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Rodolfo Di Biasio. Mute voci mute, nel dolore della storia

 

Arrivato agli ottant’anni, Rodolfo Di Biasio definisce il percorso di una vita come «una continua irrisolta interrogazione» sul «poeta e il proprio tempo». Dall’angolo del paese natìo, Ventosa, nodo dell’Appennino meridionale che terra, cielo, fiumi e ulivi fanno quadrato e fortezza di parole alle radici del tempo e specola sull’«eterno dolore del mondo» (Luigi Fontanella), il poeta e narratore, nel corso degli anni, camminando la mente, la coscienza e il cuore attraverso essenziali e distillate raccolte poetiche, giunge a posare nella via una pietra miliare: i versi del poemetto Mute voci mute (2017), che l’autore offre volontariamente in dono alla libera lettura all’interno di questo Speciale, convinto com’è che una meditazione poetica sui tre demoni dell’umanità – Guerra, Fame e Peste (oggi, scrive Di Biasio, «la nuova peste è l’avvelenamento del pianeta») – possa perfino aprire varchi di speranza. Il poemetto, nuovo ma intarsiato di numerosi inserti ritagliati dal poeta nelle sue precedenti opere, testimonia nel proprio corpo la coerenza tematico-formale di un intero corpus e la fermezza di una poetica/etica secondo cui la «la poesia scrive riscrive la sua storia». Lo Speciale molto si sofferma su temi, stile, lingua di Mute voci mute, ma negli interventi di Domenico Adriano, Francesco De Nicola, Luigi Fontanella, Paolo Leoncini (oltre al commento del poemetto Patmos da parte di Giuliano Manacorda, che sempre seguì con stima e acutezza l’opera di Di Biasio nel suo farsi pluridecennale), scorrono riflessioni sul cammino più che cinquantennale di un grande poeta contemporaneo.