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La poesia nata dalla poesia

di Francesco De Nicola*

 

A scorrere la bibliografia della non breve (avviata nel 1962) carriera poetica di Rodolfo Di Biasio ci si accorge che in oltre mezzo secolo la sua produzione è stata quantitativamente assai limitata, circoscritta a sei (non ponderose) sillogi o poemetti, raccolti antologicamente nel volume Altre contingenze (2002) che includeva quanto fino ad allora pubblicato. E anche si osserva che un’attività tanto parca è stata scandita su tempi alquanto lunghi, passando dall’esordio, appunto nel 1962, con la silloge Niente è mutato alle Poesie dalla terra del 1972, a Le sorti tentate del 1977 e a I ritorni del 1986 per giungere ai poemetti Patmos del 1995 e Poemetti elementari del 2008; ed ora (2017) Mute voci mute, esile libriccino (sono solo 25 pagine) che conferma le migliori doti di sintesi dell’ispirazione poetica di Di Biasio. Questi dati, che potrebbero sembrare aride informazioni bibliografiche, offrono invece già di per sé il senso dell’impegno poetico di Di Biasio che si è sviluppato in nome della necessità, di esprimere ciò che (pensieri, ricordi, immagini, emozioni, paesaggi, miti) gli urgeva dentro e che doveva essere espresso con le parole; e proprio per questo allora egli è riuscito e riesce a trovare le parole incise che rendono i suoi versi capaci di restare in chi li legge anche a distanza di tempo per la forza interiore che li ha generati.

 

E in questo suo recente Mute voci mute Di Biasio compie un’operazione del tutto originale e dagli esiti davvero felici: recupera versi di sue precedenti poesie e li inserisce in nuovi componimenti, dando così il senso di una continuità che si perpetua nella creatività più attuale. E se in realtà non è raro il riuso di versi di precedenti opere tratte però da autori differenti (il primo verso dell’Orlando furioso ne riprende uno della Commedia, recuperata variamente nei secoli dal Pulci a D’Annunzio, passando anche per il cantante rock Ligabue), qui Di Biasio non prende prestiti da altri, bensì da sé stesso, confermando così l’atemporalità della sua poesia. Il libro allora si apre con un testo che recupera inizialmente i primi nove versi di una lirica delle Sorti tentate per poi proseguire in autonomia e sviluppare, approfondire e aggiornare quel tema di fondo – l’adolescenza vissuta negli anni della guerra che gli aveva “cucito addosso / una seconda pelle di malinconia” –. Ma quella che nelle Sorti tentate era un’eco dolente nata dalle tragiche cronache di allora – “Ricordo di quelle ore / i morti / che soldati portavano a dorso di mulo” – ora diviene riflessione su quanto oggi, quasi settant’anni dopo, quelle esperienze di dolore hanno lasciato e significato: “A scorrerli oggi i miei anni / sedici lustri ormai / […] li vedo lacerati / dal suo luttuoso gong / che ha battuto batte / lastrica di morti / il fiume della storia”, con l’auspicio che quella follia di violenza non ritorni più: “Ci addormenti in pace / il respiro dei figli / dalla stanza accanto”.

 

È questo il primo tempo di Mute voci mute, intitolato La guerra, mentre il secondo e il terzo avranno come temi La fame e La peste, a completare il trittico delle eterne sofferenze umane e a ribadire la natura essenzialmente poematica dell’opera in versi di Di Biasio, che non vive di isolate illuminazioni, bensì di coordinati passaggi lirici. E anche l’avvio della seconda sezione prende spunto da versi, rielaborati e ricomposti, delle Sorti tentate: “[…] non ebbi intera / la mia porzione di carne e latte”, ma poi venne l’epoca dell’opulenza di alcuni (o molti) che relegò a tempi remoti il desiderio inappagato di un pezzo di pane, magari allora regalato da un soldato tedesco; ma “il pane di troppo / ha un aspro sapore” perché rubato a quanti (e pochi non sono, in un altrove lontano che però sempre più ci si avvicina) non possono averlo, tanto da sembrare allora “rubato a te”, bambino nato dove la fame è quotidiana realtà.

 

E infine La peste – non l’epidemia letteraria raccontata da Boccaccio e Manzoni, ma quella più tristemente moderna della distruzione del nostro ambiente naturale - e anche quest’ultima sezione prende il là dal verbo dell’incipit di una poesia delle Sorti tentate: raccontare. Raccontare un’epoca perduta, vissuta allora nel conforto della natura amica, della quale esemplare era il “rito dell’acqua”, che qui rivive nella limpida immagine francescana - “la quale è molto utile et humile et pretiosa et casta”  - suggerita dalla saggezza di chi ne conosceva le irripetibili qualità: “I vecchi ci dicevano / di non dissipare / acqua ed erba / che la notte sarebbe venuta desolata”.

 

Ecco, il quadro globale di queste voci mute, nate dal ricordo lontano della guerra sulla porta di casa, della fame che faceva sognare un pezzo di pane, della natura che era la prima e sana risorsa amica per l’uomo, questo quadro globale disegna non tanto il dolore del nostro tormentato presente che pare ignorare le tre bibliche sciagure, bensì la desolazione di un tempo che pare correre inarrestabile verso un precipizio senza scampo; disegna insomma quella “terra desolata” immortalata da Eliot a sua volta debitore di Dante per l’immagine dolente di un “paese guasto”; ancora una volta dunque la poesia fatta di altra e precedente poesia e questa è anche la ricetta seguita da Di Biasio per rappresentare in Mute voci mute la continuità della sua parola poetica che, con la sua fragile leggerezza, tuttavia incide per sempre e disegna la più autentica, e spesso ignota (o dimenticata), storia degli uomini.

 

Foto di Giovanna Grimaldi

 

*Francesco De Nicola (Genova 1946) è professore di Letteratura Italiana Contemporanea nell’Università di Genova. Autore di numerosi volumi di critica letteraria, tra i quali Introduzione a Fenoglio (Laterza 1989), Introduzione a Vittorini (ivi, 1993) e Neorealismo (Bibliografica 1997), ha curato l’edizione di opere inedite o rare come Bandiera bianca a Cefalonia (Le Mani 1996, poi Mondadori 2001) di Marcello Venturi, Sull’Oceano (ivi, 2004) di De Amicis, Con Garibaldi alle porte di Roma (Gammarò 2007) di A.G. Barrili. Autore di testi divulgativi, come Letteratura italiana contemporanea. Dall’unità nazionale all’era televisiva (De Ferrari 2003), con Giuliano Manacorda ha pubblicato Tre generazioni di poeti italiani. Una antologia del secondo Novecento (Caramanica, 2005). Gli scrittori italiani e l’emigrazione (Ghenomena) è del 2008. A sua cura e di M. Teresa Caprile: Gli scrittori italiani e il Risorgimento (Ghenomena 2011) e Gli scrittori italiani e la Grande Guerra (ivi, 2014). Dal 2001 è presidente del Comitato genovese della “Dante Alighieri”.

UN LIBRO

Breve guida alla sintassi italiana

Francesco Bianco

Ha tutti i pregi della manualistica che potremmo definire sintetica o essenziale, a metà strada tra la l’alta divulgazione e l’insegnamento universitario di base, rigorosamente mai superiore alle 200 pagine, sempre più apprezzata in particolare dai giovani lettori, non necessariamente studenti, abituati alla rapidità delle letture a scorrimento video e delle ricerche a tempo di click.