28 maggio 2018

Grammatiche, un paradigma per conoscere

di Giuseppe Polimeni*

Basterebbe il detto «val più la pratica della grammatica» per confermare che, nel senso comune certo, grammatica è sinonimo di teoria, di studio per sua natura lontano dalla realtà concreta, dall’esperienza diretta. Ma forse «quel guastamestieri del volgo» – per chiamare in causa da subito il «sommo e venerato Alessandro» – questa volta non ha sbagliato, non ha potuto o voluto manomettere fino in fondo le «parole, facendo dir loro le cose più lontane dal loro legittimo significato».

 

Una questione di glamour

 

Il senso di una distanza, tra il mondo e la teoria, che è poi, il più delle volte, lo spazio (un gradino?) che corre tra lingua parlata e lingua studiata e conosciuta da pochi, è un dato di fatto nella storia, racchiuso nella trafila del termine glamour, che, strano a dirsi sulle prime, da gramatica deriva e, come ci ricordano Gianfranco Folena (nelle pagine di Volgarizzare e tradurre), e, risalendo, Bruno Migliorini (da quelle di Profili di parole), rimanda al latino, all’uso di pochi, alle pratiche di insegnamento. Nell’ammirazione per la “magica” capacità di «mettere in comunicazione genti di lingue incomunicabili», è anche il punto di osservazione e il sentimento della distanza di chi viene escluso da una lingua che, nelle mani sbagliate, può diventare latinorum: «grammatica è divenuta grimoire, libro misterioso e magico, e in inglese glamour, incantesimo e infine fascino senza mistero».

 

Un modo per capire la realtà

 

Il IV volume della Storia dell’italiano scritto, curata da Giuseppe Antonelli, Matteo Motolese, Lorenzo Tomasin, invita a osservare le cose nell’ottica del plurale (grammatica è un nome non numerabile?), portando in evidenza tutta la varietà degli strumenti – le grammatiche appunto –, che è vicenda fatta di punti di vista differenti e di movimento.

In continuità con i tre precedenti volumi, fin dalla Premessa (pp. 13-14) è posto in primo piano il proposito di «esplorare il filone principale della riflessione metalinguistica, cioè la produzione di grammatiche». Lasciato lo sguardo «di tipo tradizionalmente cronologico», per dare valore a «tipi o linee di produzione per varie ragioni laterali», i curatori si propongono di osservare la grammatica come un approccio gnoseologico, un modo per conoscere e capire la realtà, a partire dalla lingua che è la parte sensibile e più esposta delle cose.

Strumento per conoscere, il libro che trasmette (ferma sulla carta e insegna) le regole è guardato come luogo privilegiato in cui si toccano la tradizione e l’innovazione, momento di sintesi che sottopone lo standard alla prova della realtà e fa apparire la norma come arco in tensione continua, e non come tavola della legge.

 

Croce e poca delizia

 

Lorenzo Tomasin (nel saggio di apertura, Grammatica e linguistica storica, pp. 15-43) traccia per snodi tematici e metodologici un profilo del rapporto tra grammatica e grammatica storica, tra il mondo dei testi che insegnano le regole del parlato (e soprattutto dello scritto) e quello di chi ha cercato di comprendere e di descrivere la lingua, nella sua storia e nel suo divenire. Il fatto che nel senso comune la grammatica (che si impara a scuola) venga avvicinata al codice penale lascia intendere che i due approcci hanno dialogato solo in rare occasioni. La distanza nel metodo e nei risultati si è perpetuata tra Ottocento e Novecento, alimentata da certo manzonismo (non dal Manzoni) e, in un secondo tempo, dall’estensione di alcuni giudizi crociani: il capitolo ricostruisce un percorso di avvicinamento a un concetto nuovo di grammatica, intesa come occasione per conoscere la lingua, ampliando lo spettro dell’uso, sulla base di una storia che “avvicina”, nell’origine e nei percorsi, le parole, le loro forme e la loro struttura.

 

Insufficienti classificazioni in uso

 

Ad Alvise Andreose (Strutturalismo e grammatica generativa, pp. 45-96) si deve una sintetica e stimolante lettura storico-critica dell’approccio generativo, che, con anticipazioni negli anni Settanta, a partire dagli anni Ottanta ha finalmente saldato due capi, necessariamente collegati, dello studio della lingua.

La ricostruzione (organizzata intorno a punti nodali, che portano l’attenzione sui fatti di struttura e sulla dimensione pragmatica della frase: Sintassi della frase semplice, La struttura sintattica e comunicativa della frase, Sintassi della frase complessa) è basata su una considerazione di fondo: il cambio della lente – il nuovo paradigma – si rende necessario per un’insufficienza interpretativa della classificazione in uso. Così, ad esempio, la «distinzione tradizionale tra verbi transitivi e intransitivi», ma anche quella tra verbi che selezionano un argomento con la funzione di oggetto diretto e verbi che non selezionano tali argomenti dimostrano di non coprire tutti i casi e di non poter “risolvere” tutti i problemi: la ricerca di un sistema di interpretazione e di spiegazione più efficace porta a individuare, nella classe degli intransitivi, la “presenza” e la funzione dei verbi inaccusativi e inergativi.

 

Migliorini e Devoto a scuola di nuoto

 

La grammatica come strumento di conoscenza è principio portante di esperienze fondamentali nell’educazione linguistica, individuate e opportunamente valorizzate da Roberta Cella (Grammatica per la scuola, pp. 97-140): per nuclei strutturali il saggio offre una lettura efficace della storia delle grammatiche a scuola e una convincente periodizzazione, basata sul rapporto tra i testi e il contesto socio-economico e culturale in cui sono nati. La polarità, interna alla storia dell’apprendimento, tra lingua madre e lingua acquisita (fin dall’apertura del De vulgari eloquentia, la locutio primaria è chiamata a confrontarsi con la locutio appresa «per spatium temporis et studii assiduitatem») chiama a definire il ruolo delle regole di grammatica proposte agli alunni, le tipologie della norma più adatte a vivere e a sopravvivere sui banchi.

Non è facile dare conto della complessità dell’approccio e delle domande sollevate dal capitolo, anche in relazione a situazioni storicamente fondanti (il doppio percorso che lega, nell’apprendimento, lingua e dialetto su tutte). Seguendo il suggerimento dell’autrice, è opportuno far ritorno alle figure (e alle grammatiche scolastiche) di Bruno Migliorini e di Giacomo Devoto, riprendendo dalla riflessione didattica del primo un’immagine che invita a un approccio consapevole all’apprendimento linguistico: «come il nuoto, la lingua è soprattutto un’abilità: la conoscenza teorica, astratta, delle regole serve a poco, mentre importa molto l’abito di praticarle».

 

Italiani (e) stranieri

 

È questo il principio che governa l’apprendimento delle lingue straniere: solo l’immersione nel contesto permette l’acquisizione piena di un idioma altro. Quale ruolo, nella storia, è assegnato alle grammatiche di italiano rivolte agli stranieri è punto focale del saggio di Giada Mattarucco (Grammatiche per stranieri, pp. 141-168), un capitolo che permette di valutare in ottica diversa il problema complessivo delle grammatiche in Italia, se è vero che l’acquisizione di una lingua seconda (L2) aiuta a illuminare aspetti del passato e del presente di quella lingua e della lingua madre di chi apprende.

Una frase di Carlo Dionisotti, che Mattarucco opportunamente richiama, ricorda a tutti noi che la grammatica del volgare è stata per gli italiani, per molti di loro senz’altro, la grammatica di una lingua straniera, da apprendere con fatica e con impegno.

Stranieri in patria, abbiamo trovato nella grammatica un solco da seguire e forse, più ancora, una possibilità di apprendere e comprendere; e in questo sforzo di avvicinamento a una lingua, che è poi un modo per ritrovare tutta la profondità di un repertorio, consiste una delle vie di conoscenza che le regole e (con parole di Michele Prandi) le scelte permettono di tracciare.

 

Bibliografia

 

Silvia Demartini, Grammatica e grammatiche in Italia nella prima metà del Novecento. Il dibattito linguistico e la produzione testuale, Firenze, Cesati, 2014.

Giacomo Devoto, Introduzione alla grammatica. Grammatica italiana per la scuola media, Firenze, La Nuova Italia, 1941.

Gianfranco Folena, Volgarizzare e tradurre, Torino, Einaudi, 1991.

Bruno Migliorini, La lingua nazionale. Avviamento allo studio della grammatica e del lessico italiano per la scuola media, Firenze, Le Monnier, 1941.

Id., Grammatico, in Lingua e cultura, Roma, Tumminelli, 1948, pp. 227-229.

Id., Glamour, in Profili di parole, prima ristampa riveduta, Firenze, Le Monnier, 1970, pp. 100-101.

Giuseppe Patota, I percorsi grammaticali, in Storia della lingua italiana, a cura di Luca Serianni e Pietro Trifone, Torino, Einaudi, Torino, 1993-1994, I: I luoghi della codificazione, Torino, Einaudi, 1993, pp. 93-137.

Ciro Trabalza, Storia della grammatica italiana, Milano, Hoepli, 1908 (ristampa anastatica: Bologna, Forni, 1963).

 

 

*Giuseppe Polimeni insegna Linguistica italiana e Storia della lingua italiana presso l’Università degli Studi di Milano. Si è occupato di storia della formazione linguistica, rivolgendo particolare attenzione alle dinamiche di acquisizione dell’italiano tra Ottocento e Novecento. Al tema dell’educazione linguistica dopo l’Unità sono dedicati La similitudine perfetta. La prosa di Manzoni nella scuola italiana dell’Ottocento (FrancoAngeli, 2011), Una di lingua, una di scuola. Imparare l’italiano dopo l’Unità. Testi autori documenti (FrancoAngeli, 2012) e Il troppo e il vano. Percorsi di formazione linguistica nel secondo Ottocento (Cesati, 2014). Con Silvia Morgana e Massimo Prada dirige la rivista «Italiano LinguaDue».

 

Immagine: By prof. Arnaldo Polacco (1876-1960) (Unknown) [Public domain], via Wikimedia Commons


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0