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Le parole che rinascono alle radici del tempo

di Paolo Leoncini*

 

Dedicarsi alla lettura di questo testo poetico di Rodolfo Di Biasio crea interrogativi inesauribili: per la densità di una scrittura semplice, essenziale, eppure profonda, risonante interiormente secondo vibrazioni che non lasciano spazio alla fruizione “letteraria”. La scansione tripartita (La guerra / La fame / La peste) giunge a compimento in un percorso ellittico, brevissimo, di debordante intensità: le parole giungono a dirsi essendo passate per un tempo lunghissimo di incubazione, avendo attraversato il tempo della vita e della storia. Scrivevamo, a proposito della narrativa di Di Biasio, che la sua è la scelta di innervarsi in un vissuto di lacerazioni identitarie alla scoperta di un’alterità precedente, fondante. Ne deriva, nell’autore formiano, una parola eticamente necessaria, che non permette allettamenti funzionali; una parola scavata nel tempo di una esperienza esistenziale, resa quale paradigma della condizione umana (il dolore, la sopraffazione).

A proposito dell’esordio poetico di Di Biasio (Niente è mutato, 1962), dicevamo che il suo linguaggio ascetico costituiva, proprio sulla soglia della «neoavanguardia», una strada diversa rispetto alla storia: non di eversione, ma di scandaglio, di ricerca del come si sono permeati, del come si permeano, destino personale e storia.

 

Se Piero Bigongiari, a proposito di Emilio Cecchi, scrive che «la letteratura […] verifica la condizione stessa della memoria: che nell’uomo decaduto fa sentire il fremito del paradiso perduto, di una natura mossa dal primo arcano e argentino vento che agitò la Creazione», l’istanza etica, l’istanza classica, potremmo dire, che sottende l’ascesi formale di Di Biasio, è quella di andare alle radici del tempo dell’esistenza; di fare del tempo non una evocazione memoriale, ma una dimensione interna della coscienza («sottile strato di coscienza», in un verso di Niente è mutato). Alle radici della coscienza ci sono la Guerra e la Fame: ecco l’incipit di La guerra: «La mia scoperta del mondo / è legata ad una ragnatela di morte / Che la Guerra, ai bimbi / si addice la maiuscola, / mi tesseva nei giorni / una stagione che mi cucì addosso / una seconda pelle di malinconia / mi velò il sorriso degli occhi / mi curvò le spalle» (p.11). Ecco l’incipit di La fame: «Vengo da un tempo / in cui non ebbi / la mia porzione di carne e di latte / Vedevo negli occhi di mia madre / la pena per i figli / Premevo la fame sul cuscino / Solo una volta la saziò / il tozzo di un nero pane tedesco / che un soldato spezzò dal suo / Implorante / lo mendicai con gli occhi / Il suo sapore lo porto dentro / Mi ha nutrito / Mi ha insegnato la pietà» (p.16).

 

Questo è il nucleo di un’esperienza esistenziale che si intreccia con la storia, e che in questo intreccio trova la «pietà»: una condizione esistenziale che si permea con una condizione storica: quanto attuali sono, storicamente, le parole di Di Biasio? Eppure non hanno l’intenzione di esserlo; ma, eventualmente, l’intenzione di verificare alle radici la dimensione della memoria: in un senso, ad un tempo, esistenziale ed antropologico: da lì, da questa verifica tragica nasce la “letteratura”. Il «gong» degli «inesorabili giorni […] ha battuto batte / lastrica di morti / il fiume della storia // Mute voci mute / perché non vi ascoltiamo?» L’iterazione aggettivale che circonda le «voci» richiama Dostoevskij, quando dice che la legge del mondo è la legge del sangue; oppure richiama il Cessate d’uccidere i morti di Ungaretti: l’assenza di redenzione, nella dimensione dell’uomo storico: uomo storico la cui faccia «vincente» è nella esteriorità del superfluo e del violento: «E noi nelle nostre case piene / di gelidi amuleti / e dalle vie le mille lusinghe / che innescano / la lussuria del possesso […] Tutto è di noi pochi / gli altri sono un fiume / che preme sugli argini trabocca / Ci assedia / la loro persistenza / a sopravvivere // È la tua fame, bimbo, / a dirci che non possiamo / sceglierci sentieri privati / Innalzare recinti / Ci sono i nostri occhi a confonderci / Il pane di troppo / ha un aspro sapore» (p.18). Torna il «bimbo», non come memoria “autobiografica” ma come tragedia storica e attuale. L’altra faccia dalla fame del bimbo sono la «lussuria del possesso», i «sentieri privati», per cui la stessa sopravvivenza viene assunta come una «persistenza» assediante: esattamente il contrario della realtà «Non c’è giorno che non ne muoia uno / e viene il cemento /che la superbia scaglia verso il cielo/con lucide pareti: prima, erano stati evocati I tetti di una volta / Sono poche ormai le case/ che hanno tetti / quelli rossi di una volta» (p.21). Non si tratta di evocazione memoriale, ma di radice antropologica: non ci sono più case nate, nascenti dall’uomo e per l’uomo, ma i «gelidi amuleti», «il cemento», la «superbia». Non si tratta di un prima e di un dopo, ma di un emergere e ri-emergere di un maleficio radicato, connaturato.

 

È «la peste dell‘anima», dove non giunge «a segno / la parola salvifica» (p.20). Ma c’è una salvezza, c’è una «parola salvifica»? C’è, nel gesto del pane del soldato tedesco; c’è nell’apocalissi della «interminabile notte» che «noi, i pochi, attraverseremo / ciechi nel frastuono di opulenti riti / che non ci dismalano» (p.19); c’è una teodicea antropologica, innervata nell’origine, nel primordio, nel condizionamento che si riscatta, nel tempo che ritorna.

 

Ed è, questa, la salvezza del racconto, per Di Biasio: la salvezza di un’epica arcaica, «omerica», potremmo dire (anche ricordando le matrici classiche della formazione di Di Biasio, che si trasfondono nella classicità ascetica del suo linguaggio, storico in quanto anti-storicistico). Il gesto del pane, l’apocalissi degli «opulenti riti» sono la prova tangibile di un fondamento della parola-racconto, e del linguaggio-nome: la parte explicitaria di Mute voci mute è un poema nuovo, un vero poema, in cui le cose e le parole che le indicano, rinascono: diciamo pure che il tempo-coscienza del poeta ha percorso il negativo riscattandolo all’interno di una parola veritiera come  parola vissuta, che ha scandito, in termini nettissimi, la sua verità; e che quindi è in grado di assumere il dire come un ri-dire, o come un dire aurorale, neo-germinale. «Raccontare, questo solo posso raccontare / di un tempo quando era dolce d’estate / bere con le mani dal fiume» (p.22): ciò che il poeta può raccontare ha un forza poetica rinnovata, ri-nata, neo-aurorale: le parole comuni «disimparate / per insensatezze di desiderio» (p.25) (vita, erba, acqua, cielo, mare, terra; il serpe, il giacinto, il viola di ciglio) assumono una trasparenza autentica che le ri-nomina come originali, originarie, riemerse dalla negazione, ad essa resistenti.

 

Foto di Pierangelo Tieri

 

*Paolo Leoncini (Venezia, 1940), docente di Letteratura italiana e di Storia della critica letteraria all’Università Ca’ Foscari di Venezia dal 1970 al 2008, si è occupato, fin dagli anni ’70, di Emilio Cecchi in relazione con la cultura italiana ed europea; quindi, di Gianfranco Contini, di cui ha evidenziato le matrici rosminiane e i nessi con Aldo Capitini e con la Resistenza; e di autori veneti (Valeri, Piovene, Noventa, Tomizza, Paolo Barbaro).Tra l’altro, ha pubblicato, nel 2000, da Adelphi, L’onestà sperimentale. Carteggio di Emilio Cecchi e Gianfranco Contini. Ha fondato nel 2005, con Pietro Gibellini, Ilaria Crotti, Carlo Alberto Augieri, Filippo Secchieri, Alfonso Berardinelli ed altri, «Ermeneutica letteraria. Rivista internazionale», edita da Fabrizio Serra (Roma-Pisa), giunta al XIII numero.

 


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