettive, intellettuali, politiche. Il libro Capire le parole (1994) ci introduce a questa parte del pensiero di De Mauro, facendo venire allo scoperto, fra l’altro, una sua dimensione tipica, sempre sottesa al lavoro storico, descrittivo, teorico: la dimensione etica, quella per cui «il linguaggio umano è il fondamento dell’éthos e della vita civile» (1994: 146).

 

*Stefano Gensini è ordinario di Filosofia e teoria dei linguaggi presso il Dipartimento di Filosofia della Sapienza, Università di Roma. Fra i suoi ultimi lavori in volume, Filosofie della comunicazione (Roma, 2012), l'edizione (con M. Tardella) di G. Fabrici d'Acquapendente, De locutione, De brutorum loquela (2016), Apogeo e crisi di Babele (2017). Assieme a G. Manetti dirige la rivista «Blityri. Storia delle idee sui segni e le lingue».

 

 


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